Harry Sidebottom.
...
.
...
IL RITORNO DEL CENTURIONE.
...
.
...
Titolo originale: The Return.
Traduzione di: Vittorio Ambrosio.
...
.
...
2020. Newton Compton Editori, ROMA.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Calabria, 145 avanti Cristo
Gaio Furio Paolo  tornato a casa dopo anni di guerra, combattuti nel nome di Roma.  uno dei pochi fortunati sopravvissuti alle battaglie, e ha intenzione di passare i giorni che gli restano a lavorare la terra nella fattoria di famiglia.
Ma sembra che un'aura di morte continui a infestare il destino del giovane soldato.
Pochi giorni dopo il suo ritorno a casa, infatti, cominciano ad apparire corpi - o brandelli di essi - nelle vicinanze dei suoi possedimenti. E non ci vuole molto perch Paolo diventi il principale sospettato. Ha ucciso innumerevoli nemici sul campo di battaglia, e la gente ritiene che la sua sete di sangue non sia soddisfatta...
Con il furore sordo della battaglia ancora nelle orecchie, Paolo dovr liberarsi in fretta dei fantasmi interiori, se vuole trovare l'assassino e riabilitare il suo nome. Perch sa bene che  solo questione di tempo prima che diventi il prossimo bersaglio.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
HARRY SIDEBOTTOM  uno storico e scrittore britannico, esperto di storia romana.
Ha studiato presso le varie scuole e universit tra cui Oxford, dove ha preso il dottorato in Storia antica. Ha poi insegnato in diverse universit tra cui la stessa Oxford, dove ora  docente e Direttore degli studi di Storia antica, presso la St. Benets Hall, oltre ad essere docente di storia antica al Lincoln College. I suoi principali interessi di ricerca scientifica sono la cultura greca sotto l'impero romano e le guerre nell'antichit classica.
...
.
...
A Jack Ringer e Sandra Haines.
...
.
...
Contro chi pure distende le mani, nessuna di noi ira lo assale e immune trascorre sua vita.
Ma chi colpa commise e, come quest'uomo, le mani nasconde insanguinate, contro costui ci leviamo in difesa del morto,
e fino all'estremo testimoni presenti il debito suo di sangue gli facciamo pagare.
Eschilo, Le Eumenidi.
...
.
...
Capitolo 1.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Solo un pazzo o un uomo stanco di vivere si sarebbe avventurato da solo nella foresta della Sila.
Paolo fece fermare i muli. Il terreno l era ancora pianeggiante. Il grano era quasi pronto per la mietitura, solo qualche punta di verde macchiava ancora le spighe dorate. I campi si stendevano a perdita d'occhio. Nessuna minaccia in agguato. Se non quella che aveva di fronte.
Leg i due muli uno dietro l'altro, lasciando le redini a terra. Erano animali ubbidienti, non sarebbero scappati via a meno che qualcosa non li avesse spaventati. Paolo scrut attentamente il paesaggio che aveva intorno. Una brezza gentile faceva ondulare con dolcezza le spighe. Era l'unico movimento che riusciva a scorgere. Non un solo uccello solcava il cielo. Sotto il sole di un torrido mezzogiorno, tutto sembrava sonnecchiare placidamente.
Paolo controll il carico del primo mulo. Gran parte del bottino era l, coperto con cura per non dare nell'occhio. Quando fu soddisfatto, pass all'altra bestia. A parte pochi oggetti preziosi, ben nascosti, questo mulo trasportava il bagaglio abituale: qualcosa da mangiare e da bere, abiti di ricambio, lo scudo nella custodia da viaggio in pelle legato a un fianco dell'animale, e i suoi giavellotti (un pilum leggero e uno pesante) avvolti in teli sull'altro fianco. Il carico si era spostato troppo in avanti.
Dopo aver scrutato ancora una volta il paesaggio circostante ed essersi tolto il copricapo, Paolo inizi a sciogliere le funi che tenevano insieme il bagaglio. Il carico era incredibilmente pesante. Paolo non era un uomo alto, ma era giovane e forte. Aveva il fisico di un contadino abituato al duro lavoro nei campi fin da bambino, con il sole o con la pioggia. In guerra aveva sviluppato ancora di pi i muscoli. Dopo aver posato a terra il carico, esamin la coperta che proteggeva la schiena del mulo, poi la stese e la raddrizz per bene. Con uno sforzo tremendo sollev il bagaglio e lo rimise al suo posto. Nel frattempo il mulo era rimasto immobile, con la rassegnata e immemore pazienza della sua razza.
Di norma per caricare una bestia da soma erano necessari gli sforzi congiunti di due uomini. Uno per lato, si passavano le corde a vicenda ripetendo l'eterna formula: afferra, stringi, annoda. Pur avendo fretta di ripartire, Paolo si prese tutto il tempo necessario, senza tralasciare nulla e controllando con cura anche gli zoccoli.
Quando ebbe finito, si ritrov immerso in un bagno di sudore. Prese una fiaschetta dal carico e se la port alle labbra. Il liquido all'interno era tiepido, anche se non era stato esposto direttamente al sole. Sei parti di acqua per una di vino: abbastanza per coprire eventuali impurit e insaporire, ma non per rendere brillo un uomo. Dopo gli incidenti nelle taverne ad Apollonia e a Brindisi sulla strada del ritorno, era stato ben attento a non ubriacarsi. Soprattutto nel secondo caso, solo l'intervento del generale in persona, Lucio Mummio, lo aveva risparmiato, permettendogli di non affrontare le conseguenze della sua condotta. Sarebbe stato disdicevole punire un eroe di guerra, in special modo uno che si era guadagnato una corona civica per aver salvato la vita di un concittadino in battaglia.
Paolo raccolse il cappello, lo batt contro una gamba per rimuovere il terriccio e se lo mise in testa. Scrutando da sotto la tesa larga osserv la strada che gli si parava davanti. Gli alberi tingevano le colline di verde scuro, e pi oltre alti crinali si perdevano in lontananza in un azzurro nebuloso. Nelle ore pi calde del giorno nessuno era cos folle da starsene all'aperto: niente contadini nei campi, niente viaggiatori lungo la strada. Sollevandosi la tunica, sfreg l'amuleto di bronzo a forma di lettera greca theta che portava legato alla cintura e tocc la spada nel fodero al suo fianco. Soddisfatto, raccolse le redini da terra e inizi a camminare verso la Sila.
I primi crinali erano terrazzati e coltivati a ulivi, ben distanziati tra loro, con qualche ortaggio che cresceva tra un tronco e l'altro. Qua e l si scorgevano alcuni rifugi e qualche baracca malmessa. Man mano che la salita diventava pi ripida, le tracce del lavoro dell'uomo scomparivano e la natura prendeva il sopravvento. Gli alberi si facevano pi fitti: querce, frassini, castagni e aceri dominavano il sentiero, e i loro grandi rami si intersecavano in alto. L'aria era pi fresca, e solo di tanto in tanto qualche raggio di sole penetrava nel fogliame. Paolo sent i rumori della foresta: il canto degli uccelli (i corvi gracchiavano, le colombe si lanciavano richiami frenetici e un picchio batteva incessantemente su un tronco), gli scatti rapidi di scoiattoli e altre creature spaventate dal suo passaggio, il mormorio dei rami agitati dal vento. L'aria odorava di secoli di foglie marcite al suolo. Vigile e sempre in allerta, colse con la coda dell'occhio un capriolo che lo osservava in apprensione dal suo nascondiglio.
Conosceva bene la Sila, era nato ai suoi piedi. Eppure solo una volta si era spinto cos a nord: tre anni prima, mentre marciava con Alcimo e gli altri verso la guerra. Ora stava tornando a casa, solo. Preferiva non pensarci.
Aveva appena oltrepassato una piccola radura aperta e rimesso piede nella foresta pi fitta quando sent un respiro pesante e affannoso provenire dalla sua destra. Malgrado la stretta al cuore, si ferm. Fa' che sia un uomo. Raddrizz le spalle e si volt.
La vecchia era un po' distante, in mezzo agli alberi, coperta in parte dai rami bassi. Come sempre, indossava un sudicio abito nero. I lunghi capelli arruffati erano sciolti e si avvolgevano come serpenti sulle sue spalle. Questa volta era sola, le due sorelle non erano con lei.
Nessuno dei due disse una parola. Gli occhi della vecchia erano arrossati e umidi. Fissava Paolo con odio e disprezzo.
La figura svan nella foresta.
Paolo rest immobile, con il sangue che gli pulsava nelle orecchie, a fissare il punto in cui fino a un attimo prima c'era stata la donna. Non riusciva a vedere nient'altro.
Il richiamo improvviso di una ghiandaia lo riport in s. Ogni cosa era uguale a prima che comparisse l'anziana. La luce del sole riempiva il sentiero di chiazze luminose, e i suoni abituali del bosco sembravano prendersi gioco di lui. Sollev a mezza altezza il pugno serrato. Non  stata colpa mia. Non volevo che accadesse. Non merito di essere maledetto. Per ognuno dei tre pensieri allung un dito. Ripeteva spesso questo rituale, che riusciva a calmarlo un po'. Con un respiro profondo si osserv la mano: non stava tremando. Bene. Comportati da uomo.
Nel tardo pomeriggio gli alberi decidui lasciarono il posto a pini e conifere. Dal sentiero principale si allontanavano stretti viottoli. Un odore di resina arriv alle sue narici, insieme a folate di legna bruciata. In inverno, solo vagabondi e banditi si aggiravano per l'alta Sila, ma ora era estate, e nei suoi recessi si nascondevano altre figure. Robusti pastori, armati fino ai denti, portavano le loro greggi al pascolo nelle valli pi remote. Nel cuore della foresta ci si poteva imbattere in bande di carbonai e boscaioli, nonch in schiavi e braccianti senza terra che incidevano gli alberi per raccogliere resine destinate ad aromatizzare il vino di qualche riccone, su nella lontana Roma.
Ormai il sole stava scomparendo dietro i crinali a ovest, e la luce pian piano calava. Non c'era pi vento, e il concerto della foresta si era attenuato lasciando spazio ai suoni pi tranquilli della sera: le note serene e immacolate di usignoli e altri uccelli canterini. Cacciatori notturni iniziavano ad aggirarsi furtivi, traditi dal fruscio delle foglie cadute e degli arbusti. Paolo si gett sulle spalle un mantello leggero. Pi avanti scorse una volpe silenziosa tra gli alberi, pronta a iniziare la sua notte di caccia.
Si stava facendo tardi, ma presto sarebbe arrivato al punto in cui il sentiero si biforcava. Un ramo si inerpicava a est nel cuore delle montagne fino a raggiungere le sorgenti del Neto, per poi seguirne la valle fino alla costa dello Ionio, appena sopra la colonia romana di Crotone. L'altro si spingeva verso sud, verso casa. Si sarebbe accampato proprio al bivio, in un territorio a lui pi familiare.
Rallent: qualcosa si muoveva nel bosco, poco pi avanti, sulla destra. Non era il passo felpato di un lupo o di un felino selvatico. L'animale era pi rumoroso di un tasso, ma non quanto un cinghiale. C'era una sola creatura che poteva infestare quei sentieri della Sila.
Osservando da sotto la tesa del cappello, Paolo cerc di individuare l'uomo - era abbastanza sicuro che fosse solo - senza voltare la testa o cambiare passo. Ma poi sent un rumore simile provenire da dietro.
Le cose si mettevano male. Malissimo, nel caso in cui i banditi avessero avuto degli archi. La sua armatura era sul carico del secondo mulo, e lo scudo era legato sul fianco. Un solo arco in mano ai banditi, e tutto sarebbe finito l. La vecchia e le sue sorelle l'avrebbero avuta vinta.
...
Paolo ferm i muli. Si avvicin al primo della fila e gli sollev la zampa anteriore sinistra. In questo modo l'animale veniva a trovarsi tra lui e l'uomo che si avvicinava. Fece finta di ispezionare lo zoccolo della bestia.
Fu un'accortezza inutile: il rumore di legnetti spezzati e di rami scostati era un chiaro segnale che agli uomini non interessava mascherare il proprio arrivo. O non avevano cattive intenzioni, oppure erano del tutto sicuri dei propri mezzi.
Paolo abbass la testa del primo mulo e leg il muso al nodello. Neppure l'animale pi ubbidiente poteva mantenere la calma di fronte al caos che con ogni probabilit stava per scatenarsi.
Forse l'uomo che emerse dal bosco una trentina di passi pi avanti era una persona innocua, ma di certo il suo aspetto non era rassicurante: i lunghi capelli e la barba arruffata incorniciavano un volto saturo di brutalit e astuzia da predatore. Teneva in mano una spada.
Paolo fece un passo verso il ciglio del sentiero, per allontanarsi dai muli e avere pi spazio a disposizione. Voltandosi di nuovo verso gli animali, scorse con la coda dell'occhio l'altro uomo che veniva fuori dalla foresta, un po' pi lontano. Era pi giovane del compagno, aveva una massa di capelli chiari e un'aria non troppo convinta. Anche lui brandiva una spada. Ma niente archi.
Il bandito pi vecchio si avvicin lentamente, fino a fermarsi a circa sei passi da Paolo, mentre il giovane restava pi lontano, esitante.
Salute e ogni gioia, disse l'uomo in latino, ma l'accento tradiva le sue origini: era un nativo bruzio.
Non c' bisogno di spargere sangue, rispose Paolo.
Assolutamente. Il ghigno dell'uomo rivel i denti marci e storti, il risultato di un'intera vita di incuria e stenti. I beni materiali sono un fardello, e solo ci che dai agli altri resta tuo per sempre.
Un'offerta generosa, disse Paolo, ma non mi pare che possediate niente che io possa desiderare.
Il giovane si lasci scappare una risatina nervosa.
Abbiamo un comico errante, qui, disse l'uomo ridendo senza alcuna traccia di ironia. Poi, rivolto al ragazzo: Prendi i muli.
Non fare un solo passo. Paolo scost il suo mantello per rivelare la spada che portava al fianco.
Un soldato. Un soldato romano. L'uomo sput a terra. Di quale colonia?
Temesa. Paolo si tolse il mantello e se lo avvolse intorno al braccio sinistro.
Mio nonno aveva una fattoria a Temesa. Fu confiscata per fare spazio a voi gran signori.
Togliendosi il cappello, Paolo fece un'alzata di spalle: Seguire Annibale non  stata una buona idea.
Che gran pezzo di merda. E pensare che non volevo neanche ucciderti.
Andatevene, e io far lo stesso.
L'uomo si lanci in avanti con un urlo rauco. Paolo sfoder la spada e affond il colpo, in un unico movimento fluido e aggraziato. L'immediato contrattacco sorprese il bandito, che par goffamente, barcollando in avanti verso i muli.
Paolo fece un paio di passi di lato, ribaltando la disposizione nel campo di battaglia: ora l'uomo era a met strada tra lui e il giovane.
Fai il giro e mettiti alle sue spalle!, url il ladro verso il compagno.
Il ragazzo esit.
Subito!.
Il giovane obbed riluttante e inizi ad aggirare i muli, tenendosi a debita distanza.
A Paolo non restava molto tempo. Avanz verso il bandito pi vecchio, fintando un attacco alto per poi sferrare un colpo basso, che l'uomo riusc a malapena a deviare con la sua spada. Paolo aument la pressione, affondando colpi su colpi e cambiando ripetutamente la direzione degli attacchi. Il bandito non era addestrato, ma poteva contare su forza fisica, esperienza e rapidit. Indietreggi solo di un paio di passi, ma rest in piedi. Riusc perfino a sferrare una risposta improvvisa che per poco non scalf la guardia di Paolo.
Erano entrambi in affanno. Gli unici suoni che si potevano udire erano il rumore della lama contro la lama, il tonfo degli stivali, i respiri ansimanti.
Paolo non aveva bisogno di guardare il ragazzo per sapere che sarebbe arrivato alle sue spalle da un momento all'altro. Doveva porre fine allo scontro, e alla svelta. Se hai paura di ferirti, sta' lontano dall'acciaio.
Paolo sollev la spada per sferrare un fendente verso la spalla, e il movimento apr la sua guardia. Il bandito vide un'opportunit e cerco di coglierla: rapido come una serpe, punt l'acciaio verso il ventre scoperto del nemico. Paolo devi l'affondo con il braccio sinistro, e la lama trapass il mantello arrotolato. Un dolore lancinante gli risal dal braccio alla spalla, togliendogli il fiato. Ignorando la fitta atroce, cal il colpo con la destra. La lama pesante si conficc tra ossa e carne.
Non c'era tempo per cedere al dolore, n per controllare la ferita. Paolo spinse via il corpo del bandito con il braccio lacerato - un'altra fitta straziante - e ruot su s stesso per fronteggiare l'altro nemico.
Il ragazzo lo fissava a bocca aperta, in una maschera di silenzioso sgomento.
Non scappare, gli ordin Paolo.
Lui non mosse un muscolo.
Getta la spada a terra.
Il ragazzo guard la sua arma come se fosse sorpreso di trovarsela tra le mani.
Gettala!.
Il metallo batt rumorosamente al suolo. Non uccidermi, ti prego!.
Non lo far, se non mi costringi. Paolo allontan la lama con un calcio.
Il giovane croll sulle ginocchia allungando le braccia verso di lui, come un supplice in un tempio.
Non muoverti.
Paolo si volt per met. L'altro bandito era ancora vivo. Accasciato a terra, stringeva con la destra la terribile ferita alla spalla sinistra, mentre esalava i suoi ultimi respiri. Sangue vivo gli scorreva tra le dita, allargandosi in una pozza sul sentiero. Paolo lo raggiunse, lo afferr per i capelli tirandogli la testa all'indietro e gli tagli la gola.
Osservando il ragazzo, Paolo pul la lama su un lembo pulito della tunica del bandito. Il dolore al braccio, che si era placato per un attimo, torn ad assalirlo facendogli digrignare i denti. Il sangue ormai colava attraverso il mantello arrotolato.
Ti prego, non voglio morire!.
Fa' come ti dico e vivrai. Ti do la mia parola.
Il giovane abbandon le braccia lungo i fianchi e chin la testa come una vittima sacrificale.
Tenendolo sempre d'occhio, Paolo si avvicin al suo carico e tir fuori la borraccia. Sent un dolore atroce nel rimuovere il mantello dal braccio per lavare la ferita. Era un taglio bello profondo, ma ne aveva sopportati di peggiori. Osserv il cadavere: nei punti in cui gli abiti dell'uomo non erano intrisi di sangue, erano terribilmente sudici. Paolo rimedi una tunica pulita dal suo bagaglio e la tagli in due parti con il pugnale. Pul e asciug la ferita con il lembo pi grande, che si intrise di sangue, e us l'altro per una fasciatura di fortuna. Sprecare un indumento utile in maniera cos gratuita andava contro tutte le regole con cui era cresciuto. Ci sarebbe voluto del tempo per abituarsi a essere un uomo ricco.
Eravate soli?, chiese Paolo.
No, cio, s.
Deciditi.
Il terrore sembrava aver tolto ogni lucidit al ragazzo.
Ci sono altri banditi qui intorno?
No, non qui.
E dove, allora?. Mentre parlava, Paolo recuper le due spade che i suoi assalitori avevano fatto cadere. Erano logore e piene di ruggine. Di nuovo fedele alla parsimonia delle sue origini contadine, le ripose insieme al resto del carico.
L'accampamento  fuori dal sentiero, lungo la strada per Crotone. Il ragazzo lanci un'occhiata a Paolo, ma subito abbass lo sguardo. Stava mentendo o era solo terrorizzato?
Quanto  lontano?
 al valico appena dopo Petra Haimatos.
Era una risposta credibile: nella parte pi remota della Sila. Rifugio di predoni da tempo immemore, la Roccia di Sangue non era chiamata cos per caso. Ma se l'accampamento era davvero l, si trovava a mezza giornata di cammino dal bivio con la strada per Temesa. Sempre che il ragazzo stesse dicendo la verit.
Paolo rovist nel bagaglio e tir fuori la sua pala da trincea. Esamin le tacche sulla lama, i graffi sulla punta. Non sarebbe stato difficile uccidere un uomo con uno strumento del genere, ma il giovane sembrava aver perso ogni voglia di combattere.
Scava una tomba, gli ordin Paolo porgendogli lo strumento.
Il ragazzo si rifiut di prenderlo. Avevi dato la tua parola che non mi avresti ucciso.
Una tomba abbastanza grande per il tuo compare.
Perch?
Perch  la cosa giusta.
E dove?
Un posto qualunque accanto al sentiero andr bene.
Mentre il ragazzo si metteva all'opera, Paolo sciolse i muli e diede loro da mangiare, poi si sedette e si concesse una veloce cena a base di carne secca, formaggio, pane e cipolla.
Il tuo accento mi dice che sei un romano, disse Paolo.
Il giovane gli rivolse uno sguardo rapido, poi torn a scavare senza rispondere.
Com' che sei finito insieme a un bandito bruzio?
Mio padre non  mai tornato dalle guerre in Spagna. La sua voce esprimeva un'amarezza che andava ben al di l della sua giovane et. Mia madre si  indebitata e abbiamo perso i nostri terreni.
Avresti potuto cercarti un lavoro onesto.
Come bracciante a giornata, agli ordini di un superiore?
A volte un uomo deve mettere a tacere il suo orgoglio.
Il ragazzo rest in silenzio.
Potevi arruolarti.
Chi non possiede un terreno non pu entrare in una legione.
A questa obiezione, Paolo non aveva modo di rispondere.
Quando fin di scavare la fossa, si era fatta notte, ma la luna era quasi piena e la sua luce illuminava il sentiero. In lontananza, un lupo ulul.
Paolo si sollev e aiut il ragazzo a trascinare il corpo verso la tomba.
Prendi quello che vuoi delle sue cose, gli disse.
Mentre il giovane rovistava tra i miseri averi del bandito, Paolo rest a osservare i resti dell'uomo che aveva ucciso. Cavagli gli occhi e la sua ombra non potr seguirti, tagliagli i piedi e non potr rincorrerti, strappagli la lingua e non potr fare il tuo nome, mozzagli le mani e il demone non potr farti del male. Era questa l'usanza antica, ereditata dai greci, tramandata dalla loro letteratura. Ma no, non era il caso stavolta: non era stato omicidio, ma autodifesa. Paolo gli aveva dato un'opportunit, il bruzio aveva tirato i dadi e aveva perso tutto.
Prese una moneta dal suo borsello e la infil tra le labbra del morto. Dis manibus: per le ombre negli inferi. L'uomo avrebbe avuto di che pagare il traghettatore.
Calarono il cadavere nella fossa, e il ragazzo inizi a ricoprirlo di terra.
Quando arriveremo alla strada per Crotone, ti lascer andare. Paolo prese dalla cintura alcune monete di valore. Prendi queste, ti aiuteranno a farti una nuova vita. Ti consiglio di andare a Roma: c' sempre qualche cantiere dove trovare lavoro, o qualche cassa da scaricare al porto.
Il ragazzo afferr le monete senza ringraziare.
Ma attento, aggiunse Paolo. Se ti rivedo sulla Sila, ti ammazzo.
...
.
...
Capitolo 2.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo)
...
.
...
Paolo raggiunse l'ultimo crinale e arriv finalmente a vedere il mare. Era piatto e argenteo come uno scudo, luccicava ai raggi del sole. Sotto di lui, in fondo alla stretta valle, il fiume serpeggiava tra ampie macchie di limo pallido trasportato gi dalle montagne. I terreni fangosi erano affiancati da campi rettangolari, oltre i quali si ergevano delle colline. I pendii esposti a sud erano terrazzati e ospitavano filari di alberi; quelli sul lato opposto, al contrario, erano stati quasi del tutto ignorati dagli agricoltori, e mostravano a tratti la roccia nuda e scura. Gli occhi di Paolo seguirono il fiume fino alla foce, per poi soffermarsi sulle mura e sulla manciata di case imbiancate della piccola colonia di Temesa.
Il resto del viaggio attraverso la Sila era stato tranquillo. La notte precedente, una volta raggiunto il bivio con la strada per Crotone, aveva mantenuto la promessa e liberato il suo prigioniero. Immerso in pensieri indecifrabili, il ragazzo se n'era andato in silenzio. Paolo aveva proseguito per quasi un'ora, prima di accamparsi piuttosto distante dal sentiero, al riparo di una macchia di aceri. Soltanto il lugubre richiamo di un gufo aveva disturbato il suo breve riposo. Nelle tenebre dell'ultima vigilia, aveva bardato i muli e si era rimesso in cammino.
Paolo si trattenne a esaminare il paesaggio. Laggi, appena fuori citt, nella parte meridionale della vallata, c'era la fattoria della sua famiglia. Appena sopra, le propriet dei loro vicini Severo e Iunio. Da quella distanza, la campagna sembrava placida e immutata. Ma le apparenze ingannano: proprio come in uno dei poemi alessandrini che aveva studiato da ragazzo, osservando meglio, studiando ogni riga e ogni parola, era possibile scoprire tanto altro sotto la superficie. Paolo era quasi a casa. Dunque non tutto era immutato, ora se ne rendeva conto. Il tetto della casa del vecchio Severo, sul fianco della collina, era crollato. L'edificio sembrava abbandonato, sebbene i campi intorno fossero ancora coltivati.
Dopo tre anni lontano da casa, non aveva alcuna fretta. Lasci che il suo sguardo si spingesse oltre il fiume, fino alla fonte Lyka e al tempio di Polite. Il santuario, cupo e antico, sorgeva all'ombra degli ulivi selvatici, ed era l'unica cosa che il mondo conoscesse di Temesa. In un tempo antico, molto prima che arrivassero i romani, Odisseo era sbarcato l durante il suo lungo peregrinare di ritorno da Troia. Uno dei suoi marinai, Polite, si era ubriacato e aveva violato una vergine del luogo, e per questo era stato lapidato dai locali. Odisseo era stato costretto a ripartire prima di poter vendicare e seppellire il compagno. Polite non pot dunque riposare tra i morti. Il suo demone inizi a infestare le colline, facendo strage di vecchi e giovani, mutilando uomini, donne e bambini. L'oracolo di Delfi ordin agli abitanti di erigere un tempio e offrire ogni anno al demone la vergine pi bella di Temesa. La ragazza veniva rinchiusa di notte nel tempio deserto, e la mattina dopo di lei restava soltanto un corpo smembrato. L'orrendo rituale continu fino a quando il pugile Eutimo, dopo aver trionfato tre volte nei giochi di Olimpia, si trov a passare per Temesa. La sua piet per la vittima designata in quell'anno si trasform ben presto in amore. Si nascose allora nel tempio e combatt contro il demone finch quest'ultimo non si arrese e si gett in fondo al mare. Eutimo spos la ragazza, e Polite non fece pi ritorno. Anche se i pi superstiziosi giuravano ancora di aver visto la sua ombra aggirarsi per i boschi intorno al santuario.
Gli occhi di Paolo cercavano un albero in particolare: un antichissimo ed enorme ulivo selvatico cresciuto accanto al tempio. Uno dei suoi rami sormontava il tetto del santuario, fin quasi a toccarlo. Da bambino, Paolo si era arrampicato su quell'albero. Era stata un'idea di Lollio, che poi per si era tirato indietro, lasciandolo a tentare l'impresa con l'unica compagnia del suo amico Alcimo. Erano riusciti a raggiungere il tetto, arrampicandosi fino a una botola nascosta nella facciata. Era chiusa a chiave. Forzarla sarebbe stato troppo imprudente: entrare nel tempio era un sacrilegio, e sarebbero finiti in guai tremendi se li avessero scoperti. Ma a convincerli davvero a tornare sui loro passi era stata la paura del demone. La parte pi difficile si era rivelata riuscire a trovare il coraggio di saltare di nuovo sul ramo.
L'Eroe di Temesa, l'appellativo con cui Polite divenne famoso, era l'unico motivo di notoriet per la citt natale di Paolo. Era una storia sanguinosa e terribile, ma almeno aveva avuto un lieto fine, proprio come la sua avventura d'infanzia. Paolo non era sicuro che il suo ritorno a casa si sarebbe concluso altrettanto bene, ma indugiare ancora non avrebbe comunque migliorato le cose. Raccolse le redini e ripart.
Non prese la via diretta, quella che scendeva al fiume, ma un sentiero che si manteneva sul fianco delle colline pi a sud. Non aveva alcuna voglia di incontrare i suoi vicini, n di rispondere alle loro domande banali e invadenti.
Da lass poteva vedere nella sua interezza la propriet di famiglia. Non era molto estesa, soltanto venti iugera, ovvero quanto di norma veniva concesso a un colono. Per percorrerne il perimetro non sarebbe servita pi di mezz'ora. Ma il terreno era buono. Dopo la sconfitta di Annibale i romani avevano confiscato met dei terreni dei suoi alleati bruzi, e avevano scelto quelli pi fertili. Un'ampia cintura di querce e faggi schermava la fattoria dalla strada e dal fiume, fungendo da riparo contro il vento che d'inverno si alzava dal mare e infuriava sulla valle da sud-ovest. La casa, il fienile, i torchi e le anfore per il vino e per l'olio, le stalle e i capanni per gli attrezzi: erano tutti addossati agli alberi. Davano le spalle al mare ed erano connessi da un muro, a formare una sorta di piccolo complesso. L'aia in pietra per trebbiare il grano era all'esterno, davanti al portone, per cogliere la brezza marina. Intorno alla casa si estendevano l'orto (le verdure venivano piantate in mezzo a meli e peri) e le stie per il pollame. Il cumulo di sterco era a est, sottovento. Dal crinale scendeva fino al fiume un ruscello, a ovest del quale c'era un ampio prato dove venivano lasciate le pecore, quando d'autunno le si riportava nella tenuta dai pascoli dell'alta Sila. A est si aprivano due campi: quello pi vicino agli edifici era piatto e coltivato a ulivi e grano, con le spighe tutte intorno ai fusti degli alberi. La recinzione a sud era terrazzata lungo il pendio: in quel punto le viti erano disposte in filari tra i tronchi argentati di altri ulivi.
A completare i possedimenti di Paolo c'era un terreno pi in alto, un appezzamento di cinque iugera che era stato portato in dote da sua madre. Si trovava a nord, dall'altra parte del fiume e oltre il crinale, a un paio d'ore di cammino. L cresceva il grano di gran lunga migliore, cos come l'uva pi dolce e le olive pi succose. Quel campo aveva un posto speciale nel suo cuore. Tra le colline rocciose che dominavano il terreno c'era una grotta, la cui entrata era nascosta tra i rovi. Nessuno sapeva della sua esistenza, tranne lui. Era l che Paolo si era spesso nascosto dal padre, da bambino. Non ne aveva mai parlato neanche agli amici Alcimo e Tazio.
Paolo riflett su come era organizzata la fattoria della sua famiglia. Coltivazioni tanto diverse ripartite tra terreni distanti, con prodotti differenti lasciati a crescere tutti insieme in campi piccoli e in vallate cos lontane l'una dall'altra, non garantivano certo i migliori raccolti. I ricchi stavano espandendo le loro propriet acquistando appezzamenti contigui e convertendo ogni campo alla coltivazione di un solo prodotto. Avevano abbastanza denaro per investire in nuove semine, e le squadre di schiavi e lavoratori stagionali fornivano loro le braccia necessarie per dei raccolti cos estesi. Ma per un piccolo coltivatore la strada vecchia era ancora la pi sicura. Se una tempesta avesse allagato una valle, magari ne avrebbe risparmiata un'altra. Se il grano di un campo si fosse ammalato, non avrebbe contagiato il terreno accanto.
Ora che era pi vicino, Paolo poteva vedere che diverse tegole del tetto del fienile erano cadute, sul recinto del pollaio si aprivano dei buchi, e il cumulo di sterco era troppo alto. Il tutto dava al posto un'aria di abbandono che non si aspettava di trovare. Contando in maniera inclusiva, come tutti i romani, Paolo era stato via tre anni. E non un singolo giorno era passato senza che la sua mente tornasse a questa fattoria. Ora, tutt'a un tratto insicuro delle proprie emozioni, condusse i muli lungo i tornanti del sentiero che scendeva per i terrazzamenti, verso casa.
Il portone della fattoria era socchiuso, i cardini avevano in parte ceduto sotto al peso. Mentre si avvicinava, dall'interno un cane abbai con violenza. Paolo si ferm. L'enorme animale nero dall'aria feroce arriv correndo, il pelo ritto e le zanne in mostra. Paolo trattenne le redini quando i muli indietreggiarono, terrorizzati dall'inattesa aggressione.
Il colosso si arrest a pochi passi da lui. I peli del collo formavano ancora una sorta di cresta sui muscoli delle spalle, ma i latrati erano scemati riducendosi a poco pi che un guaito. Sollevava nervosamente prima una zampa poi l'altra, con il labbro superiore tirato indietro in una sorta di ghigno. Infine si lanci verso Paolo.
Niger, vecchio fannullone!.
Il cane pass tra le sue gambe, poi si volt e ripet da capo il movimento.
Stavi dormendo? Di solito non abbai alle persone che conosci. Gli accarezz le orecchie e gli baci la testa. A meno che non ti sveglino.
Intanto l'animale continuava a girargli intorno. Alla fine il suo cranio ossuto sbatt contro il ginocchio del padrone.
Sei proprio maldestro, ma sei fantastico!.
Paolo alz lo sguardo. Un vecchio era in piedi sulla soglia del portone. Portava una tunica lacera, e i suoi capelli erano sporchi e spettinati. Teneva tra le mani una falce, con aria minacciosa. Osserv il nuovo arrivato con sguardo miope, senza parlare.
Eutyche.
Le rughe sul volto segnato dal tempo si rilassarono.
Dunque sei tornato.
S, disse Paolo. Aveva dimenticato quanto fosse sgradevole l'aspetto dello schiavo pi anziano della famiglia. Le folte sopracciglia davano a Eutyche un'aria caparbia, mentre il labbro inferiore cos prominente e molle lo faceva sembrare un idiota.
La tua nutrice  morta.
Quando?
Lo scorso inverno. Se l' portata via il freddo.
Rodope era stata la nutrice del padre di Paolo. Non era mai sembrata giovane.
E mia madre ha preso una nuova serva?.
Eutyche sbuff. Con quali soldi?.
Paolo non rispose. Dovevano essere stati tempi duri.
Non  che per caso sei tornato carico d'oro?
Che  successo a Severo, su in collina?. Paolo cerc di cambiare discorso.
Si  impiccato.
Che morte da femmine, disse Paolo.
Aveva perso la testa, andava dicendo di aver visto l'Eroe nella foresta.
La gente ne dice di cose. Dov' mia madre?
In casa. Dove, altrimenti?
C' da riparare la recinzione del pollaio.
Eutyche fece un gesto sprezzante. Troppo lavoro per un uomo solo, ora che il pastore se n' andato lass sulla Sila.
Ora ci sono io.
S, disse Eutyche senza troppo entusiasmo. Ti sei tagliato sul braccio.
Non  niente.
L'incontro era durato abbastanza. Gli pass le redini. Mentre lo schiavo teneva fermi i muli, Paolo sleg lo scudo e i giavellotti, recuper l'elmo e l'armatura dal bagaglio, e ne tir fuori anche un fagotto avvolto con cura. Da' da bere e da mangiare ai muli, pi tardi ti aiuto a tirare gi il carico. Non toccare il bagaglio.
Paolo arriv davanti alla casa, mentre Niger trotterellava allegro seguendo i suoi passi. L'edificio aveva due piani, ma non era molto ampio. Ora che aveva visto Roma e le citt d'Oriente, quelle quattro mura di pietre e malta gli sembravano tozze e antiquate. Era un pomeriggio caldo e la porta era spalancata, cos come le ante delle finestre prive di vetri. Dall'interno arrivavano gli scatti e il fruscio del telaio. Entr nella penombra.
Quando i suoi occhi si abituarono al buio, riconobbe la madre, Annia. Lei si alz, interrompendo la filatura della lana.
Salute e ogni gioia, disse.
Paolo ripet quel saluto formale.
Al tuo amico Lollio  arrivata la lettera che hai mandato.  venuto qui e me l'ha letta. Si avvicin al figlio e lo baci. Le sue guance erano secche e leggermente ruvide, come un vecchio papiro, e avevano l'odore della lanolina.
Paolo la tenne a distanza per osservarla meglio: il suo viso era forte e mascolino, ancora di pi con i capelli tirati indietro.
Devi fare un'offerta agli di della casa. Si sottrasse alla presa del figlio, senza chiedergli come si sentisse, senza fare cenno alla fasciatura sul braccio. Se Paolo sperava in un benvenuto pi caloroso, era il momento di ricredersi.
Tra un attimo.
Il silenzio della madre trad il suo disappunto.
Paolo inizi a rimuovere le coperte in pelle attorno allo scudo e all'elmo, e sciolse il panno oliato in cui aveva avvolto l'armatura. Controll che non fossero arrugginiti, dopodich li appese al muro ai soliti ganci, insieme ai giavellotti. Slacci il fodero dalla cintura e ripose la spada inguainata sul piedistallo, al di sotto del resto dell'equipaggiamento. Infine estrasse dal fagotto una corona di foglie di quercia tenute insieme da un nastro. Erano secche e crepitavano tra le sue dita. Una cadde a terra. Si chin a raccoglierla, per poi riporla insieme alla corona accanto alla spada.
La corona civica veniva tributata a chiunque salvasse la vita a un cittadino romano e tenesse la posizione fino alla fine della battaglia. Un uomo del genere andava onorato per il resto della vita: esonerato dai pubblici doveri, gli spettava un posto d'onore durante i giochi. Perfino un senatore romano era tenuto ad alzarsi in piedi al suo ingresso.
Paolo osserv la corona cercando di fare ordine nei suoi sentimenti. Certo, provava orgoglio, ma anche una terribile tristezza. Aveva salvato l'uomo sbagliato.
Fu sua madre a riportarlo al presente. Aveva acceso il fuoco sull'altare, e ora gli stava porgendo un piattino con del vino.
Un uomo che si fosse macchiato di un reato di sangue non avrebbe dovuto avvicinarsi agli altari degli di. Non aveva potuto evitarlo mentre era sotto le armi: seguire la disciplina militare significava anche attenersi ai suoi rituali. Ma ora non era pi un soldato, e quelli erano gli di protettori della sua stessa casa. L'atto sacrilego sarebbe stato una sua personale responsabilit.
Cercando di non far trasparire la propria riluttanza, Paolo si port davanti al piccolo tempio. Il genius della casa era dipinto nelle fattezze di un uomo distinto in toga. Il guardiano divino era affiancato e assistito da due spiriti. I lares danzavano allegramente, le tuniche ampie e svolazzanti. Ognuno dei due teneva in mano una brocca di vino e una coppa, mentre un serpente si avvolgeva ai loro piedi. La rozza manifattura locale non diminuiva il potere di quelle divinit. Paolo chin la testa, si port la destra al cuore e mormor alcune formule di rito.
Nelle case pi agiate ogni avanzo di cibo portato via dalla sala da pranzo veniva offerto ai lares. Ma l non era mai avanzato nulla. Perfino il piattino conteneva solo una minima quantit di vino. Paolo offr la libagione, e il liquido sibil tra le fiamme.
Devi andare a controllare la fattoria, disse sua madre.
Lo far domani.
Ogni volta che tuo padre faceva ritorno, ispezionava subito le sue propriet. La sua voce era tagliente.
Mio padre non si  mai spinto oltre Crotone. Paolo si pent di quelle parole nel momento stesso in cui le pronunci.
Tuo padre era un uomo coraggioso. Il fato ha voluto che non venisse mai reclutato. Era una persona buona, rispettava gli di, non beveva mai oltre misura, e si  scavato la fossa da solo spezzandosi la schiena nei campi per il nostro bene.
 stato un lungo viaggio, ora sono stanco, disse Paolo cercando di assumere un tono conciliante. Eutyche ti porter in citt per comprare una nuova serva.
Prese una manciata di monete dal borsello che portava alla cintura. Lei le accett senza parlare.
Puoi usare uno dei muli.
Sono andata a piedi a Temesa per tutta la vita, non sono n malata n zoppa.
Paolo si volt e usc dalla casa.
Me la sono cavata bene anche da sola in questi tre anni, disse lei seguendolo.
Paolo aiut a scaricare i muli, dopodich osserv la madre allontanarsi con Eutyche.
Rimasto solo, Paolo si concentr sul compito di nascondere il bottino. Seppell la maggior parte delle monete nel fienile, insieme alle spade che aveva sottratto ai banditi, avvolgendo tutto in tessuti oliati. Poi rastrell il fienile per dissimulare il terreno smosso. Mise al sicuro alcune delle monete di pi alto valore dietro una pietra allentata nel muro alle spalle del torchio per l'olio. Era un nascondiglio che aveva utilizzato fin da bambino. Infine prese una scala e infil la sacca con il servizio da vino in oro tra le travi del soffitto e le tegole, al riparo da sguardi indiscreti. Non srotol i panni in cui aveva avvolto le coppe, il recipiente per mescolare il vino e quello per raffreddarlo. Soprattutto quest'ultimo. Non aveva alcuna voglia di rivederlo.
Stava riportando la scala nel capanno quando Lollio, il suo amico d'infanzia, entr nel cortile. Paolo non l'aveva sentito arrivare. Niger gli girava attorno scodinzolando.
Gi all'opera?, disse Lollio.
Si era staccata una tegola.
Lollio sollev un dito e indic il tetto del fienile: Anche l ne manca qualcuna.
Quello pu aspettare.
L'amico avanz per abbracciarlo, ma Paolo si irrigid. Anche soltanto toccare un uomo dalle mani insanguinate poteva portare rovina.
Chi si aggiudica una corona civica diventa troppo importante per abbassarsi a salutare i vecchi amici?
Mi dispiace, l'esercito mi ha fatto dimenticare le buone maniere. Paolo abbracci l'amico.
Bentornato a casa, vicino!.
Vicino?
Dopo che Severo si  impiccato, mio padre ha comprato la sua propriet. Lollio inclin il suo volto allungato, quasi da asceta, e studi attentamente Paolo. Sembri cambiato.
Sono cambiato, pens Paolo. Ma no,  solo che sono appena tornato.
Lo so, me l'ha detto Kaido. Ti ha visto mentre passavi per Ad Fluvium e attraversavi il ponte.
Io non l'ho vista.
Magari si  tramutata in un uccello.
Non avrai iniziato a credere anche tu a quelle stupidaggini sulle metamorfosi?
No, ma ci credono i nativi.
Paolo sorrise. Quindi hai legato con la vecchia strega bruzia?.
Lollio ricambi il sorriso, trasformandosi dall'austero adulto che era adesso al ragazzino impulsivo che Paolo ricordava. L'ho incrociata lungo la strada. Uno dei nostri schiavi  scomparso dai pascoli sulle colline.
Scappato?
Probabilmente si  unito ai banditi che infestano l'alta Sila. Non so proprio cosa mio padre si aspetti da me.
Paolo sollev il braccio fasciato. Ne ho incontrati due mentre scendevo.
Che fine hanno fatto?
Uno  morto, l'altro se l' cavata.
Lollio scoppi in una risata. Kaido aveva ragione quando mugugnava che avevi le mani sporche di sangue. Ha farfugliato che ti porti dietro un presagio di morte o qualcosa del genere.
Non c' bisogno che un dio ti possieda per fare un'ipotesi del genere riguardo un veterano. Il tono di Paolo era calmo, non tradiva l'improvvisa fitta che aveva sentito al cuore. La caserma deve avermi spogliato di ogni educazione. Entra in casa e prendi qualcosa da bere.
Ti ringrazio ma devo rifiutare, sar meglio che vada a portare a termine il compito che mi ha dato mio padre. A proposito del mio vecchio, devi venire al banchetto che sta organizzando per dopodomani, alle calende di agosto.
Non saprei.
Vorr di sicuro vederti.
Grazie, allora.
Lollio tacque un momento per pesare bene le parole. Ci sar anche Fidubio.
Paolo trasal, come se lo avesse schiaffeggiato.
Prima o poi dovrai rivederlo, disse Lollio con apprensione sincera. E dunque meglio prima, no? Tutti noi abbiamo letto la lettera del console. Ci che  successo a suo figlio non  stata colpa tua. Nessuno pianger la morte di Alcimo pi di te. Lo sanno tutti che non hai colpe.
...
.
...
Capitolo 3.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Mentre il sole si immergeva nel mare e torme di trampolieri si levavano in volo dall'estuario, Paolo fece il suo ingresso a Temesa. L'aria risuonava dei versi degli uccelli marini. Era stanco. La mietitura del grano era iniziata quel giorno. Anche se non era possibile mettersi al lavoro prima che il sole facesse evaporare la rugiada, in estate le dodici ore di luce parevano infinite. La sua spossatezza, tuttavia, non aveva nulla a che fare con il duro lavoro nei campi, n con i colpi incessanti e ritmati della falce.
Paolo si era svegliato nel cuore della notte. Non aveva neppure avuto bisogno di vederle per essere certo che fossero l: tre figure oscure e ingobbite, che dormivano a terra nella sua stanza. Il respiro delle donne era regolare, il loro sonno profondo e sereno. Era rimasto immobile per buona parte della notte, per non svegliarle, per non essere costretto a sorbirsi le loro accuse. Infine doveva aver ceduto al sonno. Quando Eutyche era venuto a chiamarlo, le tre vecchie erano gi scomparse.
La casa di Vibio, il padre di Lollio, occupava un intero isolato della strada principale di Temesa, con la sua facciata scarna e imponente di pietre squadrate. Sul portone, un servo gli prese il mantello e lo accompagn all'interno. Nel grande atrio, un portico si ergeva su colonne di marmo pregiato. Paolo riconobbe diversi servi e lanternarii degli altri ospiti. Si alzarono in piedi e si portarono le dita alle labbra chinando la testa in segno di riverenza. L'ultimo a sollevarsi fu un uomo che non conosceva. Lo schiavo si produsse in un inchino alla buona; le spalle larghe e il mento sporgente gli davano un'aria minacciosa. Passandogli davanti, Paolo sent un profumo di lavanda e cannella, un chiaro indizio che l'energumeno doveva essere il favorito di qualche dignitario locale.
Il triclinio si affacciava su un giardino con una fontana e diverse statue greche illuminate con sapienza. Gli ospiti non avevano ancora preso posto, se ne stavano a chiacchierare sorseggiando dalle coppe. Fidubio fu la prima persona che Paolo incontr. Perlomeno il padre di Alcimo non avrebbe dovuto alzarsi in piedi al suo ingresso: sarebbe stato davvero imbarazzante.
Salute e ogni gioia a te, Gaio Furio Paolo.
Paolo ricambi il saluto. Alcimo era un bravo cittadino, un soldato valoroso e un amico sincero. Che la terra gli sia lieve.
Il volto pallido del vecchio era immobile come una maschera mortuaria. Non mi sono mai illuso che mio figlio fosse immortale. Come hai detto, possa la terra straniera posarsi leggera sulle sue ossa.
Da bravo ospite, Vibio aveva atteso che il doloroso scambio finisse, prima di farsi avanti e salutare Paolo con un abbraccio.
Bentornato a casa! Sia lode agli di.
Senza attendere risposta, Vibio lo prese sottobraccio.
Permettimi di presentarti gli altri ospiti.
Erano stati preparati tre letti triclinari per nove uomini. Oltre al suo amico Lollio, Paolo conosceva gi Urso, il sacerdote del tempio di Polite, e due degli altri tre possidenti terrieri del luogo. L'ultimo ospite era un filosofo greco del quale non riusc ad afferrare il nome.
Vibio vers un'abbondante libagione e fece accomodare tutti ai loro posti.
Prima che gli ospiti si stendessero sui letti, degli schiavi tolsero loro i sandali, lavarono mani e piedi cospargendoli di unguenti e posero sul loro capo corone di rose. Gli schiavi stessi portavano ramoscelli di mirto tra i capelli. Paolo fu contento di aver lasciato la corona civica sul piedistallo: quelle foglie di quercia avrebbero attirato attenzioni indesiderate, e destato ricordi dolorosi a Fidubio e a s stesso.
Paolo venne fatto accomodare sul letto di destra, tra Urso e il suo amico Lollio. Fu sollevato di vedere che il posto d'onore sul letto al centro era stato assegnato a uno dei possidenti. Era un segno che tra quelle mura l'et e la dignitas valevano pi del servizio militare, o forse, data la presenza del padre di Alcimo, soltanto un altro esempio del tatto del padrone di casa.
Gli schiavi servirono la prima pietanza sui tavolini bassi davanti a ciascun letto. Uova sode e piccoli pesci fritti, accompagnati da un'insalata di lattuga e rucola: niente di troppo elegante, ma di buon sapore, e in pi il pane era stato appena sfornato. Dopo un'intera giornata di lavoro nei campi, Paolo aveva fame, ma fece comunque attenzione a non arraffare pi di quanto gli fosse dovuto, evitando di mangiare con eccessiva avidit. A forza di botte, suo padre era riuscito a inculcargli le buone maniere.
Chi  il padrone di quel grosso schiavo nell'atrio?, chiese Paolo a Lollio sottovoce, in modo che il sacerdote non sentisse. Quello con la mascella enorme e l'aria insolente.
Intendi Crotone? Appartiene a Fidubio.
Crotone?
 l che Fidubio l'ha acquistato. Un'espressione di disgusto solc il viso di Lollio. Brutto ceffo cresciuto in citt, ora fa il custode nella propriet di Fidubio. Ha alzato la cresta da quando si  saputo che Alcimo era morto. Forse anche il cuore austero del vecchio Fidubio ha bisogno di qualcuno a cui rivolgere le proprie attenzioni. Se cos fosse, Crotone  una pessima scelta.
Nella stanza si chiacchierava del pi e del meno, soprattutto riguardo ai terreni: chi possedeva cosa e quanto valeva, schiavi e braccianti che per definizione non erano mai abbastanza. A parte il filosofo, i convitati conoscevano bene l'argomento. Il padrone di casa e gli altri cinque proprietari pi anziani possedevano buona parte dei terreni intorno Temesa e sulla Sila. Ai tempi del nonno di Paolo, Roma aveva confiscato met del territorio dei bruzi, come punizione per essersi schierati dalla parte di Annibale. Gran parte dei terreni erano stati dichiarati suolo pubblico e messi a disposizione dei cittadini che volessero usarli come pascolo, ma gli appezzamenti migliori erano stati riservati ai nuovi coloni. Trecento veterani erano arrivati con le loro famiglie, e a ognuno erano stati affidati venti iugera di terra. Ai trenta cavalieri presenti tra i coloni era stato assegnato il doppio. Ovviamente questo equilibrio non era durato neanche il tempo di una generazione, non tanto per l'impegno dei proprietari o per la fertilit del terreno, quanto per questioni di matrimoni ed eredit. Secondo il costume romano, una propriet doveva essere divisa equamente tra i figli. Avere soltanto un erede garantiva che i possedimenti di famiglia restassero intatti, e anzi si poteva sperare di accrescerli grazie a un buon matrimonio. Anche Paolo era figlio unico, cos come suo padre, mentre sua madre aveva altri tre fratelli, e quindi non aveva potuto contare su una grande eredit. Altre famiglie, come quelle a cui appartenevano tutti gli altri ospiti, erano riuscite a fare molto meglio.
Per chi aveva denaro da investire, erano disponibili altri modi di fare soldi. Gli amanti del rischio potevano acquistare una quota di un carico in partenza dal porto, ma solo gli imprudenti si avventuravano per questa strada: un solo naufragio poteva mandare in rovina una famiglia. Investire sulle propriet era molto pi sicuro. Una volta comprata una casa in citt o una bottega, un uliveto o un pascolo, non era difficile trovare un affittuario che garantisse una rendita fissa. Guadagni ancora maggiori potevano essere conseguiti unendosi ad altri possidenti per formare compagnie e ottenere appalti per la raccolta del legno o della resina sull'alta Sila. Il materiale veniva poi trasportato a valle sul fiume Savuto per essere smistato da Temesa lungo le vie di commercio. Il padre di Paolo aveva parlato spesso di progetti del genere, ma non aveva mai avuto i mezzi necessari per realizzarli.
Fu servita la portata principale: pollo con ceci e lenticchie e un maialino da latte per ognuno dei letti. Quest'ultimo era un piatto piuttosto costoso, e assolutamente squisito. Ancora una volta, Paolo dovette tenere a freno i propri impulsi. Per evitare di bere troppo velocemente, si mise a osservare meglio ci che aveva intorno. Alle pareti c'erano dipinti che non aveva mai visto prima: le fatiche di Ercole, di chiara fattura greca. Per un attimo la sua mente fu trasportata altrove. Con le narici sature di un fetore acre di carne bruciata, vide i soldati ubriachi fradici che ridevano e giocavano a dadi sul dipinto che avevano strappato dalla cornice. Ercole si contorceva in agonia mentre il veleno gli entrava nella pelle. Paolo allung tre dita di nascosto, una dietro l'altra, scandendo nella mente la sua difesa: Non  stata colpa mia. Non volevo che accadesse. Non merito di essere maledetto.
Distogliendo lo sguardo dalle immagini, Paolo afferr la sua coppa con mano ferma. Fece un sorso e osserv le armi cartaginesi in bella mostra. Le conosceva bene. Le due lance spezzate, lo scudo frantumato, l'elmo pieno di ammaccature e lo spadone erano l fin da quando era bambino. Il nonno di Lollio le aveva strappate dai corpi dei nemici sul campo di battaglia di Zama. Il passato fu di nuovo sul punto di travolgere Paolo. Sent l'odore di bruciato, accompagnato stavolta dalle urla di donne e bambini. Serr le orecchie a quelle grida di terrore, fece un'abbondante sorsata di vino e si costrinse ad ascoltare il filosofo greco.
La caccia  senza dubbio il miglior modo di allenarsi alla guerra. Che si pratichi nella calura estiva o sotto i gelidi venti d'inverno che spazzano terre selvagge, fortifica il corpo, ma apporta benefici anche maggiori allo spirito. Il cacciatore avvista la preda, poi ne perde le tracce. E cos la sua anima si esercita a far fronte alle vicissitudini della sorte.
Urso tocc la mano di Paolo sussurrandogli: Tipica impertinenza da greco.
Il sacerdote era molto vecchio, e il suo volto scavato era attraversato da rughe profonde. Al di sotto del lungo naso, le labbra sottili erano tese in un cenno di disapprovazione. Come osa questo piccolo greco peloso dare lezioni ai presenti? Per non parlare di te, che ti sei guadagnato la corona civica!.
Non ami molto i greci, vero?, chiese Paolo. Non aveva alcuna voglia di parlare della sua corona.
Urso lo guard negli occhi. Avevo avvertito tuo padre che stava sprecando i suoi soldi, quando ti mand a studiare da quel maestro greco. Tutto ci che viene da quella terra - le terme, i teatri, la contemplazione inutile dell'anima, i dubbi sull'esistenza degli di - tutto, dico, mette a rischio la virilit di un uomo romano. Tutto avvelena le radici del mos maiorum, e senza i costumi dei nostri antenati noi non siamo niente.
Il sacerdote tacque un momento, poi parl ad alta voce, cos che tutti potessero sentire: L'unico greco buono  un greco morto, o al massimo uno schiavo.
Il silenzio che segu mise tutti a disagio.
Il filosofo cerc di ribattere: All'uomo saggio la morte non fa paura.
Urso lo fiss con sguardo feroce. All'uomo pio fa paura il castigo degli di.
Vibio fece cenno agli schiavi di servire le noci e la frutta, e di versare altro vino.
Raccontaci della campagna d'Oriente, Paolo, disse Urso. La strage di greci era senza dubbio un argomento congeniale.
Sarebbe troppo doloroso per Fidubio. Paolo percep di nuovo lo stesso fetore di bruciato.
Morire per la propria patria  una cosa bella, rispose il sacerdote. Siamo cresciuti tutti con i racconti dei nostri padri sulla guerra contro Annibale.
Paolo lanci un'occhiata a Fidubio. La sua maschera era caduta. Il padre di Alcimo ricambi il suo sguardo con odio profondo.
Abbiamo marciato a lungo, combattuto due battaglie e bruciato la citt di Corinto. Le tempie gli battevano, mentre nelle sue orecchie risuonavano le urla delle donne e dei bambini.
Corinto, disse uno dei proprietari terrieri, la citt pi ricca d'Oriente.
Non pi, rispose Paolo.
E il bottino?. Gli occhi del piccolo possidente risplendevano di pura avidit. Dev'essercene stata una montagna!.
Per la gran parte, gli oggetti preziosi sono andati distrutti o bruciati. Il resto  stato raccolto e suddiviso tra i soldati, come impone la disciplina militare.
Allora devi essere tornato a casa ricco come il nostro Vibio!, esclam l'uomo ridendo, come ubriaco della sua stessa ironia.
A Paolo sembrava che una fascia di metallo si stesse stringendo sempre pi attorno alle sue tempie. A stento riusciva a respirare. I centurioni e gli alti ufficiali hanno guadagnato bene, ma ai legionari comuni non  arrivato granch.
Come no..., rispose l'uomo strizzando un occhio.
Vibio si intromise: Lasciamo che il ragazzo mantenga il suo pi che appropriato riserbo, e godiamoci l'ascolto del suonatore di flauto che ho chiamato.
Paolo doveva andar via. Si alz in piedi a fatica e disse: Ti ringrazio, Vibio. Perdonatemi, ma domani mi aspetta una lunga giornata di mietitura.
Sul volto del padrone di casa balen un'espressione di stizza, ma subito i suoi modi tornarono gentili come sempre: Ma certo, Paolo. Chi tra noi ha una certa et a volte dimentica cos' il lavoro duro. Che gli di posino le loro mani su di te.
Gli schiavi erano ancora in attesa nell'atrio. Paolo squadr Crotone con aria torva. Il custode ricambi lo sguardo con freddezza, abbassando appena la testa e accennando un mezzo sorriso insolente. Paolo sent montare la rabbia. Gli avrebbe volentieri cancellato quel sorrisetto dal volto. Ma prima che reagisse seguendo l'istinto, un servo gli porse il suo mantello e lo accompagn al portone.
Non volendo ancora ritornare a casa, Paolo si diresse verso il mare, attraversando i vicoli della citt. Per un attimo pens di entrare nella taverna di Roscio. L'oste era una vera testa vuota, sempre pronto a credere alle pi assurde superstizioni. Da ubriaco, Roscio si incupiva e iniziava a maledire il fato per avergli sottratto la fattoria di famiglia e averlo costretto ad aprire una bettola. Non era forse anche lui un cittadino romano, discendente di una pura razza di coloni? Ma da sobrio era una compagnia gradevole, sapeva come mantenere una buona taverna, e in pi le sue ragazze erano pulite e ben disposte. Paolo pens ad Apollonia e a Brindisi, e scart l'idea. Avrebbe significato bere altro vino e molto probabilmente finire in una rissa, visto il suo umore.
Le strade che scendevano al porto erano buie e deserte. Perso nei suoi pensieri, Paolo non fece caso a ci che gli stava intorno. La colpa non era certo degli invitati alla cena. Era ovvio che Fidubio lo odiasse, non poteva essere altrimenti: lui era tornato, Alcimo no. Non c' nulla di pi tragico di un genitore che sopravvive a un figlio. Quanto agli altri ospiti, non potevano capire. I vecchi coloni l'avrebbero compreso: avevano combattuto in Italia e in Africa, e Temesa era stata la loro ricompensa. La colonia doveva servire a controllare i bruzi e a combattere i banditi sulla Sila e i pirati lungo le coste. I suoi fondatori e i loro discendenti erano dispensati da ogni altro dovere militare. La generazione successiva, quella dei possidenti con cui era appena stato a cena, non aveva mai marciato dietro gli stendardi, non aveva mai dovuto impugnare l'acciaio.
Quando il plotone di reclutamento era arrivato in citt, Paolo e Alcimo si erano arruolati da volontari. I bruzi, invece, non avevano avuto scelta: esclusi dalle legioni italiche alleate, erano stati coscritti come servitori di campo. Avevano sopportato le privazioni e la disciplina della vita militare, condividendone i pericoli ma rimanendo in buona parte esclusi dalle ricompense. Da Temesa erano partiti in trenta. Solo sei avevano fatto ritorno. Alla cena non si era parlato n dei bruzi sopravvissuti n di quelli morti, come se nessuno si fosse accorto di loro. Eppure, di tanto in tanto, a Paolo capitava di pensare a chi aveva perso la vita, ai suoi genitori, la moglie, i figli.
I moli erano quasi deserti. Un paio di magazzinieri guardarono con sospetto la corona di rose e i begli abiti di Paolo: i giovani ubriachi di ritorno da una festa portavano solo guai. Quando videro che era solo, accennarono un cordiale saluto.
Paolo prosegu fino alla fine della banchina. Lontano, oltre i mercantili ormeggiati, le nuvole lanciavano ombre rapide sul mare. L'aria notturna era fresca e odorava di sale e di pesce, di pece e di legno sbiadito al sole. Paolo e Alcimo si erano arruolati per i soliti motivi, quelli che da sempre spingono i giovani a impugnare le armi: volevano mettersi alla prova, vedere il mondo e fare fortuna. Entrambi erano riusciti nei primi due obiettivi, ma solo Paolo nell'ultimo. All'epoca erano inseparabili. Poi Tazio, il giovane pi scaltro dei vicoli di Roma, si era unito alla compagnia. Le Tre Grazie, cos li aveva chiamati il centurione per prenderli in giro. Insieme fino alla morte, amava dire Alcimo, senza sapere quanto fossero premonitrici le sue parole.
Tra le nuvole che solcavano il cielo, alcune stelle splendevano luminose: le Pleiadi, la cintura di Orione, le stesse costellazioni che brillavano sopra Corinto. E in un attimo Paolo si ritrov l, davanti a quell'ultima casa.
La strada era invasa dal fumo. La fuliggine vorticava tra le fiamme come neve nera.
Un'altra casa e andiamo via, disse Tazio.
Abbiamo gi raccolto abbastanza, rispose Alcimo tossendo. Respirare era diventato quasi impossibile.
E Paolo: Alcimo ha ragione, le fiamme ci taglieranno la via del ritorno.
Ma Tazio insist: No, un'ultima casa. E i suoi occhi si accesero di una luce nuova e folle.
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Un anno prima. Anno 608 Ab Urbe Condita, (146 avanti Cristo).
...
.
...
Il console sal sulla tribuna seguito dai suoi ufficiali veterani. Calmo e solenne, Lucio Mummio si prepar a rivolgersi alle truppe. Sullo sfondo, dietro la tribuna, si ergevano le mura di Corinto, e ancora oltre, a dominare la citt, l'acropoli a due picchi: l'inespugnabile Acrocorinto, una delle tre fortezze chiamate le chiavi della Grecia. L'esercito era accampato nella piana da due giorni, durante i quali le porte di Corinto erano rimaste spalancate. Ma nessuno ne era uscito, nessun soldato aveva provocato lo scontro n aveva fatto irruzione nel campo romano. N araldi n delegazioni di cittadini avevano provato a farsi avanti per negoziare la resa. Nessun profugo si era avventurato oltre le porte per scampare al pericolo. Eppure la citt non era abbandonata, l'esercito aveva visto il fumo dei fuochi accesi la sera per cucinare, e ogni tanto sui bastioni era possibile cogliere qualche movimento furtivo. Mummio aveva temporeggiato, temendo un'imboscata. Ma ora l'attesa era finita.
Soldati di Roma, la nostra causa  giusta. Mummio misur le parole, le sue frasi erano gravi e sonore, come si conf a un generale. Gli di sono dalla nostra parte.
Paolo, in piedi con Alcimo e Tazio nelle file anteriori, aveva un'ottima visuale e riusciva a sentire ogni parola. Il loro manipolo si era guadagnato quella posizione perch aveva scavato e ammassato il terreno sul quale era stata eretta la tribuna.
Non abbiamo voluto noi questa guerra. La nostra potenza si fonda sulla buona fede e sulla prontezza con cui garantiamo la sicurezza di Roma. Manteniamo sempre la parola, e proteggiamo noi stessi e i nostri alleati. Mummio indic la citt. Gli achei che governano Corinto hanno scelto una strada diversa, rifiutando l'offerta ragionevole che abbiamo rivolto loro.
Con un gesto plateale, Mummio sollev una toga, il cui bianco immacolato era violato da macchie marroni. Gli achei hanno insultato Lucio Oreste, cercando perfino di aggredirlo: un gesto empio teso a provocare la morte del nostro legato. Nella loro follia, gli achei ci hanno dichiarato guerra. Questi greci, questi minuscoli esseri, hanno avuto il coraggio di chiamare i romani a battaglia. Hanno perso, e ora devono affrontare le conseguenze delle loro scelte.
Tazio fece un sorrisetto. E tutti noi diventeremo ricchi. Il centurione richiam al silenzio le truppe.
Il senato ha decretato la completa distruzione di Corinto. Mummio fece una pausa, affinch i soldati potessero apprezzare fino in fondo l'enormit della sua dichiarazione. Molto tempo fa, gli achei saccheggiarono Troia. Noi romani discendiamo dai troiani, e oggi avremo la nostra vendetta.
Il discorso di Mummio and infervorandosi, e il console inizi a muoversi avanti e indietro lungo la tribuna.
Giustizia congiunta a necessit richiede questa tremenda devastazione. La ricca Corinto non dovr mai pi risorgere.
Tazio diede un colpetto di gomito a Paolo. Il centurione lo raggel con lo sguardo.
Il terreno qui  oltremodo fertile, e l'istmo  fondamentale per il commercio. Gli uomini di questa citt si sono arricchiti a dismisura, e la ricchezza porta inevitabilmente al lusso, e questo al vizio e alla degenerazione. E gli uomini degenerati sono i nemici di Roma. Per prevenire una nuova guerra, per salvaguardare la nostra virt e la nostra sicurezza, Corinto deve essere distrutta!.
Anche come avvertimento per tutti gli altri greci, mormor Tazio.
Di' un'altra parola e te la faccio pagare, sibil il centurione.
Un corpo scelto di uomini ha ricevuto l'ordine di avanzare e occupare l'Acrocorinto. Ora Mummio si era fermato, assumendo un tono brusco. Soldati della seconda legione, voi entrerete in citt dalla porta Istmia, facendovi strada con le armi fino al tempio di Apollo. L attenderete nuovi ordini. Nessun legionario dovr rompere le righe, e non ci sar alcun saccheggio finch non sar dato il segnale che la cittadella  caduta.
Tra i ranghi si diffuse un mormorio carico di eccitazione, avidit, brama e ferocia.
Marciate in silenzio. Ascoltate gli ordini. Mantenete la disciplina. Fate il vostro dovere. Allo squillo della tromba, uccidete qualsiasi uomo in grado di tenere le armi, e risparmiate soltanto i cittadini in grado di offrire una buona ricompensa. Corinto  nostra, in base alle leggi della guerra. Non date fuoco alla citt finch non vi sar detto di farlo.
Mummio si volt e abbandon la tribuna.
Acaico! Acaico!, inizi a inneggiare Tazio. Presto tutti gli altri si unirono.
Mummio si ferm e sollev il braccio per ordinare il silenzio.
L'acclamazione si smorz fino a cessare del tutto.
Questa campagna non  stata combattuta per la mia gloria personale. Mi bastano i nomi che mi ha dato mio padre. Mummio scese i gradini e si allontan.
Stavolta la leccata di culo non ha funzionato, disse Alcimo.
Be', bisognava pur tentare, rispose Tazio con aria sfacciata. Chi non prova non riesce.
Due lunghe mura collegavano la citt al porto del Lecheo, a ovest, sul golfo di Corinto. Era evidente che fossero molto vecchie, piene di erbacce e in parte crollate. Qua e l c'erano ancora cumuli recenti di pietre e materiali da costruzione, gli ultimi disperati tentativi di effettuare delle riparazioni. I capi achei dovevano aver deciso di preparare Corinto a un assedio, salvo poi cambiare idea.
La porta Istmia era aperta. La legione fu fatta avanzare in un boschetto di cipressi. Il centurione Nevio, Paolo, Alcimo e Tazio erano gi stati l. La loro centuria era schierata sul fronte degli hastati. Conoscevano la strada. Il resto della legione, i principes, i pi vecchi, e i triarii veterani, li avrebbero seguiti. Con un po' di fortuna, pens Paolo, questa escursione a Corinto sarebbe andata meglio della precedente.
Osservarono la fanteria leggera accelerare il passo sul davanti. I velites erano le reclute pi giovani e pi povere. A differenza dei pi ricchi ed esperti, non portavano armatura. Ad alcuni mancava perfino l'elmo, e potevano contare soltanto su piccoli scudi e giavellotti leggeri.
La loro avanzata non provoc alcuna risposta. Lungo le mura non si muoveva una foglia.
A circa cinquanta passi dalle mura, appena fuori dalla portata delle armi da getto, i velites si fermarono. Le pelli di lupo che molti di loro portavano sulla testa si voltavano a destra e a sinistra, come se appartenessero ancora a predatori che avevano fiutato un pericolo.
Una tromba diede il segnale di avanzare. I velites si raggrupparono e ripresero la corsa.
Dopo che ebbero oltrepassato l'arco della porta, non ci fu alcun rumore a parte il fischio del vento che passava tra le fronde degli alberi. Tutti erano in attesa del frastuono che avrebbe annunciato un'imboscata.
Le orecchie e il muso di un lupo comparvero sui bastioni al di sopra della porta. Il ragazzo fece segno che la strada era libera.
Tocca a noi, gente, disse il centurione. Proseguite piano, restate vicini. Non sappiamo ancora cosa ci aspetta pi avanti.
Lungo la porta c'erano diverse officine, tutte in buono stato. Un carro era fermo all'esterno, accanto a una catasta di centinaia di tegole. Gli operai dovevano aver abbandonato i loro attrezzi soltanto pochi minuti prima.
La colonna svolt a sinistra e si ferm di fronte all'ostacolo successivo, la vera difesa della citt. Queste mura erano pi alte, costruite con pietra liscia e lavorata, impossibile da scalare a mani nude. Ma anche qui non si vedevano truppe di difesa, e la porta era spalancata.
Serrate i ranghi, url il centurione.
La vicinanza di compagni di tenda e altri soldati dava agli uomini un primitivo senso di conforto. Stando ai veterani, non c'era niente di peggio che combattere all'interno di una citt: sarebbero stati disorientati e persi nelle stradine sconosciute, impossibilitati a mantenere la formazione, assordati dal rumore, circondati da nemici da ogni parte. Una tegola lanciata da un tetto dalle mani di una donna o di un bambino poteva risultare pi letale di qualunque spada. Gli assediati avrebbero avuto tutti i vantaggi del caso.
Potrebbe andare peggio dell'ultima volta, disse Tazio. Potrebbe essere un'altra Cartagine.
Tutti conoscevano i racconti della terribile lotta casa per casa con la quale la citt nordafricana era stata conquistata nella primavera di quello stesso anno. Quei giorni di spietato orrore avevano fatto impazzire non pochi soldati romani.
Zitti, idioti. Il tono del centurione era duro. Con uno sforzo dei muscoli della mascella prov a mostrarsi pi calmo. Se i greci non sono fuggiti, si stanno nascondendo. Si costrinse a rivolgere un sorriso a Paolo e ai compagni. Forse hanno saputo che stanno tornando le Tre Grazie. Chi non se la farebbe addosso?.
Gli hastati risero, producendo un suono che sal debole fino al cielo. Ma almeno un po' di tensione era stata sciolta.
Il centurione Nevio poteva essere un bastardo, ma era l'uomo che ogni soldato avrebbe voluto avere al suo fianco in battaglia.
Ancora una volta i velites avanzarono per primi, e ancora una volta non incontrarono alcuna opposizione.
 il momento, ragazzi, disse Nevio. Scudi in alto, occhi aperti, bocche cucite. Ascoltate i miei ordini.
Arrivarono a una lunga strada fiancheggiata da colonne. Fedeli ai loro ornamenti da lupo, i velites avanzarono furtivamente. Nient'altro si muoveva sotto il sole impietoso. La colonna prosegu lentamente. La marcia degli scarponi chiodati dei legionari e il tintinnio metallico delle armi riecheggiarono contro le facciate degli edifici. Nessun altro rumore sporcava l'aria.
Paolo esamin i tetti, ma un movimento inatteso davanti a lui riport la sua attenzione sulla strada.
Un giovane greco, solo e disarmato, era comparso da dietro una colonna.
Per un attimo nessuno reag.
Al centro della strada, il ragazzo cadde in ginocchio e sollev le mani.
Uno dei velites fece un paio di passi rapidi e scagli il giavellotto, che manc il bersaglio di un palmo. Il greco si sollev terrorizzato e si mise a correre. Il lancio successivo lo colp dritto in mezzo alle scapole. Mentre cadeva a terra, altri due giavellotti lo trafissero.
Recuperate le armi, url l'ufficiale affiancato ai velites. Lasciatelo l, proseguiamo.
Il sangue scorreva ancora tra le pietre della strada quando gli hastati raggiunsero il cadavere. Tazio si spinse in avanti per perquisirlo.
Torna in riga!, rugg Nevio.
Tazio obbed riluttante. Non farti mai pi venire in mente una cosa del genere. Chi abbandona le file ci mette tutti in pericolo. Se credi che la tua amicizia con Paolo mi impedir di mandarti al patibolo ti sbagli di grosso.
Mi dispiace, signore, disse Tazio. Stavolta perfino il terribile ragazzo di citt parve accusare il rimprovero e assumere un'aria sommessa. Non sarebbe durata a lungo. Come sempre.
Nel cuore della citt la colonna svolt a destra e sal per una ripida stradina fiancheggiata da edifici molto alti. Paolo la rammentava bene, ma era meglio non rivangare brutti ricordi. Quel genere di introspezione poteva privare un uomo del proprio coraggio. Quando giunsero a una collinetta soleggiata sulla quale si ergeva un tempio, si sforz di non guardare alla sua destra - verso l'arsenale o la casa.
Difendere il tempio sarebbe stato facile. Un muro esterno circondava il santuario. Al suo interno, il tempio stesso era tozzo e massiccio, con colonne solide, evidentemente molto antiche. La fanteria pesante si ferm e i velites sciamarono attraverso la porta.
Non riesco ancora a convincermi che ci che stiamo facendo sia giusto, disse Alcimo. Mandare uomini armati in luoghi sacri vuol dire provocare il fato.
Devi dare ascolto ai tuoi superiori, mio caro contadinello, disse Tazio. Ricordati cosa ci hanno fatto i corinzi. Gli di li hanno abbandonati, questi bastardi. Sono passati dalla nostra parte. Apollo se n' andato da qui, e ora vuole che i suoi terreni sacri passino a noi.
Alcimo non sembrava rasserenato. Tu che ne pensi, Paolo?
Paolo pensa quello che i superiori gli dicono di pensare, intervenne Tazio.  un modello di disciplina, lui.
Non mi convince. Paolo non era in vena di prendere in giro l'amico. A differenza di Tazio, non aveva dimenticato i valori della tradizione con cui era stato educato. Gli di erano invidiosi e vendicativi, non c'era da scherzare con il loro potere.
I velites uscirono dal tempio e dissero che non c'erano pericoli. A dispetto del divieto di saccheggio, alcune tuniche erano gi rigonfie di oggetti nascosti. Quando un paio di soldati si mossero si sent chiaramente un rumore metallico.
Porci fortunati, mormor Tazio.
Arriv l'ordine di schierarsi a quadrato intorno al santuario.
Sarebbe pi sicuro all'interno, Tazio comment.
Ah, s?, scatt il centurione. Davvero? Quasi quasi ora vado a dirlo al legato. Chiedo scusa, Lucio Aurelio Oreste, signore, uno dei miei soldati crede di saperne di pi di un ex console come te. Nevio scatt in avanti, il suo volto era vicinissimo a quello di Tazio. Malgrado il centurione fosse pi basso, era comunque una presenza minacciosa, che incuteva timore. Siamo qui per saccheggiare questa citt, ragazzino frignante, non per nasconderci da una manciata di greci effeminati.
Ora che si fa?, disse Paolo per cercare di sviare l'attenzione di Nevio prima che la rabbia del centurione montasse ulteriormente. Se avesse iniziato a brandire il bastone di vite, simbolo del suo comando, nessun legionario sarebbe stato immune dalle sue legnate.
Ora aspettiamo. Nevio scrut la fila, i suoi occhi saettavano senza sosta su e gi. Scudi abbassati, ma restate ai vostri posti. E Tazio, chiudi quella cazzo di bocca.
Paolo fu ben contento di portarsi ai fianchi l'ingombrante scudo ovale e si poggi i due lunghi giavellotti contro il volto. Si sgranch per alleviare il dolore alle spalle e al collo.
Era una bella mattina d'autunno, e una brezza gentile spostava le alte e pigre nuvole che puntellavano il cielo azzurro. Dei gabbiani planavano sulle correnti ascensionali, mentre un debole odore di incenso profumava l'aria. Una giornata davvero splendida e pacifica.
Ai piedi della collinetta c'era una strada costeggiata da una pista da corsa. Secondo Tazio, gli abitanti del posto amavano l'atletica perch i corridori gareggiavano nudi, e ogni greco era un pederasta fatto e finito. Adoravano guardare gli atleti nudi o fare la parte della donna a letto. Dietro lo stadio si allungava un'elegante passeggiata coperta, la sto, oltre la quale il terreno tornava a sollevarsi, tra file di case. La massa di tetti rossi terminava alla base dell'Acrocorinto. In basso, i fianchi erano verdeggianti, ma ripidi. Pi in alto, diventavano strapiombi di roccia nuda. Paolo riusciva a vedere le fortificazioni sulla cima pi alta delle due, ma da dove si trovava non si scorgeva alcun sentiero che salisse.
Cosa poteva aver indotto i capi achei ad abbandonare una fortezza naturale cos perfetta? Le vie d'accesso erano troppo scoscese per trasportarvi arieti o torri d'assedio. Qualsiasi assalitore sarebbe stato individuato all'istante ed esposto a micidiali raffiche di proiettili da lancio. L'Acrocorinto era di gran lunga troppo elevato anche per la pi potente delle macchine d'assedio a torsione. Ben rifornita, la cittadella poteva resistere per mesi, se non anni. Forse avevano stretto un accordo con Mummio. A Cartagine il generale Asdrubale aveva disertato la guarnigione in cambio della vita. Si diceva che la moglie l'avesse maledetto per la sua codardia, avesse ucciso i suoi figli con le proprie mani e si fosse infine gettata tra le fiamme della cittadella.
Uno dei servitori bruzi sopravvissuti comparve portando una fiaschetta di vino e un po' di pane e formaggio. Era un ragazzino smilzo di nome Oniro, e si occupava di servire Paolo e i suoi compagni di tenda. Il suo compito era pi semplice, ora che degli otto legionari che gli erano stati assegnati all'inizio ne erano rimasti solo tre. Le vittime di questa campagna smentivano la bugia che i romani amavano ripetersi, cio che i greci erano dei vigliacchi che non sapevano combattere.
Il vino era buono. Oniro doveva averlo sgraffignato in qualche ricca casa fuori dal centro. Non era mescolato con l'acqua. Paolo bevve la sua parte: gli avrebbe messo un po' di fuoco nell'anima, in attesa di ci che lo aspettava.
Lass!, disse Tazio, che aveva un'ottima vista.
In cima all'Acrocorinto si vedeva un bagliore intermittente. Era il segnale che aspettavano: il riflesso del sole su uno scudo dorato. Un brivido di eccitazione si fece strada tra le truppe.
Aspettate l'ordine, ragazzi, esclam Nevio. Aspettate l'ordine.
Tutti sapevano cosa sarebbe successo di l a poco. Erano le regole. Al suono della tromba, met degli uomini dovevano restare a guardia del campo e dei punti chiave della citt. La parte restante, un manipolo alla volta, doveva disperdersi e mettere insieme il bottino. Bisognava fare tutto con ordine, un'unit dopo l'altra. A nessuno era concesso sottrarre nulla per s. Al calare della notte, i tribuni avrebbero richiamato tutti nella piazza del mercato. L avrebbero riposato, custodendo i frutti del saccheggio. Il giorno successivo, gli ufficiali avrebbero venduto all'asta i beni ai mercanti che marciavano al seguito di ogni esercito. Il denaro raccolto sarebbe infine stato distribuito alle truppe, in base al rango di ogni soldato. A ognuno spettava la sua parte, anche a coloro che erano rimasti di guardia durante la razzia.
La tromba squill. In un attimo fu il caos. Le file di soldati si dissolsero in una massa confusa. Gli uomini abbandonavano gli scudi e qualsiasi altra cosa potesse rallentarli. Tutti sgomitavano e spintonavano per superare i compagni. I centurioni, Nevio per primo, non provarono nemmeno a intervenire. Non c'era bisogno di tenere sotto controllo il desiderio di bottino, vino e donne. I legionari avevano marciato a lungo, combattuto, sofferto e perso commilitoni. Il supplizio destinato alla citt era la loro ricompensa.
Per la maggior parte si diressero di corsa verso il tempio. Era la scelta pi vicina, la pi ovvia. Del resto i templi custodivano ogni tipo di offerte di valore. Perfino dalle stesse statue degli di era possibile ricavare metallo prezioso.
Oniro, resta qui. Fa' la guardia ai nostri scudi. Tazio aveva preso il controllo della situazione.
Da che parte andiamo?. Alcimo si guard intorno, quasi sopraffatto dalla vastit di Corinto.
A ovest ci sono solo botteghe di vasai. Le case pi ricche sono a est.
Come fai a saperlo?, chiese Alcimo.
Un sorriso subdolo si disegn sul volto di Tazio: A differenza tua, l'ultima volta che siamo stati qui ci ho anche parlato, con una di quelle puttane. Per fortuna almeno uno di noi  in grado di guardare pi avanti del proprio naso.
Oniro sembrava inquieto. Come se volesse ammutinarsi.
Tazio gli gir intorno urlandogli: Se ti trovo a vagare per strada, ti taglio le palle.
Oniro annu.
Non temere, disse Paolo al servo bruzio. Avrai anche tu la tua parte.
Basta cos, intervenne Tazio. Il tempo e le maree non aspettano nessuno. Forza, fratelli, andiamo e facciamo in modo di diventare pi ricchi di Creso.
Si lanciarono gi per la strada perdendo spesso l'equilibrio: non era facile correre con l'armatura addosso. Presto, per, riuscirono a distanziare gli altri legionari. Tazio svolt in un largo viale fiancheggiato da case dall'aspetto agiato.
Inizia la festa.
Il portone era chiuso, ma non sprangato. Nell'atrio scoprirono di non essere arrivati per primi: non erano stati altri romani a precederli, ma i loro alleati greci di Pergamo. Erano gi piuttosto ubriachi. Un dipinto era stato strappato dalla parete, e due soldati se lo stavano contendendo al gioco, lanciando i dadi sulla rappresentazione di Ercole che si dimenava in agonia. I cadaveri di tre uomini giacevano insepolti, due dei quali gi mutilati: mani e piedi mozzati, occhi e lingua strappati. Uno dei pergameni stava armeggiando ai piedi del terzo.
Cos l'ombra di questo coglione non ci inseguir, disse il soldato.
Paolo osserv le ferite che li avevano uccisi. La spada greca lasciava tagli pi lunghi e profondi rispetto al gladius romano: solchi spalancati, come se la carne fosse stata attraversata dalla lama di un aratro.
Un grido dall'alto. Stringendo le sue vesti strappate, una ragazza corse gi dalla balconata. Un soldato la afferr per i capelli. Spingendola contro la balaustra, le sollev l'abito, inciampando nella sua stessa tunica, e poi la mont come una bestia.
Siamo arrivati tardi, disse Tazio. Andiamo, troviamoci una casa tutta per noi.
Alcimo fissava la ragazza.
Tazio lo afferr per i polsi. Forza, contadinotto depravato. Non abbiamo tempo per quello. Quando saremo ricchi potremo avere tutte le donne che desideriamo.
Per strada, a Paolo sembr di sentire puzza di bruciato.
La porta della casa successiva era chiusa a chiave. Per sfondarla a calci ci volle la forza di tutti e tre. Addio elemento sorpresa, ma del resto non ne avevano bisogno.
Nell'atrio c'era una fontana, e ai quattro lati un colonnato. Sembrava tutto in ordine.
Ottimo, disse Tazio.
Gli uomini si erano nascosti dietro le colonne: ce n'erano due, uno con una lancia da caccia, l'altro con una spada. Tazio non aveva la cotta di maglia, ma solo una piastra di metallo a proteggere il petto. Prov a evitare la lancia, ma la punta lo colp alla spalla sinistra. Istintivamente si pieg e si strinse la ferita: per un attimo fu in bala dell'avversario. Ma non essendo un soldato, il greco esit, giusto il tempo necessario a Paolo per frapporsi tra loro.
Sulla destra Paolo poteva sentire il clangore dell'acciaio: Alcimo stava combattendo con l'altro uomo. Paolo non distolse lo sguardo dalla punta letale della lancia. Il greco fint un colpo al volto, per poi puntare allo stomaco. Stringendo la spada con entrambe le mani, Paolo devi l'attacco, ma l'impeto lo port faccia a faccia con il nemico. Schiacci lo stivale chiodato sui sandali leggeri del greco, che grugn di dolore. Poi lo colp al naso con tutta la forza del suo palmo sinistro, sentendo le ossa delicate che si rompevano. Il greco arretr di un paio di passi. In un unico movimento, Paolo risollev la spada e si lanci all'attacco. La lama scheggi le costole dell'uomo, poi penetr fino all'elsa nel suo petto. Per un momento si guardarono negli occhi in un'orrida intimit. Dopodich Paolo lo spinse via e l'uomo cadde a terra.
La quiete nell'atrio era innaturale. Oltre al suo stesso respiro, Paolo sentiva solo lo zampillo dell'acqua nella fontana. Alcimo aveva gi ucciso l'altro greco.
Merda!, inizi a gridare Tazio. Merda!.
Alcimo si avvicin all'amico. La ferita era dolorosa, ma superficiale.
Paolo avanz fino alla fontana, poggi la spada sul bordo e inizi a lavarsi via il sangue di dosso. Si sentiva stanco, e stranamente senza forze.
La vecchia comparve come un'apparizione. Chino su Tazio, Alcimo le dava le spalle. Lei si lanci su di lui, brandendo un lungo coltello da cucina.
Come se fosse intrappolato in un sogno, Paolo aveva l'impressione che ogni movimento fosse lentissimo, innaturale. Il pugno sull'elsa della spada, le gambe lanciate in avanti, la bocca spalancata in un urlo di avvertimento.
Alcimo si sollev e fece per voltarsi.
In qualche modo Paolo era arrivato vicino a lui. Devi il coltello con la lama, poi la conficc nella gola della vecchia. Il sangue caldo lo accec. L'istinto lo port ad abbassarsi, tenendo l'arma tesa in posizione di guardia e togliendosi il sangue dagli occhi con la mano sinistra.
Quando riusc a vedere di nuovo, la vecchia era a terra. Il suo corpo tremava nelle ultime convulsioni, prima di spegnersi soffocando. I lunghi capelli risplendevano del colore del sangue.
I tre restarono immobili, come statue di pietra.
Cazzo!, disse Tazio rompendo l'incantesimo.
Da qualche parte della casa arrivava il pianto di un bambino.
Paolo controll ogni angolo dell'atrio: non c'erano altre minacce nascoste. Si chin a pulire la lama sulla veste della vecchia. Quando l'acciaio brill lucido, rinfoder l'arma e torn a lavarsi alla fontana.
Tazio si allontan.
Alcimo si un a Paolo alla fontana. Restarono entrambi in silenzio.
Il bambino smise di piangere.
L'acqua nella vasca ai piedi della fontana aveva cambiato colore.
Tazio torn nell'atrio tenendo in mano un'anfora. Bevvero insieme mentre Tazio si fasciava la ferita.
E ora all'opera, disse.
Raccolsero soltanto oggetti di valore facilmente trasportabili: monete, gioielli, statuette di metalli preziosi rubate dal piccolo sacrario della casa. Ci nonostante, una volta tornati in strada, ognuno di loro aveva una sacca o una federa piena di bottino. Ora la puzza di bruciato si era fatta pi forte. Qualcuno aveva dato fuoco alla citt, per caso o per calcolo. Le urla ubriache degli altri soldati intenti a saccheggiare erano molto pi vicine.
Dobbiamo sbrigarci, disse Tazio.
Setacciarono altre due case. I proprietari erano gi fuggiti. Nessuno prov a fermarli. Quando uscirono dalla seconda abitazione erano carichi di bottino. La strada era invasa dal fumo. La fuliggine vorticava tra le fiamme come neve nera.
Un'altra casa e andiamo via, disse Tazio.
Abbiamo gi raccolto abbastanza, rispose Alcimo tossendo. Respirare era diventato quasi impossibile.
E Paolo: Alcimo ha ragione, le fiamme ci taglieranno la via del ritorno.
Ma Tazio insist: No, un'ultima casa. E i suoi occhi si accesero di una luce nuova e folle.
...
.
...
Capitolo 5.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Grandi stormi di gabbiani volavano verso terra a ranghi serrati, attraversando il cielo estivo privo di nuvole. Sul tetto del fienile un corvo si sgranch le ali e gracchi pesantemente un paio di volte, prima di emettere un lungo gemito stridente. Tutti segnali che la pioggia stava per arrivare. Il grano era stato raccolto, ma non ancora trebbiato e spulato. Malgrado non ci fosse un filo di vento e il calore fosse soffocante, non era possibile rimandare questi compiti. Secondo Eutyche, il fervore e la voracit con cui le zecche lo avevano tormentato la notte precedente erano presagi certi di un'imminente tempesta.
Il pavimento per la trebbiatura era in argilla ben levigata. Di forma circolare, era leggermente sollevato al centro, in modo che la pioggia potesse scorrere via e l'acqua non si facesse stagnante. In assenza di Paolo, Eutyche aveva conservato quel posto alla perfezione. L'aveva imbevuto con ci che restava della raccolta dell'olio, e non c'erano fessure dove potessero infilarsi topi o formiche, n crepe in cui i chicchi di grano potessero incastrarsi.
All'alba, Paolo era andato alla fattoria di Iunio a chiedere in prestito il suo bue. Ogni famiglia possedeva uno dei due animali del giogo, in base ad accordi risalenti ai tempi del nonno di Paolo. Nessuna delle due propriet era abbastanza vasta da giustificare la spesa di mantenere una coppia di buoi. Passare davanti ai resti della casa del suo vicino Severo gli aveva fatto una strana impressione. Paolo non si era mai interessato troppo alla sua sorte, ma era comunque singolare che quell'austero vecchio non ci fosse pi. Non era uomo da uccidersi, specialmente non con un metodo da donne come il cappio.
Bardarono i buoi alla treggia, sulla quale sal anche Paolo, restando in piedi e guidando le bestie con gli schiocchi di frusta. Fecero numerosi giri in tondo, mentre gli zoccoli degli animali e le pietre incastrate sotto le pesanti assi separavano i chicchi dalle spighe, ed Eutyche lanciava a terra altri fasci da trebbiare. Di solito a Paolo piaceva quel momento: c'era qualcosa di rilassante nel passo lento dei buoi e nel movimento pesante della treggia. Ma quel giorno era distratto. Sua madre tornava di frequente sul suo argomento preferito: era ora di sposarsi. Ogni sera esponeva a lungo pregi e difetti di svariate famiglie con figlie nubili. Una era ricca e garantiva una dote invidiabile, ma le sue donne erano inclini agli aborti e bisbetiche per natura. Un'altra possedeva meno terreni, e la sposa sarebbe stata brutta, ma era anche una gran lavoratrice, e poi le donne di quella famiglia erano celebri per la loro fertilit.
Paolo era rimasto taciturno ed evasivo. Mentre la madre parlava, aveva ripensato alle parole di Tazio, a Corinto: Quando saremo ricchi potremo avere tutte le donne che desideriamo. Per il momento, la sguattera della taverna di Roscio, quella ragazza di Cadice che non diceva mai di no, bastava e avanzava per soddisfare i suoi bisogni fisici. Di tempo ce n'era. Paolo era ancora giovane, aveva appena venticinque anni, e adesso era ricco. Non solo per il bottino nascosto nella fattoria: gran parte delle monete e dei gioielli li aveva lasciati a Roma, affidandoli in custodia a Lucio Aurelio Oreste. Malgrado il suo sfortunato cognomen, il legato della sua vecchia legione era un uomo d'onore, e il denaro di Paolo non poteva trovarsi in mani migliori.
Non c'era alcuna fretta per le nozze. Grazie alla nuova serva, sua madre era perfettamente in grado di gestire la casa. Quel pensiero gli riport alla mente un'altra questione irritante: la madre non finiva mai di lamentarsi della ragazza. Era pigra, sciatta e avida. Erano sparite diverse cose, e non poteva che essere lei la ladra. Qualche giorno prima, la madre non aveva trovato pi un paio di orecchini e aveva picchiato la serva. Paolo aveva il sospetto che semplicemente la madre non si ricordasse dove li aveva messi, ma intervenire in faccende domestiche non era una cosa da uomo.
A met mattinata la trebbiatura era completa. Poich non c'era vento, Paolo ed Eutyche andarono a prendere le ceste per la spulatura. Paolo era seccato: il giorno prima, il lavoratore a giornata che aveva ingaggiato al mercato gli aveva detto che non sarebbe venuto, perch doveva andare da Urso. Le fattorie pi grandi pagavano meglio. Certo, Paolo avrebbe potuto pareggiare l'offerta con facilit, ma non aveva alcuna intenzione di alimentare voci sul bottino con cui era tornato dalla guerra. Al contrario, aveva ripagato il bastardo con un pugno in pieno volto, e quando era caduto a terra l'aveva riempito di calci. A Urso non sarebbero piaciuti quei lividi. E se le botte lo avessero ostacolato nel lavoro, il bracciante sarebbe stato mandato via senza paga. Un vecchio sacerdote come Urso credeva nei valori tradizionali. Era austero e inflessibile. Non gli avrebbe perdonato nulla. Un uomo deve mantenere la parola data.
Quando tirava un po' di vento, spulare era semplice. Bastava prendere una pala, o un'asse a forma di remo, e lanciare in aria il grano trebbiato. La pula, pi leggera, sarebbe volata via, mentre i pesanti chicchi sarebbero caduti a terra. In assenza di vento, per, il compito era meno gradevole. Paolo ed Eutyche dovevano riempire le loro ceste, ruotarle come un setaccio, agitando di tanto in tanto, e poi rimuovere la pula raccolta in superficie. Era un processo lento, una cesta dopo l'altra. Ben presto si ritrovarono a lavorare in una nuvola di polvere soffocante. Malgrado il sudore, le loro mani si seccarono rapidamente, e la pelle sulle nocche inizi a creparsi. Respiravano pula, che riempiva le narici, irritava gli occhi, si infilava sotto la tunica. Era ovunque, e il prurito era insopportabile.
Paolo non era in grado di dire da quanto tempo stessero lavorando, quando vide Kaido. La vecchia saggia era accanto al troncone del grosso albero nel campo pi a valle. Stava seppellendo qualcosa alla base del vecchio fusto tagliato. Paolo sent montare la rabbia. Lasci a terra la sua cesta e aggred Eutyche.
Conosci i miei ordini. Non bisogna immischiarsi in cose proibite.
Lo schiavo lo fiss con sguardo ostinato.
Niente indovini, astrologi, maghi, e soprattutto niente vecchie streghe come quella.
A tuo padre andava bene, rispose Eutyche. Kaido ha dei poteri.
Assurde superstizioni.
Non pu fare alcun male.
Va contro la legge. A dispetto del suo tono fermo e duro, la rabbia di Paolo si stava placando.
E chi mai dovrebbe fare la spia con i magistrati?, disse Eutyche.
Era una domanda retorica. Ora Paolo era indeciso. Il problema non era che dubitasse dei poteri della vecchia: piuttosto li temeva.
Cosa le hai promesso?
Un po' di cibo e qualche moneta, se il suo incantesimo funziona.
Paolo non rispose, ma si chin per recuperare la cesta e riprendere il lavoro.
Una volta finito il rituale arcano, Kaido si sedette accanto al troncone e li osserv. Dopo un po', Eutyche diede un colpetto di gomito a Paolo.
Le foglie in cima ai castagni e ai faggi lungo la strada iniziavano a muoversi. Sotto gli occhi di Paolo, i rami pi alti presero a ondeggiare dolcemente. Non c'era alcun dubbio: si stava alzando il vento da ovest, dal mare risaliva la valle.
Sull'orrendo volto dello schiavo si disegn un'espressione compiaciuta.
 solo una coincidenza, disse Paolo, ma non c'era alcuna convinzione nella sua voce. Il sole era a picco sopra di loro. Faceva molto caldo, aveva la gola secca e infiammata. Facciamo una pausa.
Arriv al pozzo e tir su un secchio d'acqua. Si svest, si sciacqu testa e corpo. La ferita al braccio sinistro che si era procurato sulla Sila era ancora rosea. La vecchia cicatrice bianca risaltava sul fianco abbronzato.
Eutyche si era steso all'ombra del fienile a mangiare, immobile e passivo come i buoi alle sue spalle. Dopo essersi bagnato la bocca con un po' di vino allungato con acqua, Paolo fece una lunga sorsata. Prese una pagnotta e un grosso pezzo di formaggio, e li port a Kaido insieme a una fiaschetta.
Mentre si avvicinava, vide la vecchia infilare il pollice tra l'indice e il medio.
Paolo poggi a terra il vino e il resto dei viveri accanto a lei.
Prima di prenderli, la vecchia si sput di proposito sul seno.
Pensi che io porti sfortuna?, disse Paolo.
Lei inizi a mangiare, senza alzare gli occhi. Le tue mani puzzano di sangue.
Ero un soldato.
Tu porti la morte in questa valle.
Paolo non rispose.
Non basteranno il sangue e l'acqua, non baster rasarti la testa, per liberarti della tua maledizione.
Paolo rest in silenzio.
Ho visto quelle che ti danno la caccia come cani che inseguono un cerbiatto ferito: Tisifone, Aletto e Megera.
Mentre la vecchia pronunciava i tre nomi maledetti, Paolo non riusc a evitare di guardarsi intorno. La fattoria riposava pigramente sotto il sole di mezzogiorno. Non c'era traccia delle tre oscure sorelle.
Cosa dovrei fare?, chiese Paolo.
Solo l'Eroe di Temesa pu distoglierle dai tuoi passi.
Paolo si volt e si avvi verso la fattoria.
Il tuo schiavo mi ha promesso del denaro.
Paolo cammin fino al pozzo, dove aveva lasciato la sua cintura. L'amuleto a forma di theta brillava al sole. Prese delle monete dal borsello, poi torn sui suoi passi e riemp d'argento la mano di Kaido.
Lei non lo ringrazi, ma il suo volto si crep in un sorriso cadente.
Intercedi per me, disse Paolo.
Solo tu puoi salvare te stesso. Le monete sparirono tra le pieghe della sua veste. Scol fino all'ultima goccia di vino e, senza alcun commiato, si alz in piedi e and via zoppicando.
Paolo richiam Eutyche. Andarono a prendere le pale per la spulatura dal fienile e ripresero a lavorare. Mentre il pomeriggio avanzava, il vento allegger il loro lavoro, spazzando via la pula dal suolo fin sopra ai campi.
Non si dissero una sola parola. I pensieri di Paolo presero la loro infelice strada.
Kaido aveva pronunciato i nomi delle Furie, ma era pi prudente usare la definizione di Benevole. Chiamarle ad alta voce comportava il rischio di evocarle, ma per fortuna non erano comparse.
Poeti e artisti si sbagliavano. Le Furie non avevano teste di cane, n ali di pipistrello. Non c'erano piaghe nelle loro mani, n serpenti tra i capelli. Sembravano in tutto e per tutto delle donne anziane, con visi scuri e abiti laceri. Ma non per questo erano meno terrificanti.
Kaido aveva ragione almeno in parte. Nel lungo viaggio di ritorno da Corinto, varie volte Paolo aveva sacrificato un maiale, scavato una fossa e lasciato che il sangue scorresse nella terra nera per gli spiriti. Dopodich si era lavato le mani con acqua corrente. A Brindisi si era rasato la testa. Niente di tutto ci era servito per pi di qualche giorno, a volte solo poche ore.
Nelle storie degli antichi, le Furie avevano inseguito Oreste per anni, perch aveva ucciso la madre. Lo avevano portato alla follia. Paolo invidiava Oreste. Il matricida aveva una compagna fedele, la dea Atena, che aveva annullato la maledizione. Ma Paolo non aveva n di n uomini dalla sua parte.
Affinch potesse impartirgli l'assoluzione al tempio dell'Eroe di Temesa, il sacerdote avrebbe di certo voluto sapere cosa fosse successo in quell'ultima casa di Corinto. Sia il crimine che la maledizione. Paolo non l'aveva raccontato a nessuno, n poteva dirlo a Urso. Il vecchio non era affidabile come depositario di segreti tanto orribili. La maledizione gli risuon nelle orecchie, come un sasso in un pozzo senz'acqua.
Ade, ascoltami: possano le Furie dargli la caccia ovunque volger i suoi passi.
...
.
...
Capitolo 6.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Mese estivo. Trentuno giorni. Le none cadono il quinto giorno. Il giorno ha tredici ore. La notte ha undici ore.
Iunio non sapeva leggere, ma non importava. Anni prima gli avevano letto il calendario inciso sul muro del foro di Temesa, e Iunio aveva un'ottima memoria.
Il sole  nel segno del Leone. Il mese  sotto la protezione di Cerere. Si preparano i paletti per le viti. Si mietono i cereali, come il grano. Si brucia la stoppia. Sacrifica a Speranza, Salute e Diana. Celebra i Vulcanalia.
La festa in onore di Vulcano si era tenuta il giorno prima. Iunio conosceva molte altre frasi dell'iscrizione. Le idi di quel mese erano sacre a Giove, e si celebravano anche feste per Portuno, Venere, Conso, Opi Consiva e Volturno. Essendo un uomo devoto alle tradizioni, Iunio offriva piccole libagioni a ciascuna divinit nel giorno previsto. Se non era troppo impegnato, e se ne aveva le forze, si recava in citt per assistere alle processioni. Una vita intera di devozione gli aveva portato ben poche ricompense.
Per iniziare la giornata, Iunio avrebbe desiderato una pappa d'avena. Ma era estate, non valeva la pena accendere il fuoco solo per quello. Rovist nel misero armadietto della sua baracca. Una focaccia del giorno prima e un pezzo di formaggio: sarebbe stato sufficiente. Il cane si accucci ai suoi piedi mentre mangiava accompagnando il cibo con una coppa del suo vino. Si concesse il piccolo lusso di lasciare all'animale l'ultimo pezzetto di pane. Il cane lo azzann delicatamente dalle sue dita. Il muso un tempo nero era ormai grigio, e il segugio sembrava vecchio quasi quanto il suo padrone.
La vita non era stata gentile con Iunio, n con la sua famiglia. Avendo altri tre fratelli, aveva ereditato solo i cinque iugera di terra sui quali sorgeva la sua baracca, affacciati sulla valle del Savuto. Sua moglie, anche lei di famiglia numerosa, aveva possedimenti simili. I terreni della dote si trovavano in cima al monte Ixias, a due ore di cammino verso sud. Il sentiero per arrivarci, fiancheggiato da lecci, era ripido e invaso dai rovi.
Avevano avuto un figlio. Memore degli errori della generazione precedente, Iunio aveva impiegato tutti i mezzi che i contadini avevano sempre usato per assicurarsi che il bambino rimanesse figlio unico. Il parto era stato difficile. Malgrado tutte le sue erbe e le sue formule, la vecchia Kaido per poco non aveva perso sia la madre che il figlio. La moglie di Iunio non aveva voluto altri bambini. Il ragazzo era andato sulla Sila, verso est, a lavorare in un accampamento di taglialegna. Non era pi tornato. Iunio non aveva mai saputo cosa ne fosse stato. Con ogni probabilit era stato ucciso dai predoni. Ormai era troppo tardi per pensare di avviare una nuova famiglia. Cinque inverni prima, la moglie di Iunio aveva preso una brutta febbre, e lui aveva dato quelle poche monete che gli erano rimaste alla vecchia saggia bruzia, ma le sue cure non avevano avuto effetto.
Dopo la morte della moglie, Iunio non aveva sofferto di solitudine. I suoi vicini gli avevano tenuto compagnia. Qualche sera si era recato gi da Severo o da Furio, in qualche altra occasione erano saliti loro da lui. I tre anziani si sedevano a bere vino, a parlare del tempo e del raccolto e a lamentarsi della mancanza di rispetto e dell'indolenza delle generazioni pi giovani. Poi Furio era morto. A Iunio non piaceva affatto il figlio di Furio. Anche prima che partisse al seguito delle legioni, Paolo era sempre stato troppo pieno di s. Iunio dava la colpa a quel maestro greco in citt. Il suo amico Furio aveva speso un bel po' di soldi per far imparare al ragazzo idee e nozioni che erano ben al di sopra del suo stato sociale. Da quando era tornato, Paolo a stento si degnava di parlargli. Essendosi aggiudicato la corona civica, era ancora pi orgoglioso. Si diceva che avesse fatto ritorno con le borse gonfie d'oro.
Poi Severo era stato trovato con una fune al collo, i piedi penzolanti. Iunio non riusciva ancora a capacitarsi che il suo vicino si fosse impiccato. Aveva incontrato l'Eroe da qualche parte sulle colline, come diceva la gente? Polite gli aveva fatto perdere la ragione? In ogni caso, Severo non avrebbe mai scelto una fine del genere. No, si sarebbe ucciso da uomo: tagliandosi le vene, o gettandosi sulla spada di suo padre. Iunio aveva avanzato i suoi dubbi ai magistrati. Gli avevano risposto che la spada non era stata trovata al solito posto, appesa sul camino. Severo aveva perso la testa, e chi pu sapere cos' capace di fare un uomo in una simile condizione? Ma Iunio non si era lasciato convincere da questa storiella.
Ora Iunio era solo. Si occupava della propriet. Cos'altro poteva fare? Un giorno, presto, sarebbe andato a Temesa, si sarebbe fatto scrivere un testamento e lo avrebbe firmato alla bell'e meglio. I terreni li avrebbe divisi tra i suoi fratelli, e avrebbe lasciato le sue poche cose al marito di sua sorella. Non aveva rapporti con nessuno di loro, ma era la cosa pi giusta da fare. La terra deve restare in famiglia.
Questo pensiero gli risvegli un ricordo fastidioso. Fidubio gli aveva fatto un'offerta per rilevare i suoi terreni. Era comprensibile. I ricchi cercano sempre di espandere le loro propriet,  cos che va il mondo. Vibio si era accaparrato la fattoria del povero vecchio Severo. Ci che infastidiva Iunio era che Fidubio non si era neanche degnato di presentarsi di persona. Al contrario, l'equites aveva mandato il suo scagnozzo Crotone, quello schiavo insolente venuto dal nulla. In ogni caso, la risposta sarebbe stata la stessa anche se Fidubio avesse avuto la decenza di parlargli da cittadino a cittadino.
Comunque non aveva alcun senso rimestare il passato. Iunio si sollev e stiracchi la schiena dolorante. Mise in una sacca del pane e del formaggio, una cipolla e una fiaschetta di vino, poi prese il forcone e la pietra focaia, fischi al cane per farsi seguire e usc, chiudendosi la porta alle spalle. La strada era lunga e impervia, ma la stoppia andava bruciata. Dopo i primi passi sul sentiero in salita, il suo umore miglior.
Il terreno della dote non era esteso, ma era un dono degli di. Il campo era pianeggiante e ben posizionato in cima ai monti. Pur essendo circondato da rovi e cespugli spinosi, non era infestato dalle erbacce. Un bel terreno alto e aperto, rivolto a sud e inondato dal sole: l'ideale per il grano. Iunio lo osserv con soddisfazione, mentre il cane sorvegliava il campo, con la coda dritta e tutti i sensi in allerta.
Maledicendo le sue articolazioni legnose, Iunio si chin per vedere se la rugiada era scomparsa. Erano passati diversi giorni dall'ultima tempesta, e ormai la terra era secca. Mentre si sollevava lanci in aria un paio di steli, che volarono via trasportati da una leggera brezza da sud-ovest.
Il cane fiut qualcosa e part di corsa. Iunio lo lasci cacciare, lass non poteva fare niente di male.
Camminando fino all'angolo nord-est del campo, Iunio infilz della paglia con i denti del forcone. Prese la pietra focaia e la sfreg sul ferro finch le prime scintille non attecchirono. Tenendo a mezz'aria la massa di paglia in fiamme, si spost con metodo lungo il terreno, dando fuoco alla stoppia.
Bruciare la stoppia gli ricord la sua giovent. Insieme ai fratelli, aveva sempre aiutato il padre. Perfino sua sorella e sua madre li raggiungevano nei campi. Non rammentava un altro momento in cui la madre fosse stata pi felice. Allora il mondo gli sembrava giovane, sicuro e foriero di promesse. Da l in poi, la sua vita non aveva fatto altro che trascinarsi in avanti.
Tra il crepitare delle fiamme, a Iunio sembr di sentire il cane che guaiva. Si ferm e si guard intorno. Non riusciva a scorgerlo, e non sentiva pi alcun verso. Probabilmente era sulle tracce di un cerbiatto o di una volpe. Sull'alta Sila c'erano anche i lupi, ma solo in inverno si avventuravano cos vicino alla costa.
Iunio si rimise all'opera, dando le spalle alla brezza. Era fondamentale prestare attenzione: con la stoppia cos secca, bastava che il vento cambiasse direzione per trovarsi circondati dalle fiamme. Pochi anni prima, un contadino del villaggio di Ninaia era stato sopraffatto dal fumo. Quando avevano trovato il suo corpo, era ormai carbonizzato e contorto, perfino rimpicciolito, del tutto irriconoscibile.
Giunto a tre quarti del lavoro, Iunio si ferm per riposare la schiena. Frammenti di fuliggine vorticavano nell'aria. Ancora nessuna traccia del cane. Stavolta lo chiam. La sua voce riecheggi gi per le colline, tra gli alberi. Sent una leggera fitta di agitazione. Chiam di nuovo. Il cane non salt fuori dai cespugli. Iunio credette di vedere un movimento tra gli alberi. Fischi. Niente. Forse era stata solo una folata di vento. Era tutta la vita che il suo cane si aggirava per quelle colline, non c'era da preoccuparsi. Nel frattempo, il lavoro andava concluso.
Eppure Iunio non riusciva a scrollarsi di dosso una sensazione di non meglio definita inquietudine. Si allontan dai fuochi e punt lo sguardo tra gli alberi. Il vento agitava le cime, ma a terra non si muoveva nulla. D'improvviso nell'ombra vide le orecchie e la maschera di un lupo. Un tonfo al cuore. Non era quella la stagione. Il lupo si sollev sulle zampe posteriori. Aveva il corpo di un uomo. Usc dall'ombra e si incammin verso il campo. Aveva in mano una spada. Dalla lama colava sangue fresco. Con la pelle scura e i muscoli bene in vista, coperto da una pelle di lupo, il volto in parte oscurato dal muso della bestia, era identico al dipinto nel tempio di Polite. Dunque ci che si mormorava era vero. L'Eroe di Temesa era tornato.
Iunio sent le gambe tremare. Alle sue spalle, le fiamme. Non c'era via di fuga. Ma non era un codardo. Brand il forcone e affront l'avversario. Demone o altro che fosse, non avrebbe ceduto senza combattere.
L'impatto fu del tutto inaspettato. Iunio barcoll. Un istante dopo, arriv il dolore. Moll la presa sul forcone e si strinse la ferita. Incredulo, osserv le piume chiare della freccia conficcata dietro la sua coscia.
Sent degli stivali avanzare senza esitazione tra la stoppia crepitante.
Ormai indifeso, piegato dal dolore, Iunio fiss il volto sotto la testa di lupo. E fu solo allora che riconobbe il suo assassino.
...
.
...
Capitolo 7.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Due anni prima. Anno 607 Ab Urbe Condita, (147 avanti Cristo).
...
.
...
Hai letto l'editto?.
Si trovavano nella taverna di Roscio: Alcimo, Lollio e ora Paolo.
Non sono passato dal foro. Paolo era stato al porto a osservare un mercantile in partenza per la Sicilia, diretto a Taormina, Catania e Siracusa. Era carico di pece e legname. Paolo non era mai stato sull'isola. In verit non era mai stato da nessuna parte, oltre a Temesa e alla Sila.
Quindi non hai visto il drappo rosso? Alcimo ora aveva catturato la sua attenzione. Sembrava preoccupato - emozionato, s, ma preoccupato.
Roscio arriv portando un'altra coppa. Come sempre, l'imponente oste aveva esagerato con gli unguenti profumati. Servir a insegnare ai bruzi un po' di timore per gli di, eh, ragazzi? Non  una vita facile quella del servitore di campo nell'esercito.
Mormorarono in segno di approvazione, ma non parlarono finch l'oste non si fu allontanato.
Quando ci sar la Coscrizione?. Paolo not che la sua mano tremava mentre reggeva la coppa.
Il prefetto Lucio Aurelio Oreste arriver per il Dilectus fra trenta giorni, rispose Alcimo.
Come ha detto Roscio, si mette male per i bruzi. Lo sguardo inquieto di Lollio non si posava mai sugli amici. Se tra i coscritti c' qualcuno che possiede un terreno e non si presenta, le sue propriet vengono devastate e le sue case abbattute. Quelli che arano i campi degli altri perdono i loro gioghi di buoi, il bestiame e gli altri animali da soma. Chi non possiede nulla viene spogliato, picchiato e venduto come schiavo. Roma non sa che farsene di alleati che non obbediscono agli ordini.
Lollio evitava ancora di incontrare i loro sguardi. In ogni caso, le famiglie dei coloni di Temesa sono esentate dal servizio. Non ci riguarda.
Durante la Coscrizione un cittadino romano pu arruolarsi come volontario per le legioni, disse Paolo.
Gli altri due non parlarono.
 quello che stavamo aspettando, la nostra possibilit di andar via, vedere il mondo, fare fortuna.
Andar via dove?, chiese Lollio. Vuoi forse essere mandato in Spagna, con montagne brulle a perdita d'occhio e orde di barbari selvaggi, per finire stecchito davanti alle mura di Numanzia? O magari preferisci le foreste della Gallia, per farti tagliare le palle da qualche guerriero celta peloso?
Ci sono quattro legioni in Africa, disse Paolo. Pensa alle ricchezze di Cartagine.
E tu pensa da quanto tempo quelle ricchezze sono l, e in quanti non hanno fatto ritorno. Cartagine dev'essere distrutta, diceva Catone. Facile parlare per il senatore, mica era lui che doveva stare in prima linea. Questo  il terzo anno di guerra e la citt non  ancora caduta.
Alcimo si inser nel discorso: In Macedonia ci sono due legioni. L la guerra  quasi finita. L'Oriente  pieno di citt a dir poco ricchissime.
 arrivato un altro pretendente al trono! I macedoni non sono ancora sconfitti. Lollio fece un sorso di vino. C' ancora un sacco di tempo per prendersi una bella lancia nelle budella.
Gi al porto i marinai di Roma dicono che in Grecia ci sono problemi con la Lega Achea, ribatt Paolo. Lo sanno tutti che quei piccoletti dei greci sono troppo codardi per impugnare l'acciaio.
Non sei tu a scegliere dove ti manderanno, rispose Lollio. Il suo volto affilato era contratto in un'espressione preoccupata.
Ma avevi detto che saremmo partiti insieme. Era un'idea tua.
Dopo che Paolo ebbe pronunciato le parole che erano rimaste ad aleggiare mute nella loro conversazione a lungo, quasi infestando l'oscurit della taverna, ci fu un silenzio imbarazzato.
Abbiamo fatto un patto, disse infine Paolo.
Eravamo piccoli, poco pi che bambini, rispose Lollio, a disagio.
Sono passati solo un paio d'anni, gli rinfacci Paolo.
Lollio fece un sospiro. Le nostre famiglie hanno bisogno di noi, qui. Alcimo, tu sei figlio unico. Paolo, che ne sar di tua madre senza di te?
Un uomo deve mantenere la parola data. Alcimo sorrise esitante, come se quella specie di smorfia potesse essere sufficiente a mascherare il tono di rimprovero nella sua voce.
Lollio sembr mortificato. Quando si decise a parlare, lo fece in un mezzo sussurro: Mio padre non mi permetter mai di arruolarmi.
Paolo distolse lo sguardo, vergognandosi del suo amico. Da non credere: Lollio era sempre stato il pi selvaggio di loro, al limite dell'irresponsabilit. Paolo ricordava ancora con un certo senso di colpa quando Lollio li aveva convinti a pestare e derubare quel mercante dall'altra parte del monte Ixias. E quella volta che li aveva fatti intrufolare in una nave ormeggiata e avevano rubato due anfore di vino, ubriacandosi fino a perdere i sensi. Le botte che avevano preso dai rispettivi padri non erano niente in confronto ai postumi della sbronza. E ora proprio Lollio non aveva il fegato di mantenere la sua parola.
Alcimo?, disse Paolo.
Non ho intenzione di passare tutta la vita in questa latrina. Il largo volto da contadino di Alcimo sembrava molto determinato.
Avete preso la vostra decisione, disse Lollio alzandosi in piedi.  meglio che io vada.
Paolo gli afferr il braccio. E invece no. Resta e ubriachiamoci. Dopotutto, quando io e Alcimo torneremo saremo entrambi talmente ricchi e famosi che non ti rivolgeremo nemmeno la parola.
In primavera c'era molto da fare. I campi di grano dovevano essere ripuliti dalle erbacce. Si dovevano tosare le pecore e lavare la lana. Andavano scavati canali e solchi, e rivoltata la terra per i vivai di ulivi e viti. C'era da preparare i vigneti. Fichi, olive, mele e pere andavano innestati. Secondo la tradizione, gli innesti dovevano essere compiuti dopo mezzogiorno, nel periodo di luna calante, senza vento che spirasse da sud. Tutto questo, e molto altro, prima ancora di arare. E bisognava dare agli di la loro parte. Fare sacrifici a Mercurio e Flora, e purificare ogni campo di grano. Maggio era un mese intenso.
Paolo stava tagliando la veccia per usarla come foraggio. Il pastore era da qualche parte nei campi a tosare le pecore. Senza molta fantasia, si chiamava proprio Pastor. Eutyche lo stava aiutando. Paolo si chiese come avrebbero tenuto la fattoria in sua assenza. Non erano pi ragazzini, certo, ma conoscevano bene la sua terra. L'avevano lavorata per quasi tutta la vita.
Guard la casa. Da quando il padre era morto, il padrone era lui. Avrebbe potuto ordinare a sua madre di andare dai vicini per sbrigare qualche commissione, ma Rodope no, lei non poteva muoversi. La sua vecchia nutrice era invalida, non riusciva neppure a zoppicare. Se ne stava seduta al telaio, sempre e per sempre immobile accanto al camino. Paolo non aveva alcun modo di staccare dal muro la panoplia appartenuta a suo nonno senza dare nell'occhio. Doveva sperare che il prefetto gli credesse sulla parola. Gli avrebbe assicurato di possedere una cotta di maglia e un elmo, due giavellotti e una spada, oltre a uno schiniere per proteggersi lo stinco sinistro. Quanto al valore della sua propriet, era un'informazione che si poteva trovare nei registri pubblici. Paolo non aveva fatto parola delle sue intenzioni. Aveva cercato di convincersi di agire cos solo per il bene della casa, ma la verit  che non aveva il coraggio di dirlo alla madre.
Avendo riempito due sacchi di veccia, Paolo si incammin verso la fattoria. Niger venne fuori scodinzolando e mostrando i denti per dargli il benvenuto. Paolo si ferm e gli accarezz le orecchie. Si rese conto con una certa tristezza che quel cane gli sarebbe mancato pi della madre, pi di qualunque altra persona a Temesa.
And a riporre i sacchi nel fienile, poi usc dalla porta sul retro. Senza farsi vedere, si infil tra i faggi e le querce a lato del sentiero. Preceduto dal rumore delle zampate, Niger arriv trotterellando dopo aver fatto il giro della struttura. Era ridicolo che un cane potesse quasi fargli cambiare idea. Paolo gioc ancora una volta con Niger, ma solo per un po'. Dopodich gli ordin di restare l.
Paolo attravers la fila di alberi e raggiunse la strada, senza guardarsi indietro.
Alcimo lo aspettava dove gli aveva indicato, alle prime tombe fuori citt.
Siamo sicuri di quello che stiamo facendo?, chiese l'amico.
Tanto quanto un uomo pu essere sicuro di qualcosa. In realt Paolo aveva i suoi dubbi, ma temeva di perdere la faccia se li avesse espressi.
Allora sar meglio muoversi.
Per gli di inferi, quanto puzzi, disse Paolo.
Alcimo fece una smorfia. I campi si concimano all'inizio della primavera, alla luce della luna. Mio padre ci tiene alle tradizioni.
Spero che il prefetto non ti abbia sopravento.
Una volta un generale ha detto che preferiva che i suoi soldati puzzassero di aglio, non di profumo.
Lo dicono tutti. Serve a far vedere la scorza dei nostri soldati, a mostrare quanto sia dura la pasta di cui sono fatti, e a spiegare come siamo riusciti a conquistare quasi tutto il mondo.
Alcimo era confuso. Non capiva mai quando Paolo era serio e quando scherzava.
E in ogni caso si trattava di aglio, non di letame.
Il foro di Temesa era alquanto insignificante. Perfino Paolo se ne rendeva conto, e non era mai andato oltre le colonie pi vicine di Crotone e Vibo Valentia. Il tempio della triade di di capitolini a un capo del foro era collegato alla basilica all'estremit opposta da due colonnati. Ma gli edifici erano piuttosto banali, e l'area racchiusa tra le colonne appariva striminzita e misera. Quel giorno anche di pi, poich lo spazio aperto era pieno di gente del luogo accorsa per la Coscrizione.
L'editto aveva annunciato che trenta bruzi sarebbero stati coscritti da Temesa. Ne erano stati convocati almeno quattro volte tanti. Mormoravano tra loro divisi in gruppetti, cupi e infelici. Era strano, pens Paolo. Avevano lo stesso aspetto dei romani, ma chiss come riuscivi sempre a distinguerli. Ovviamente era facile, sentendoli parlare. Si esprimevano o nella loro lingua o in un latino dal forte accento. Un nativo del posto pronunciava le lettere qu come una p, e tagliava le a e le ae finali. Ma anche quando restavano in silenzio, si distinguevano lo stesso. Era quell'atteggiamento di passiva ostilit. Tre generazioni erano passate, e ancora portavano rancore verso i coloni. Non si erano del tutto piegati alla legge romana.
Il mormorio della folla si spense quando Lucio Aurelio Oreste prese il suo posto davanti alla basilica. Il prefetto dei bruzi era fiancheggiato dai duoviri, i due magistrati, nominati ogni anno, che governavano Temesa. Sarebbe stato il prefetto a pescare le tessere.
Furono annunciati i nomi dei primi quattro bruzi estratti a sorte. Si fecero avanti controvoglia. Il prefetto li studi. Lucio Aurelio Oreste era nel fiore degli anni, ma era completamente calvo e aveva il volto segnato da rughe profonde, come se il dovere pubblico l'avesse invecchiato precocemente. Un aspetto degno di un uomo che aveva speso la sua vita al servizio di Roma, fino ad arrivare al rispettato ruolo di console. Gli conferiva la pi romana delle qualit, la dignitas.
Oreste ordin ai bruzi di correre sul posto, e poi di saltare da fermi. Uno di loro sembrava zoppo. Oreste lo ispezion da vicino, punzecchiando la sua gamba malata per assicurarsi che non stesse fingendo. Quando fu soddisfatto della prova, Oreste lo conged, e indic di arruolare gli altri tre.
Dei successivi quattro, soltanto tre si presentarono. I duoviri annotarono il nome dell'assente. A meno che non avesse un alibi di ferro, le cose si sarebbero messe male per lui. Dei tre che si erano fatti avanti, uno disse di avere un'esenzione. Present un documento. Oreste studi con attenzione sia il sigillo che il testo, prima di dichiararlo autentico e congedare l'uomo. Il buon servizio prestato in precedenza in un accampamento gli era valso l'assicurazione che non sarebbe stato convocato di nuovo.
La Coscrizione and avanti, quattro uomini per volta. All'ombra di un colonnato, Paolo e Alcimo osservavano e aspettavano. Alla fine i trenta bruzi furono scelti e la cerimonia giunse al termine.
Non si torna indietro. Alcimo ruppe il silenzio.
Paolo si disse d'accordo, sebbene una parte di lui sperasse che ci fosse una via d'uscita onorevole.
 ora di andare, disse Alcimo.
Si incamminarono insieme verso la basilica. La folla di bruzi rincuorati si apr per farli passare. I due giovani si presentarono davanti al prefetto e ai duoviri.
Il mio nome  Gneo Fidubio Alcimo, figlio di Gneo, cittadino romano della trib Quirina, e voglio unirmi alle legioni.
Paolo pronunci il suo nome, quello del padre e della trib, e avanz la stessa richiesta.
Oreste li esamin con uno sguardo privo di ostilit.
Alle spalle del prefetto, i due magistrati cittadini si scambiarono un'occhiata preoccupata. Uno di loro fece un cenno a un servo e gli sussurr qualcosa all'orecchio. Lo schiavo corse subito via.
Le famiglie dei coloni di Temesa sono esentate dal servizio militare, disse Oreste.
Vogliamo arruolarci da volontari, rispose Alcimo.
Ne avete i requisiti, per quanto riguarda le vostre propriet?.
Paolo rispose per primo: Io ho quello che serve, e anche le armi necessarie per prestare servizio negli hastati.
La mia famiglia  di rango equestre, disse Alcimo, e anch'io possiedo le armi per arruolarmi negli hastati.
Quanti anni avete?.
Entrambi risposero: ventidue.
Oreste sorrise. In quel momento il suo volto si trasform, e intorno ai suoi occhi si delinearono rughe profonde. A dispetto dei suoi modi solenni, Oreste era chiaramente un uomo che sorrideva spesso.
Siete consapevoli che dopo il giuramento vi potrebbe essere richiesto di prestare servizio per sei anni consecutivi?.
Paolo ebbe un tuffo al cuore. Per un giovane, sei anni erano un'eternit. Impossibile anche solo immaginare un futuro cos lontano.
E dopo essere stati congedati sarete annoverati tra gli evocati. In qualit di veterani, per i successivi sedici anni potreste essere richiamati alle armi in qualunque momento.
Prima che riuscissero a rispondere, sentirono un trambusto alle loro spalle. Fidubio si stava precipitando verso la basilica. Il suo schiavo Crotone lo precedeva, brandendo un bastone affinch i bruzi che si erano attardati si togliessero di mezzo.
Fermate la cerimonia!, ordin Fidubio.  illegale arruolare coloni di Temesa.
Le rughe del sorriso scomparvero dal volto di Oreste. Per quanto cordiale, un ex console di Roma non poteva tollerare che un semplice equestre gli parlasse in quel modo.
Non si tratta di coscrizione, disse Oreste con freddezza. Questi uomini sono volontari.
Quello  mio figlio. Preso dall'agitazione, Fidubio non si era reso davvero conto della situazione. In quanto capo della casa, ho diritti legali su di lui. Un figlio non pu disobbedire alle decisioni di un pater familias.
La legge militare ha la precedenza, rispose Oreste.
Comprendendo il suo errore in colpevole ritardo, Fidubio cerc di calmarsi e assunse un atteggiamento pi servile. Quando riprese a parlare, il suo tono era conciliatorio, al limite dell'adulazione.
Sono entrambi molto giovani e immaturi, prefetto. Alcimo  il mio unico figlio. Il padre di Paolo non c' pi. Hanno degli obblighi verso le loro famiglie.
Oreste fece un cenno di assenso con aria grave. Tanto tempo fa il generale Aulo Postumio ebbe un figlio. Voleva che portasse avanti il suo nome e i riti degli di della sua casa. Da bambino gli insegn a leggere e scrivere, da ragazzo a combattere. Era onesto e coraggioso. Ma in battaglia abbandon la posizione di sua iniziativa per attaccare il nemico. Ebbe la meglio, ma Aulo Postumio ordin la sua esecuzione perch aveva disobbedito agli ordini.
Fidubio allarg le braccia, come se non riuscisse a capire cosa significasse quella storia.
Il dovere di un cittadino verso Roma viene prima del dovere verso la sua famiglia, disse Oreste.
Fidubio rest in silenzio, incapace di formulare una risposta.
Il prefetto si volt verso Paolo e Alcimo. Vi presenterete qui tra quattro giorni con il vostro equipaggiamento. Marcerete fino a Roma insieme ai servitori di campo bruzi, sotto il comando di un tribuno militare. Il vostro attaccamento alla patria  un esempio per tutti noi.
Fidubio si par davanti a Paolo con gli occhi pieni di odio:  tutta colpa tua!.
...
.
...
Capitolo 8.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Anno 607 Ab Urbe Condita, (147 avanti Cristo).
...
.
...
Il Campo Marzio era un'area pianeggiante tra la citt e il Tevere. Sul lato sud c'erano i seggi dove il popolo eleggeva i pi alti magistrati di Roma, e vari templi, ognuno dei quali era stato eretto per adempiere a un voto pronunciato su un lontano campo di battaglia da qualche generale vittorioso. La zona a nord, dove erano accampate le truppe, era in gran parte un terreno erboso aperto. Le reclute erano acquartierate nelle tende. Le nuove legioni, cos come i rinforzi per quelle gi in servizio oltremare, erano state reclutate il mese prima, e Paolo e Alcimo facevano parte delle leve provenienti dalle regioni pi remote dell'Italia, che non avevano ancora pronunciato il giuramento militare n erano state assegnate alle rispettive unit.
L'atmosfera cambiava in modo sensibile da campo a campo. Quelli destinati alle infinite campagne di Spagna erano palesemente scontenti. C'erano diserzioni e a volte scoppiavano liti, malgrado l'umore generale fosse impostato su una misera rassegnazione mista a un'ottusa insubordinazione. Tra gli uomini diretti in Nord Africa, c'era chi pregustava avidamente le ricchezze su cui avrebbe messo le mani a Cartagine, e chi temeva i rischi di un assedio prolungato. Non c'era da aver paura soltanto della violenta disperazione dei cartaginesi, dicevano i veterani: le malattie avevano infestato ogni assedio dai tempi in cui gli achei avevano trascorso dieci anni davanti alle mura di Troia, e cos sarebbe sempre stato. I soldati delle legioni che sarebbero state guidate dai consoli designati per entrare in carica il gennaio successivo erano in generale pi sereni. Dopotutto, sarebbero trascorsi diversi mesi prima che arrivasse il momento di entrare in azione. Quelli assegnati alle due legioni agli ordini del console eletto Lucio Mummio erano convinti che sarebbero stati inviati in Acaia. Corinto, la citt pi importante tra quelle dei ribelli della Lega Achea, era ricca tanto quanto Cartagine, ed era risaputo che tutti i greci fossero dei codardi. I macedoni li avevano sconfitti; ora i romani stavano spegnendo le ultime braci della resistenza macedone. La preoccupazione pi grande era addirittura che non potesse nemmeno esserci, una guerra achea, o che l'esercito romano in Macedonia agli ordini del pretore Metello la soffocasse ancora prima che Mummio riuscisse a mettere piede in Grecia.
Paolo e Alcimo erano arrivati da poco. Fino a quel momento la vita militare non era stata troppo severa con loro: avevano da mangiare in abbondanza, e vino e donne erano sempre a disposizione. In effetti c'era un numero sorprendente di bordelli intorno al Campo Marzio: dai fatiscenti stanzoni annessi all'accampamento fino alle ricche magioni un po' pi distanti. Libero dall'influenza del padre e dagli occhi indiscreti della cittadina natale, Alcimo aveva sviluppato un certo gusto nei confronti dei piaceri di un'offerta cos variegata.
In fin dei conti era molto meglio rispetto ai giorni che erano trascorsi tra la Coscrizione e la partenza da Temesa. La madre di Paolo aveva espresso in modo piuttosto plateale il suo disaccordo con il prefetto Oreste, secondo cui il dovere verso Roma viene prima del dovere verso la famiglia. I suoi silenzi glaciali erano quasi peggio delle sue violente recriminazioni. Tuo padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Le piccole tenute vanno in malora quando il padrone di casa  lontano. Tuo padre non ci avrebbe mai abbandonato. Per quanto riguardava i tre schiavi, invece... Rodope sembrava indifferente. Forse la sua et cos avanzata le impediva di comprendere a fondo il significato della partenza di Paolo. Pastor non aveva detto nulla, ma era anche vero che era un uomo di pochissime parole. Eutyche, al contrario, aveva avuto molto da dire. Come avrebbe potuto cavarsela da solo quando Pastor avrebbe guidato il gregge sulla Sila e Paolo sarebbe stato lontano? Era un uomo anziano, piegato da una vita intera di duro lavoro. Molti padroni lo avrebbero preso a bastonate per la sua insolenza. Paolo aveva avuto il sospetto che a tenergli le mani a freno fosse stato il senso di colpa. Quelle del vecchio erano rimostranze giustificate. Paolo si consolava soltanto con il pensiero che, per quanto fosse difficile la situazione in casa sua, da Alcimo doveva sicuramente essere molto pi grave.
Le preoccupazioni relative alla partenza da Temesa avevano lasciato il posto a una sensazione di sollievo. N Fidubio n la madre di Paolo erano venuti ad assistere al loro addio.
Sotto il comando di un tribuno militare, Paolo, Alcimo e i bruzi coscritti avevano marciato verso nord attraverso la Sila. Il giovane tribuno equestre viaggiava su un carro trainato da un mulo. Tutti gli altri procedevano a piedi, e i due romani trasportavano il loro equipaggiamento. Ma le tappe erano state brevi, semplici. Una volta superata la foresta e raggiunta la valle del fiume Crati, perfino i bruzi avevano dato segno di aver fatto pace con il loro destino, e la spedizione aveva assunto un certo carattere da processione festiva o battuta di caccia.
Arrivati alla citt di Interamnium, avevano attraversato il territorio degli enotri. Superato il lago nei pressi di Forum Popilii, si erano diretti a ovest costeggiando il fiume Sele fino alla costa. Di l in poi avevano tenuto il mare sul fianco sinistro finch la strada non aveva preso a serpeggiare verso l'interno, in corrispondenza del Vesuvio. Quando avevano raggiunto Capua, avevano proseguito sulla via Appia in direzione Roma.
I rumori e gli odori di Roma si sentivano ancora prima di vederla. Un mormorio distante, come quello del mare sui ciottoli. L'odore confuso di legno bruciato e letame, di uomini e animali. Era un giorno senza vento, e nel cielo si estendeva una spessa coltre formata da migliaia di fuochi accesi per cucinare. Ai lati della strada erano comparse numerose tombe, e poco dopo erano arrivati in citt.
Le dimensioni di Roma erano inimmaginabili. Paolo aveva pensato che Temesa e le altre citt che avevano attraversato, Capua compresa, messe insieme non avrebbero raggiunto l'estensione di uno solo degli innumerevoli distretti di Roma. E forse ogni singola citt del mondo avrebbe potuto essere calata dall'alto sui sette colli senza comunque riuscire a pareggiare l'enormit di quella metropoli.
Pensa a quante donne ci saranno, aveva detto Alcimo.
Ma tutto ci a cui stava pensando Paolo era che aveva gi perso l'orientamento. Come era possibile riuscire a muoversi in quella miriade di strade e vicoli senza perdersi?
C'erano vie lastricate e palazzi alti e magnificenti. Il tempio di Giove Ottimo Massimo brillava in cima al Campidoglio. Ma c'erano anche rumore, fango, sporcizia e un impensabile squallore. E ovunque c'era gente, come se tutti coloro che vivevano in Italia e anche al di fuori fossero migrati in citt.
Paolo e Alcimo erano stati lasciati al Campo Marzio insieme agli altri cittadini che non avevano ancora prestato giuramento, mentre i bruzi erano stati portati chiss dove. Un altro tribuno militare aveva registrato l'ingresso dei nuovi arrivati e mostrato loro dov'erano le latrine, assegnando a ciascuno la tenda in cui avrebbe alloggiato.
A quel punto non avevano pi avuto niente da fare, a parte aspettare. Escluse le visite ai lupanari al seguito di Alcimo, Paolo era sempre rimasto nei pressi della tenda. In realt le dimensioni della citt lo spaventavano. Ma quel giorno l'attesa stava per finire.
Allo squillo di tromba, le reclute formarono una sorta di colonna disordinata di fronte alle tende. Il tribuno avanz scuotendo la testa, come per esprimere il suo disappunto di fronte a quei principianti senza speranza. L'ufficiale era giovane, ma aveva l'aria del veterano. O forse, pens Paolo, si trattava solo della sicurezza di s che gli veniva dal suo rango equestre. Se questo era il caso, di certo Alcimo non condivideva la sua stessa fiducia nei propri mezzi. Il volto del ragazzo, di solito cos impassibile, tradiva adesso tutta la sua ansia.
Di inferi, fate che non sia la Spagna, sussurr Alcimo.
La tromba squill una seconda volta, e, in una goffa imitazione di una marcia militare, salirono fino al Campidoglio.
Diverse centinaia di uomini erano assiepate nello spazio aperto di fronte al tempio di Giove. Il sole batteva a picco, e tutti seguivano tesi lo svolgersi del rito sacrificale. Quando l'acqua fu versata sulla sua testa, l'animale parve chinarsi docilmente. Il carnefice sapeva il fatto suo, e la bestia croll a terra di netto. Con le mani e le braccia intrise di sangue, il sacerdote dichiar le viscere propizie.
Una volta conclusi i riti religiosi, un tribuno lesse il registro. Man mano che i loro nomi venivano chiamati, le reclute erano indirizzate in tre gruppi, ciascuno verso il suo. Il tribuno annunci che coloro che avrebbero prestato giuramento quel giorno sarebbero stati assegnati alle legioni in Africa e in Spagna, oltre a quelle agli ordini di Lucio Mummio.
Paolo e Alcimo erano nel gruppo centrale. Grazie agli di, erano capitati insieme.
Concluso il processo di assegnazione, il tribuno si avvicin agli uomini sulla destra. Ordin a un soldato di farsi avanti.
Presterai il tuo sacramentum per conto dei tuoi commilitoni.
L'uomo acconsent a gran voce.
Siete diretti in Africa.
L'uomo rest impassibile.
Ripeti il giuramento dopo di me.
L'uomo annu.
Obbedir ai miei ufficiali, li seguir ovunque mi guideranno, ed eseguir ogni loro ordine. Difender la repubblica di Roma. In battaglia non diserter i ranghi per fuggire o per paura, ma solo per raccogliere o cercare un'arma, o per salvare la vita di un mio concittadino. Se vedr un compagno fuggire, lo abbatter. Non commetter furti con malizia premeditata. Fatta eccezione per una lancia, un'asta, del legname, della frutta, del cibo, una borraccia, un borsello e una torcia, se sottrarr al nemico qualunque cosa valga pi di un sesterzio d'argento la consegner ai miei ufficiali. Se infranger il mio giuramento, possa la maledizione degli di scendere sulla mia casa, sulla mia famiglia e sul mio stesso capo.
Dopo che la recluta ebbe recitato la lunga formula, gli altri soldati furono chiamati ad avanzare uno per volta, limitandosi a proclamare: Idem in me.
Lo stesso vale per me. Nessuno di loro aveva scelta. Paolo e Alcimo non avevano scelta. Per loro erano rimaste la Spagna o l'Acaia.
Il tribuno si port di fronte al gruppo centrale e ordin a un uomo di farsi avanti.
Per gli di, non la Spagna! Paolo non era sicuro di non aver pronunciato queste parole ad alta voce.
Presterai il tuo sacramentum per conto dei tuoi commilitoni.
Paolo inizi a sudare. Sentiva il suo cuore battere con forza, come se fosse troppo grosso per il suo petto.
Presterete servizio agli ordini di Lucio Mummio.
Un senso di sollievo invase Paolo. Accanto a lui, Alcimo sospir rumorosamente. Paolo si sentiva debole, non vedeva l'ora di pronunciare le parole Idem in me e andarsene. Al rientro al Campo Marzio, avrebbe comprato un'anfora di ottimo vino senza badare al prezzo, ne avrebbe offerto una parte abbondante come libagione agli di, e si sarebbe scolato il resto insieme ad Alcimo.
Mi chiamo Nevio, ma voi mi chiamerete signore. Il centurione era basso e tozzo. Tutto nella sua figura - la mascella sporgente, le labbra sottili, i capelli rasati - sembrava in qualche modo trasudare una rabbia tenuta a stento a bada.
Paolo era in piedi nella prima linea degli hastati, e sperava di non farsi notare. A un lato aveva Alcimo, all'altro un legionario di nome Tazio. Dopo il giuramento, quando erano tornati al Campo Marzio, erano stati assegnati a un gruppetto di otto che avrebbero alloggiato nella stessa tenda. Paolo aveva acquistato il buon vino che si era ripromesso, ma non c'era stato tempo di berlo prima di essere convocati a sfilare in armi.
Nevio camminava avanti e indietro lungo il fronte dei centoventi uomini del manipolo.
Finirete per pensare a me come a una matrigna: cattiva e severa, priva di alcun affetto. Il mio compito  trasformarvi in soldati. Ed  una trasformazione che non vi piacer. Le vostre schiene assaggeranno il mio bastone.
Il centurione agit la verga in legno di vite proprio davanti ai volti di Paolo e Alcimo.
La difficolt del mio compito  anche maggiore, ora che mi sono stati assegnati questi due contadini.
Paolo fissava il vuoto oltre le spalle di Nevio.
Ora voi bifolchi vi trovate sotto la legge marziale. Chi ruba nell'accampamento viene punito con la morte. Chi d falsa testimonianza viene punito con la morte. Chi si scopa i compagni di tenda: morte. Chi commette tre volte un reato minore: morte. Questi sono i crimini per cui si finisce ammazzati. Mi sono spiegato?
Sissignore, dissero insieme Paolo e Alcimo.
Ecco un elenco di azioni disonorevoli e indegne di un uomo: abbandonare la posizione, gettare le armi, fingere di star male per non combattere, fare un resoconto fallace delle vostre azioni per ottenere onorificenze. Anche in questi casi la punizione  la morte.
Sissignore.
Se una corte marziale vi giudicher colpevoli, dopo il tocco di questa verga,  compito dei vostri commilitoni aggredirvi con pietre e bastoni. Vi pesteranno a morte qui nel campo.
Sissignore.
Se escogitate un piano per fuggire, non vi andr meglio. Non vi sar concesso di tornare a casa, e comunque nessuno dei vostri familiari oserebbe riprendervi tra le mura domestiche. Sarete rovinati, una volta per tutte: peggio dei fuorilegge, senza fuoco n acqua.
Vallo a dire ai predoni sulla Sila, pens Paolo. Prov con tutte le forze a non assumere un'aria di sfida.
Durante una campagna, se provate a disertare o a passare informazioni al nemico, sarete uccisi alla vecchia maniera: prima torturati per bene, poi legati alla forca e picchiati a morte.
Quella era l'umiliazione estrema. Solo gli schiavi dovevano essere torturati, non i cittadini.
Se vi mutilate di proposito la mano con cui usate la spada, o vi tagliate il pollice, la punizione  la morte. Se provate a suicidarvi e fallite, la punizione  la morte. Nevio rise di gusto. Su quest'ultimo punto l'esercito  fin troppo generoso.
Il tono allegro spar in un attimo. Tutti gli altri misfatti saranno puniti in base alla gravit: congedo con disonore, fustigazione, rancio dimezzato o niente paga.
Nevio fece un passo indietro, e il suo sguardo corse per tutto il manipolo.
Dal momento che abbiamo due nuove reclute, dobbiamo introdurle alla disciplina. Restano cinque ore di luce. In cinque ore a passo di marcia, un'unit dovrebbe percorrere venti miglia in estate. Dieci ad andare, dieci a venire. Prendete gli scudi. Formate una colonna da quattro. Pronti a marciare.
Nevio si posizion davanti alla colonna.
Tutta colpa vostra, contadini del cazzo, sussurr Tazio.
Va' a farti fottere, mormor Paolo. A dispetto delle sue fattezze delicate, quasi da ragazza, Tazio era un soldato richiamato. A Paolo quel suo nuovo compagno di tenda non era piaciuto fin dall'inizio.
Avanti!, url Nevio.
Presero la via Flaminia verso nord. A ovest si estendevano i campi coltivati, mentre a est i fianchi di alcuni bassi colli erano punteggiati di ville e giardini. Nel punto in cui il piccolo promontorio incontrava la strada, i soldati furono rallentati da una moltitudine di viandanti e carretti in attesa di pagare il dazio alla dogana. Una volta superato l'ostacolo, si ritrovarono fuori dalla citt, a marciare in mezzo a tombe riccamente rifinite, come se stessero attraversando un paesino popolato da morti benestanti.
Oltre la necropoli, la strada procedeva dritta come una freccia. Il Tevere non era molto lontano, sulla sinistra. Sulle sue sponde, tra i salici, le rondini si lanciavano in picchiata verso la superficie dell'acqua. Lungo la strada si succedevano le pietre di confine: alcuni appezzamenti erano coltivati ad alberi da frutto da famiglie cittadine, mentre altri, pi grandi, erano vere e proprie fattorie. Sulla destra, noncurante del palese rischio di esondazioni del fiume in inverno, si ergeva una villa imponente.
Era bello ritrovarsi in aperta campagna, ma Paolo pens che quella terra fosse comunque contaminata dalla citt. Molte volte sorpassarono disgustosi carretti dai quali veniva sparso come concime il contenuto nauseabondo di vasi da notte e latrine della metropoli. A un certo punto sentirono anche una puzza pungente di piscio: da qualche parte l intorno, coperto alla vista, doveva esserci un opificio con le sue tinozze di urina.
Poco dopo, il Tevere incroci il loro cammino. Sul ponte Milvio furono di nuovo rallentati dalla folla. Oltrepassato il fiume, la via Flaminia svoltava verso est, ma Nevio li condusse invece a nord, lungo la via Cassia.
Il pomeriggio era rovente, senza un alito di vento, e i soldati marciavano in una nuvola di polvere. Tuttavia Paolo se la stava cavando bene: lui e Alcimo avevano portato sulle spalle tutto l'equipaggiamento da Temesa a Roma. Eppure not che il suo amico aveva iniziato a zoppicare leggermente.
Alla fine Nevio li fece fermare un paio di miglia dopo il piccolo villaggio di Ad Sextum.
E vi definite soldati?. Come sempre, il centurione aveva un'aria adirata. Tre ore per coprire meno di dieci miglia! Siete una rovina per il nostro buon nome!.
Ma signore, abbiamo dovuto rallentare due volte, disse Tazio.
Povera femminuccia, lo aggred Nevio. Certo, durante la campagna nessuno ostacoler il tuo cammino: n il nemico, n i civili, n i profughi!.
Tazio rest in silenzio, imbronciato.
C' un'ottima ragione per cui non si dovrebbero accettare reclute provenienti dalla citt, disse Nevio, e tu, Tazio, ne sei un chiaro esempio. Maledetto il giorno che ti sei arruolato. Rompete le righe per un quarto d'ora. Al ritorno aumenteremo il passo.
Alcimo e Paolo si spogliarono dei giavellotti, degli scudi e degli elmi, e si sedettero sul ciglio della strada. Alcimo si tolse uno stivale.
Non sono sicuro di riuscire a tornare in citt. Il suo tallone destro era scorticato fino alla pelle viva, e la vescica che si era formata sanguinava.
Marcia scalzo, disse Paolo.
Tazio li guard senza alcuna compassione: Se Nevio ti scopre, saranno guai per tutti noi.
E allora sta' zitto, rispose Paolo. Alcimo pu mettersi al centro, Nevio non se ne accorger.
Ben presto dovettero rialzarsi.
La marcia rapida adottata dall'esercito non si distingueva poi troppo da una vera e propria corsa. Dato che era gi stanco, ben presto Paolo inizi a risentire del passo troppo veloce. I suoi respiri venivano fuori dal petto come rantoli esausti. Ossa e articolazioni delle gambe erano allo stremo, e il fodero della spada gli sbatteva senza tregua contro il fianco. Ma quelle messe peggio erano le spalle: la pesante cotta di maglia le opprimeva, mentre la cinghia dello scudo appeso sulla schiena tagliava la scapola sinistra. Senza rompere il passo, Paolo si spost quell'ingombrante arnese sulla destra, ma il sollievo fu solo momentaneo.
Alcimo arrancava al suo fianco, lasciandosi scappare smorfie di dolore ogni volta che una pietra aguzza gli capitava sotto i piedi scalzi.
Manca poco ormai, ansim Paolo. Avanza e basta.
Pi di un soldato barcoll affrontando la rampa del ponte Milvio.
Ci siamo quasi, mormor Paolo.
Silenzio nei ranghi!. Nevio trasportava un carico uguale a quello degli altri, ma incredibilmente sembrava avere le stesse energie di quando erano partiti.
Quando raggiunsero il Campo Marzio il sole era ormai calato, e gran parte della centuria si reggeva a malapena in piedi.
Rompete le righe!.
Sembrava impossibile che quell'ordalia fosse davvero finita.
Paolo e Alcimo si aiutarono l'un l'altro a sfilarsi la cotta di maglia, la lasciarono nella tenda e barcollarono fino alla fontana pi vicina. Paolo lav il tallone dell'amico. Alcimo resistette stoicamente al dolore, mentre Paolo rimuoveva il terriccio dalla ferita. Dopodich la fece asciugare e vi applic un po' di unguento.
Cazzo, ce la siamo vista brutta. Alcimo non usava spesso parole del genere. Bruttissima, cazzo.
 finita, ora, disse Paolo. Andiamo a bere.
Cap subito che c'era qualcosa di strano. Cinque dei loro compagni non alzarono neanche gli occhi quando entrarono nella tenda. Tazio era seduto sul letto di Paolo, a tracannare dall'anfora di vino buono.
Per un attimo Paolo non reag.
Tazio abbass l'anfora e fece un sorrisino.
Fu allora che Paolo gli si lanci contro. Con un gesto violento gliela fece volare via dalle mani. L'anfora and a infrangersi a terra rovesciando quel po' di vino che rimaneva. Paolo sollev di peso Tazio.
Ladro bastardo!.
Tazio colp Paolo con un rapido pugno allo stomaco. Il ragazzo si pieg in due, sentendosi mancare il fiato.
Cosa pensi di fare, topolino di campagna?.
Alcimo si fece avanti, ma Paolo gli ordin di restare al suo posto.
Senza nemmeno provare a dire una parola, Paolo si lanci di nuovo contro Tazio. Finirono entrambi contro la tenda, rimbalzando poi a terra. Paolo cadde sopra il suo avversario, e ne approfitt per sferrargli un pugno in pieno viso. Lo colp quattro o cinque volte con tutta la sua forza.
Tazio gemeva coprendosi la testa con gli avambracci.
Con le nocche doloranti, Paolo si alz in piedi barcollando e si volt per andarsene.
Attento!, url Alcimo.
Tazio si era sollevato, e ora brandiva un pugnale.
Paolo sollev le mani per intimare calma, e inizi a indietreggiare. Tazio si fece avanti, con la lama in mano.
Non sei pi cos coraggioso, adesso!. Il volto di Tazio era imbrattato di sangue.
Senza esitare, Paolo balz verso di lui. Afferrandogli il polso con la mano destra, gli strinse il gomito con la sinistra. Sfruttando il peso del corpo, tir Tazio verso di lui, e per poco non riusc a fargli perdere l'equilibrio. Paolo sferr una ginocchiata contro il braccio del suo aggressore, che per non moll la presa del coltello e prov a divincolarsi. Alla seconda ginocchiata, tuttavia, dovette arrendersi, e l'arma cadde al suolo. Paolo la scalci via sotto uno dei letti.
Un'ondata di nausea gli risal dall'inguine: Tazio gli stava stringendo i testicoli in una presa fortissima.
Nessuno si muova!.
Entrambi restarono paralizzati sentendo l'ordine di Nevio.
Quando Tazio moll la presa, Paolo si accasci tenendosi i genitali.
In piedi!.
Ancora dolorante, Paolo riusc a malapena a raddrizzarsi sull'attenti.
Nevio lo colp al volto con una frustata del suo bastone di vite. Paolo vacill sentendo il sapore del sangue. Era come se avesse in bocca una moneta di rame sporca.
In piedi!.
Nevio infier anche sul volto di Tazio.
Se vi dovesse venire in mente anche solo di sfiorarlo... be', non pensateci nemmeno, disse il centurione. Brand il bastone davanti al loro naso. Se ci provate, otterrete soltanto la fustigazione e il congedo con disonore. Provate a toccare me, e otterrete la morte.
Restarono entrambi in silenzio.
Chi ha iniziato la rissa?.
Nessuno degli otto soldati parl.
Scommetto che sei stato tu, Tazio. Un topo di fogna della Suburra, un piantagrane.
Sulla guancia di Tazio era apparso un gonfiore lucido.
Azzuffarsi nell'accampamento  un crimine. E se uno di voi ha usato un'arma la punizione  la morte.
Alcimo sembr sul punto di parlare, ma Paolo lo ferm con un'occhiata.
Voi due faticherete pi degli altri e avrete la paga dimezzata per un mese.
Il centurione guard gli altri soldati intorno a lui. E voi siete colpevoli di non aver fermato la rissa. Tutti gli uomini di questa tenda riceveranno orzo al posto del grano, per un mese. Consideratevi fortunati. Se dovesse ricapitare questo o qualsiasi altro crimine, assaggerete la frusta. Mi sono spiegato?.
L'addestramento dur quasi un mese. L'intera legione usciva dal Campo Marzio, portava a termine la marcia e infine scavava le trincee per l'accampamento. Una volta terminata l'operazione, i soldati riempivano di nuovo tutti i fossati e marciavano verso le loro tende. Nevio non concedeva un attimo di respiro alla sua centuria. Di pomeriggio, quando gli altri legionari erano a riposo, costringeva i suoi uomini a lanciare il giavellotto contro dei bersagli, a esercitarsi con la spada colpendo pali di legno, o a sfiancarsi in marce punitive con armatura e bagagli.
Paolo non si lamentava. Aveva la resistenza di un bue, e le sue capacit nell'uso delle armi riscuotevano dei grugniti di approvazione da parte del centurione. Non gli dispiaceva neanche il pane d'orzo. A differenza di Alcimo non era ossessionato dalle puttane, quindi non avere denaro non era un problema per lui. Tazio non aveva espresso alcuna gratitudine per il fatto che n Paolo n Alcimo avessero spifferato a Nevio del pugnale. Tra loro c'era un rapporto di diffidenza, ma non di aperta ostilit. Gli altri cinque compagni di tenda erano ragazzotti placidi della campagna sabina, e non causavano nessun problema.
Giorno dopo giorno, faticarono sotto il cielo terso e il sole cocente dell'estate italiana.
Stavano sistemando il loro equipaggiamento quando, una sera, Nevio entr nella tenda. Il centurione sembrava pi furioso che mai.
Tutti scattarono sull'attenti.
Marceremo all'alba domani.
Dove siamo diretti, signore?, chiese Tazio.
Dovunque vi verr ordinato. Questa non  una cazzo di assemblea al foro.
Nevio guard Paolo e Alcimo. Il senatore Lucio Aurelio Oreste guider un'ambasceria alla Lega Achea a Corinto. Noi saremo la sua guardia d'onore. L'ambasciatore ha chiesto specificamente di questo contubernium. A quanto pare  rimasto colpito dal patriottismo di voi due bifolchi volontari. Il vostro esagerato senso del dovere ci ha procurato questo fastidio. Sarebbe stato meglio se non aveste mai lasciato la Calabria.
...
.
...
Capitolo 9.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Anno 607 Ab Urbe Condita, (147 avanti Cristo).
...
.
...
Era una sensazione stranissima. Le assi di legno parevano muoversi e piegarsi, come se fossero dotate di vita propria. Se non altro, Paolo non era colpito dal mal di mare. Era la prima volta nella sua vita che si trovava su una nave, e i marinai gli avevano detto che per molti era un'esperienza orribile.
Si trattava di una quinquereme, la pi grande delle navi da guerra di Roma. Lunga pi di cento piedi dal suo rostro di bronzo all'elegante dritto di prua ricurvo, misurava venti piedi da una scalmiera all'altra. Veniva spinta sull'acqua da trecento rematori sottocoperta. Era definita a cinque perch ogni remo della fila superiore era manovrato da tre uomini, mentre quelli della fila inferiore da due. L sotto lo spazio era poco, e l'aria fetida, stagnante. Quass, invece, una leggera brezza - non sufficiente a spiegare le vele - fondeva l'odore di sale con quello del legno sbiancato dal sole, della pece e della vernice fresca della nave. Tra i marinai, soltanto i timonieri e la vedetta erano ai propri posti. Gli altri venti gironzolavano per il ponte insieme ai quaranta soldati. Non male come vita, pens Paolo. Tutti i membri dell'equipaggio erano uomini liberi. Magari non possedevano i requisiti per unirsi alle legioni, ma non dovevano straziarsi i piedi in nessuna marcia sfiancante. Non male come vita, gi, a patto che il tempo non cambiasse, portando tempesta. Paolo non sapeva nuotare.
La quinquereme era stata rimessa a nuovo per il viaggio: risplendeva nelle sue tonalit di rosso e blu, con i ponti tirati a lucido e le parti metalliche luccicanti al sole. Si diceva che la Lega Achea non avesse una flotta. La nave da guerra che trasportava il legato di Roma, Lucio Aurelio Oreste, avrebbe trasmesso gi da sola un messaggio molto chiaro.
Erano salpati all'alba da Brindisi. Avrebbero navigato per tutto il giorno, per giungere a Corcira entro il crepuscolo. Da l avrebbero fatto tappa a Patrasso prima di raggiungere la destinazione finale: il Lecheo, il porto di Corinto. Una nave cos grande aveva bisogno di attraccare ogni notte. I rematori dovevano scendere a terra, non avendo a bordo un luogo in cui poter cucinare, dormire o semplicemente riposarsi. Passare la notte ancorati al largo sarebbe stato sfiancante.
Le grandi file di remi affondavano e risalivano all'unisono, come le ali di un enorme uccello marino. Una nebbiolina leggera si sollevava nel punto in cui ogni remo penetrava nelle onde.
Paolo, ancora non del tutto saldo sui piedi, percorse il ponte fino al punto in cui Nevio, pallidissimo, era aggrappato al corrimano sottovento.
Gli uomini sono in posizione, disse Paolo.
Alla guardia d'onore era stata assegnata una cabina a prua, il posto pi umido. Avrebbero srotolato i loro giacigli sul ponte. Non c'erano tendoni a coprirli, e in caso di pioggia si sarebbero infradiciati. Di tutti i membri dell'ambasceria, solo Oreste e i suoi pi stretti collaboratori stavano al coperto. Il capitano della nave aveva sgomberato per loro i suoi alloggi a poppa.
Un romano dovrebbe affidare la propria vita alla spada, non a dei dannati pezzi di legno. Nevio non guardava Paolo, teneva gli occhi fissi sulla linea dell'orizzonte. Che i greci e i cartaginesi combattano pure sul mare, ma a noi date un po' di terra sotto i piedi! Un po' di terreno solido sul quale possiamo vincere o morire da uomini.
Quando la nave sband all'improvviso fiancheggiando una grande onda, Paolo si aggrapp al corrimano. Le nocche di Nevio erano bianche, mentre stringeva forte il legno respirando con la bocca.
Perch stiamo andando a Corinto, signore?
Per proteggere il legato, rispose bruscamente Nevio.
Ma perch ci sta andando Oreste?
Sei proprio uno zotico impiccione, eh?.
Paolo rest in silenzio.
Nevio gli lanci un'occhiata, deglut a fatica e torn a osservare l'orizzonte. Da quanto ne so, la Lega Achea governa il Peloponneso, la penisola meridionale della Grecia. La citt di Sparta vuole abbandonare la lega, e gli achei non vogliono permetterglielo. Entrambe le parti si sono appellate a Roma, e Oreste sta andando a riferire la decisione del senato. Quando arriveremo a Corinto, dovremo lucidare bene le armature e sembrare pi maestosi possibile, mentre Oreste consegna il verdetto.
Cosa ha deciso il senato?
Secondo te come cazzo faccio a saperlo io? Adesso vattene, lasciami stare.
Paolo and a prua. Iniziava ad abituarsi a camminare sul ponte. Avanz a gambe larghe, seguendo l'incessante ondeggiare della nave. Con il viso bagnato dai leggerissimi spruzzi d'acqua, rest a osservare i giochi di luce che il sole generava sul mare. Quello s che era un bel modo di viaggiare. Niente a che vedere con la lunga marcia da Roma a Brindisi. Paolo, il figlio di un modesto proprietario di Temesa, stava per mettere piede in una delle pi antiche e ricche citt del mondo. Si era arruolato per questo.
La casa che si affacciava sul tempio di Apollo al centro di Corinto era stata scelta per destare soggezione nell'ambasceria romana. Non c'erano portoni, ma soltanto un ingresso ad arco aperto, attraverso il quale era possibile vedere l'atrio fin dalla strada. Niente sicurezza, n intimit. Il cortile interno non aveva balconate sui lati. Al contrario, ogni struttura aveva la sua rampa di scale, il che rendeva pi difficile spostarsi da un punto all'altro del piano superiore, restituendo un effetto di scomodit e ristrettezza. Un messaggio meno sottile arrivava dalla statua al centro dell'atrio, la cui iscrizione riportava il nome di Filopemene. Il vecchio generale acheo aveva conquistato Sparta, ed era qui rappresentato mentre avanzava armato in posa marziale. L'affresco nella stanza principale, inoltre, ritraeva l'esercito acheo vittorioso sui macedoni.
L'ambasceria era stata ricevuta al porto del Lecheo in grande stile, e scortata fino agli alloggi a essa destinati a Corinto. Dopodich era stata lasciata a s stessa. Nella sto accanto alla casa erano disposte svariate armature, rastrelliere di armi e grosse pile di proiettili per catapulte. L'arsenale doveva ricordare agli ospiti la forza militare achea.
La legazione fu lasciata a rigirarsi i pollici per quattro giorni. Quando non era in servizio, Alcimo visitava i bordelli della citt con Tazio. Paolo non li accompagnava mai. I rapporti tra lui e Tazio erano migliorati durante il viaggio, ma non erano ancora del tutto cordiali. Gli sembrava inoltre che Alcimo l'avesse perdonato fin troppo rapidamente.
Il legato stesso era rimasto in attesa degli eventi, senza rispondere a quella che molti dei senatori romani avrebbero visto come un'irrispettosa provocazione degli achei. Oreste aveva ordinato ai soldati di erigere una piattaforma bassa in fondo all'atrio e di piazzarvi sopra un imponente seggio, che ricordasse pi che altro un trono. Il tribunale improvvisato fu posizionato alle spalle della statua di Filopemene, in modo che sembrasse che il generale stesse fuggendo dai rappresentanti di Roma. Oreste aveva fatto il possibile per preparare al meglio la scena in cui stava finalmente per svolgersi l'incontro.
Paolo era in piedi dietro il seggio del legato, insieme al resto dei soldati. Nevio li aveva costretti a lucidare le loro armature fino a farle brillare. Oreste indossava una toga bianca come la neve, con la larga fascia viola da senatore. Al suo fianco, due segretari abbigliati con tuniche altrettanto candide.
Salute e ogni gioia, Lucio Aurelio Oreste. La voce era quella del generale della Lega Achea. Dieo aveva guance cadenti e capelli radi. Al di sopra della tunica indossava un mantello greco immacolato. Teneva il braccio destro sul petto, con la mano nascosta tra le pieghe dell'himation. Malgrado il decoro e la compostezza della sua posa, in lui c'era qualcosa di aggressivo e presuntuoso. Dieo aveva la reputazione di essere un demagogo, e si diceva che non fosse esattamente un amico di Roma.
Salute e ogni gioia a te, Dieo di Megalopoli. Oreste parlava in greco, ma non era una grande concessione. Pochi greci conoscevano il latino, e il greco era la lingua della diplomazia nel Mediterraneo orientale.
I delegati achei salutarono Oreste uno alla volta, e lui ricambi. In tutto, erano tredici uomini. Il fatto che Oreste conoscesse nome e citt di provenienza di ciascuno faceva un certo effetto. Con ogni evidenza era stato preparato molto bene dai suoi segretari.
Finite le formalit, Dieo prese l'iniziativa. Sparta  parte integrante della Lega Achea e tale deve rimanere. Non possiamo accettare che si ritiri.  contro la legge, e contro la volont della maggioranza dei cittadini. Solo un manipolo di scontenti desidera turbare l'ordine costituito.
Oreste lo lasci parlare.
 immorale. Il volere di molti deve avere la precedenza sui desideri sconsiderati di pochi. Insieme siamo pi forti. Come potrebbe la Lega Achea difendersi, se ogni singola citt, corrotta dagli interessi personali di una manciata di politici, decidesse arbitrariamente di abbandonarla?.
Di fronte al prolungato silenzio di Oreste, Dieo pose fine al suo sfogo.
Agendo apertamente, alla vista di uomini e di, il senato ha esaminato i resoconti di entrambe le parti. Oreste parlava con voce potente, dando fondo a tutta la sua abilit oratoria per evocare la grandezza di Roma. I padri coscritti hanno deliberato a lungo e hanno infine emesso un decreto. Mi  stato affidato il compito di comunicarvene i termini.
Oreste fece una pausa per dare maggiore peso alle parole che stava per pronunciare.
Il senato decreta che a Sparta debba essere concesso di abbandonare la Lega Achea.
Tra le file achee ci fu un sussulto di rabbia e disapprovazione.
Inoltre, essendo entrate a far parte della Lega dopo la sua formazione, e non avendo legami di sangue con essa,  bene che anche le citt di Argo, Eraclea sul monte Eta e Orcomeno in Arcadia ne escano.
Dieo e i suoi rimasero a bocca aperta per lo stupore.
Oreste continu: Come del resto la stessa citt di Corinto.
Giammai!, url Dieo.
Oreste continu a parlare, ma le sue parole erano ormai coperte dalle proteste degli achei, che davano voce alla loro indignazione.
Vedremo cosa ne pensano gli achei di questo tradimento!, grid Dieo sovrastando le altre voci. Convocate l'assemblea! Dite al popolo di radunarsi nel teatro!.
Dieo usc dalla casa con plateale sdegno, seguito dagli altri.
D'improvviso nell'atrio regnava di nuovo la quiete. Una colomba volteggi sul giardino, prima di posarsi sulla testa della statua.
Oreste la osserv. Purtroppo temo non sia un segno, disse.
Con grande calma, il legato si volt verso Paolo. Dico il vero se affermo che parli bene il greco?
Sissignore.
Togliti l'armatura e lo scudo. Vestiti da civile, recati al teatro e ascolta cosa dicono. Poi torna a riferirmelo.
Sissignore.
Oreste fece cenno a Nevio di avanzare. Centurione, proteggi l'ingresso. Metti due uomini di guardia sul tetto affinch facciano da vedette. Una folla inferocita  una bestia pericolosa.
Prima che Nevio potesse eseguire gli ordini, un altro pensiero attravers la mente di Oreste: Chi  il soldato pi veloce della centuria?.
Nevio fece il nome di uno dei contadini sabini.
Mandalo alla nave. Digli di correre disarmato, a tutta velocit. Il capitano deve tenersi pronto a far salpare la quinquereme in qualsiasi momento. Potremmo essere costretti a una rapida ritirata.
Il teatro era molto vicino, appena dopo l'arsenale. Le strade erano gi piene di uomini diretti all'assemblea. Paolo era preoccupato: come poteva spacciarsi per acheo? Corinto, Megalopoli, Orcomeno: sebbene Oreste avesse appena nominato molte citt della lega, non era semplice ricordarle tutte. E se qualcuno avesse messo in dubbio la sua provenienza dalla citt che avrebbe eletto a sua patria fittizia? E se il suo stesso accento, o la sua figura, l'avessero tradito?
Alla fine nessuno si preoccup di controllare chi accedeva all'assemblea. Il teatro era scavato nel fianco della collina, rivolto a nord, con vista sul Lecheo e sul golfo di Corinto. Quasi tutti quelli che entravano cercavano un posto davanti alla scena, dove si poteva vedere e sentire meglio. Paolo si sedette sul lato est, da dove sperava fosse pi facile sgattaiolare via.
Il teatro era grande. Poteva ospitare verosimilmente diverse migliaia di spettatori. Gran parte dei presenti indossava modesti abiti da lavoro. Paolo si sent in qualche modo rassicurato dal fatto che le persone sedute accanto a lui sembrassero benestanti e rispettabili.
La folla sui gradoni ronzava come un nido di vespe. Paolo lanci uno sguardo alle acque blu del golfo. Quanto avrebbe voluto essere al sicuro sulla grande nave romana.
Dieo entr sulla scena e sollev le braccia per ordinare il silenzio. Il brusio si smorz pian piano. L'umore generale della marmaglia sembrava alquanto bellicoso.
Abbiamo ascoltato cosa avevano da dire i romani. L'acustica era ottima, e Dieo dovette alzare la voce soltanto di poco. Quando inform la folla dei termini del decreto, l'assemblea parve abbaiare fuori tutta la sua furia, lanciando maledizioni sulle teste dei romani.
Ora Dieo era costretto a urlare. Ascoltiamo cosa consiglia lo stratego Critolao.
Si fece avanti un altro uomo. Critolao era corpulento, con un volto rubicondo e mite che riusciva ci nonostante a trasmettere un'aria astuta.
Argo intende forse lasciare la lega?.
La folla rugg di no, in particolar modo gli argivi.
Eraclea? Orcomeno?. Quando nomin Corinto, molti batterono i piedi e sembr che il teatro stesso tremasse. Paolo not che quelli accanto a lui non si univano alle urla.
I romani vogliono smembrare la lega. Critolao percorreva la scena gesticolando e accalorandosi nel suo discorso demagogico. Quando saremo indifesi, ci inghiottiranno in un solo boccone. Ricordate come hanno tradito Cartagine. Per ingannare i cartaginesi e convincerli a deporre le armi, avevano promesso di non invadere i loro territori. Poi, rimangiandosi la parola, hanno ordinato loro di abbandonare la citt. I romani non sono uomini, sono bestie senza fede!.
Lupi! Bestie ausonie!, grid qualcuno tra la folla.
Roma non ha alcuna autorit su quest'assemblea sovrana di achei. Respingete le loro arroganti richieste. Rimandateli a casa con la coda tra le gambe. Solo gli spartani vogliono lasciare la lega. Bene, rimetteteli in riga: ignorate Roma e dichiarate guerra a Sparta!.
Guerra! Guerra!. Critolao era riuscito a scatenare gli istinti del suo pubblico.
Un'altra figura si port al centro della scena.
Sosicrate, disse l'uomo ben vestito accanto a Paolo. Ora finalmente potremo sentire qualche parola sensata dal comandante della cavalleria.
Cittadini dell'Acaia!. Solo una piccola minoranza era disposta ad ascoltare Sosicrate. Questa  una pazzia!.
Fu sobissato di fischi e urla di scherno.
Tuttavia persever: Dichiarare guerra a Sparta significa dichiarare guerra a Roma. Pensate forse che possiamo affrontare Roma? Imparate dal passato e considerate la realt presente. Antioco, il re seleucide, condusse qui un enorme esercito per liberare la Grecia. A Magnesia perse quell'armata, e con essa non solo la Grecia ma l'Asia intera. A Cinocefale i romani sconfissero Filippo il macedone, e a Pidna suo figlio Perseo. Vinsero Annibale a Zama. Roma non perdona e non dimentica. Hanno dato la caccia ad Annibale fino alla sua morte, e ora si preparano a radere al suolo la sua citt natale, Cartagine. Nessuno  stato in grado di fermarli. Ora governano il mondo dalla Spagna all'Egeo. Noi siamo soli. Se dichiarate guerra a Sparta, porterete la rovina sulle nostre teste.
I vicini di Paolo erano tra i pochi a non urlare il proprio dissenso verso queste parole.
Critolao spinse quasi via dalla scena Sosicrate a gomitate. I romani non interverranno. Hanno gi troppe guerre da combattere, e stanno perdendo su tutti i fronti. In Africa l'armata di Scipione rester per sempre accampata sotto le mura di Cartagine.  la terza campagna che i romani combattono contro i cartaginesi, e non sono ancora stati in grado di prendere la citt. Poche settimane fa, in Spagna, le truppe del pretore Vetilio sono rimaste intrappolate sulle montagne e sono state annientate. Nella stessa Italia del nord ci sono ancora i celti, non assoggettati da Roma. Sotto il comando del vero re, Alessandro, figlio di Perseo, la Macedonia si  risollevata, e le legioni di Metello sono fuggite a gambe levate. Anche se i romani riuscissero a racimolare gli uomini da mandare contro di noi, non saremmo soli. Altri re, altri Stati condividono il nostro progetto. Dimostratevi uomini, e non vi mancheranno gli alleati. Dimostratevi schiavi, e non vi mancheranno i padroni!.
La parte opposta del teatro era in subbuglio: un uomo era stato aggredito dalla folla e ora cercava di divincolarsi, ma tutti lo tenevano fermo per i capelli e per la tunica, prendendolo a schiaffi e pugni.
 come temevo, disse il vicino di Paolo ai suoi compagni. Inizieranno a linciare gli spartani. E questi plebei potrebbero anche andare oltre.
L'uomo era stato bloccato a terra, e scomparve sotto la folla degli assalitori.
Dobbiamo andarcene, disse calmo il vicino di Paolo.
Paolo si accod al piccolo gruppo di cittadini ricchi. Mentre scendevano i gradini, i lavoratori pi poveri lanciarono commenti caustici verso di loro, e perfino minacce - quelli come voi sono i prossimi -, ma nessuno si spinse fino a fermarli.
Una volta fuori, si sparpagliarono. I cittadini benestanti corsero verso la relativa sicurezza delle proprie case, che ben presto sarebbero state barricate.
Paolo non acceler l'andatura. Avanz a passo normale, sforzandosi di non muoversi troppo velocemente per non tradire paura, n troppo lentamente per non trasmettere spavalderia. Meglio non attirare attenzioni. Ma non funzion. Mentre passava accanto all'arsenale, si imbatt in un gruppo di una dozzina di delinquentelli.
E tu dove credi di andare?, disse uno di loro sbarrandogli la strada.
Ai miei alloggi, rispose Paolo.
Il tuo accento mi sembra proprio spartano. Gli altri si mossero per accerchiarlo.
No. Paolo riflett alla svelta. Vengo da Siracusa, in Sicilia.
E quindi devi essere una spia dei romani.
Niente affatto, sono un mozzo della Eirene, che  ormeggiata al Lecheo.
Mai sentita.
Prima che l'uomo potesse proseguire l'interrogatorio, un grido si lev dall'altro lato della collina.
Uno spartano! Uno spartano!.
Una figura solitaria fuggiva verso il santuario del tempio di Apollo. Una folla di venti o pi persone la inseguiva. Senza dire una parola, i malintenzionati che avevano preso di mira Paolo si affrettarono a rincorrerla.
A quel punto Paolo abbandon ogni prudenza e inizi a correre.
Il colonnato dell'arsenale pass in un lampo alla sua sinistra. Sotto la sto c'erano soldati achei in armi. Non provarono nemmeno a correre in aiuto dello spartano, che ormai era preda della folla che lo picchiava e trascinava per tutta la piazza, lasciando una striscia lucida di sangue sulle pietre.
Alcimo, Tazio e altri due legionari erano in piedi davanti all'ingresso, gli scudi uniti. Si separarono per far passare Paolo.
Nevio era accanto a Oreste in fondo all'atrio. Il legato era ancora seduto e non sembrava scosso, al contrario dei suoi segretari.
Paolo sent delle urla di donna provenire da poco distante.
L'assemblea ha dichiarato guerra a Sparta?.
Senza fiato, Paolo si prese un momento per rispondere a Oreste. Non mentre ero l. La folla sta dando la caccia a quelli sospettati di essere spartani, per linciarli.
S, lo sappiamo. L'autocontrollo di Oreste era invidiabile. Impugna le armi e unisciti alle guardie all'entrata.
Dovremmo andarcene, disse Nevio.
Non prima che ci costringano a farlo, rispose Oreste. Non sarebbe una cosa onorevole, altrimenti.
Paolo si era appena infilato la cotta di maglia quando Tazio diede l'allarme: l'orda era in arrivo. Paolo si infil l'elmo. Ai lamenti delle donne si un il pianto dei bambini. Provenivano dall'interno della casa. Paolo sollev lo scudo, impugn i due giavellotti e corse all'ingresso.
La folla doveva essere forte di cento uomini almeno. Gridavano tutti all'unisono. Parlavano di tirar fuori qualcuno dalla casa.
Giavellotti pronti!, ordin Nevio.
I quattro legionari davanti, tenendo un pilum nella mano che reggeva lo scudo, sollevarono l'altro all'altezza delle spalle, pronti a scagliarlo. Gli uomini che avevano davanti arretrarono di un passo o due. Con volti barbuti e feroci, continuavano a gridare: Fuori i traditori!. I romani non risposero. I civili non erano armati, ma Paolo not che alcuni di loro avevano mani e braccia sporchi di sangue. Pens che quelli pi indietro stessero distribuendo a tutti delle pietre.
Il tempo sembr fermarsi durante questo stallo. Paolo vide che il braccio di Alcimo iniziava a tremare per lo sforzo di sorreggere il giavellotto in posizione. Sent il sudore scorrergli lungo la spina dorsale, sotto la cotta di maglia. Respirava a boccate rapide e brevi. Sulla folla aleggiava un'aria di attesa. Le urla erano cessate.
Sono sul tetto!.
All'allarme di una delle vedette romane, tutti i legionari voltarono la testa.
Occhi fissi davanti!, url Nevio. Quanti sono?
Una dozzina, ma aumentano sempre pi. La vedetta sembrava a un passo dal cadere in preda al panico. Molti di loro hanno una scala.
Ottimo, cazzo, mormor Tazio.
Silenzio tra i ranghi!. Nevio prese la sua decisione senza esitare. Arretrate fino al legato. Vedette sul tetto, unitevi a noi.
Camminarono all'indietro, occhi e armi fissi sugli achei. Solo quando ebbero superato la statua al centro del cortile la folla inizi a riversarsi attraverso l'ingresso.
I due legionari di vedetta arrivarono gi dalle scale.
Formate la testudo attorno al legato.
Otto scudi formarono una testuggine incompleta, mentre Oreste era ancora seduto sul tribunale.
Signore, potrebbe scendere?, chiese Nevio.
Oreste si rifiut. Non era degno di un senatore romano indietreggiare davanti alla marmaglia.
Dall'alto arriv il rumore di porte sfondate, seguito da urla di donna. Paolo lanci uno sguardo di traverso ad Alcimo. La sua domanda non aveva bisogno di essere pronunciata.
Sono venute da noi per cercare protezione, disse Alcimo.
Furono trascinati tutti fuori: donne, bambini e un paio di vecchi.
Cosa ne faranno di loro?, chiese Paolo senza rivolgersi a nessuno in particolare.
Come per rispondere alla sua domanda, uno spartano con la barba bianca fu portato di forza ai piedi della statua e fu costretto a inginocchiarsi davanti all'immagine marmorea di Filopemene. Uno degli achei afferr il vecchio per i lunghi capelli, gli tir indietro la testa e gli tagli la gola.
Sangue per gli spiriti, url il carnefice.
Come obbedendo a un ordine silenzioso, la folla inizi a trascinare le vittime fuori dall'atrio. All'ingresso si form una calca confusa. Un bambino, separato dalla madre, inciamp e cadde, e sarebbe rimasto schiacciato se un uomo non si fosse chinato a raccoglierlo. Il bimbo aveva solo quattro o cinque anni. L'uomo lo afferr per le caviglie e lo tenne a testa in gi mentre urlava. Aspett che la folla defluisse, e quando ebbe spazio a sufficienza fracass la delicata testa del piccolo sbattendogliela contro il muro di pietra.
Un attimo dopo erano andati tutti via. Il rumore orribile della loro avanzata si affievol, e nel cortile torn la calma. Tutto era immobile. Paolo non riusciva a distogliere lo sguardo dalla macchia sul muro e dalla minuscola figura straziata.
Uno stormo di colombe sorvol in cerchio la casa, e lo sbattere delle ali ruppe il silenzio dell'atrio.
Torniamo alla nave. Oreste si alz in piedi e lasci il tribunale.
Formate due linee da quattro. Pratico come sempre, Nevio non sembrava sconvolto dall'orrore. Legato, segretari, vi prego di prendere posto tra i legionari.
Nevio esamin i suoi uomini come se stessero per partecipare a una parata, dopodich si port alla testa del gruppo. In marcia, al passo!.
La strada era deserta, cos come la collina attorno al tempio. Perfino i mendicanti erano spariti. La brezza port da lontano orribili grida e urla di pianto, come se la citt fosse stata abbandonata dall'umanit e consegnata a demoni maligni.
La piccola colonna svolt verso est. Paolo era nella fila posteriore, sulla destra. Pessima posizione: sia la schiena che il fianco senza scudo erano scoperti. Tuttavia non c'era alcuna minaccia in vista, e il porto non era molto lontano. Forse gli di li avrebbero assistiti. Lanci uno sguardo al tempio di Apollo, sperando di non doverlo mai pi rivedere.
Si trovarono di fronte la stretta e ripida stradina che portava gi al Lecheo. Quando la imboccarono, Paolo sent alle sue spalle un abbaiare furioso, come quello di un branco di cani che seguono una pista. Prov a convincersi che non fossero sulle loro tracce.
Il suono sembr affievolirsi quando entrarono nella buia galleria formata dagli alti edifici. Un istante dopo ci fu un sussulto nella prima fila, e la marcia rallent.
Alt!, grid Nevio.
Paolo guard oltre i suoi compagni e si sent mancare il fiato. A non pi di trenta passi da loro, una massa compatta di uomini era incuneata all'ingresso della strada per il Lecheo. Erano armati, non con equipaggiamento militare, ma con coltelli e bastoni. Molti avevano delle grosse pietre.
Alle spalle di Paolo, l'orrendo abbaiare della folla si fece pi vicino. In un attimo anche la parte opposta della strada venne bloccata.
Testudo, ordin Nevio.
Si strinsero di nuovo, circondandosi di un numero insufficiente di scudi.
Dalle facciate degli edifici arrivavano insulti e maledizioni. Il rumore era cos assordante che Paolo aveva l'impressione che la sua testa fosse sul punto di esplodere. La furia della folla stava montando. Otto soldati e tre civili contro una massa inferocita: l'esito era scontato.
Dall'alto!.
L'allarme arriv troppo tardi. Il contenuto di un vaso da notte and a spiaccicarsi dritto addosso a Lucio Aurelio Oreste. Un escremento gli scivol lungo una spalla, lasciando una scia disgustosa sulla toga immacolata. Anche il vaso fu poi lanciato da una finestra alta, ma manc il bersaglio e si fracass in mille pezzi sul selciato.
Le risate di scherno anticiparono il lancio della prima pietra, che sfior l'orecchio di Paolo. Ne seguirono altre. Una grandine di proiettili scortic il cuoio degli scudi. Ogni singolo impatto scuoteva con forza il braccio sinistro di Paolo. Una pietra si infranse su un lato del suo elmo.
Cazzo!. Un sasso era penetrato nelle difese, colpendo un legionario. Pi che vederlo barcollare per il dolore, Paolo percep i suoi spasmi dentro di s.
Comportati da uomo!, url Nevio. Ce la caveremo. Al mio comando, carichiamo verso il porto e loro se la daranno a gambe.
Un altro legionario lanci un grido di dolore.
Siete pronti alla guerra?. Nevio formul la domanda di rito.
Pronti!. La risposta fu debole, poco pi che un sospiro.
Cosa? Non ho sentito!.
Ma Nevio non ripet la domanda. La pioggia di pietre si indebol, poi cess. Paolo diede una rapida occhiata nella fessura tra il suo scudo e quello accanto. Soldati achei stavano costringendo la folla a farsi da parte. Indossavano un'armatura cesellata in argento simile a quelle che aveva visto all'arsenale. Brandivano spade ricurve e piccoli scudi tondi rivestiti d'argento. Erano guidati da un uomo che indossava un himation e una tunica.
Nell'animo di Paolo la speranza combatteva contro la disperazione.
I soldati circondarono i romani.
Le truppe achee fronteggiavano la folla. Paolo riconobbe il loro comandante.
Lucio Aurelio Oreste, ti prego di accettare le mie pi umili scuse, disse Sosicrate. Questo tumulto  opera di agitatori e plebaglia. Non tutti gli achei sono nemici di Roma. I miei uomini sarebbero onorati di scortarvi alla vostra nave.
Un sentimento che non sembrava davvero condiviso da tutti i soldati achei. Ma erano pur sempre addestrati a eseguire gli ordini.
Fu cos che il legato di Roma lasci la citt e raggiunse il Lecheo con la toga sporca di merda. E in quel momento il destino di Corinto fu segnato.
...
.
...
Capitolo 10.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Paolo era seduto a osservare la pioggia. Pioveva anche dopo il sacco di Corinto. La gente diceva che era colpa dei morti: le esalazioni di migliaia di corpi arsi dovevano essersi condensate nel cielo, formando nuvoloni scuri. La pioggia aveva spento gli incendi, deposto la fuliggine e trasformato le strade in strisce di fango nero. A Paolo non piaceva pensare a Corinto, n alla prima visita - il legato e l'orda assetata di sangue - n di certo alla seconda, durante la quale tutto ci in cui aveva creduto era stato distrutto.
Erano passati due giorni dalla festa in onore di Vulcano. Avrebbero dovuto bruciare la stoppia, ma preparare i pali per la vite aveva richiesto pi tempo del previsto. Fa' in modo di svolgere tutti i lavori della fattoria nel tempo necessario e mai oltre. Suo padre glielo aveva detto cos tante volte. Se resti indietro su un compito, sarai indietro anche sul successivo. Non c'era occasione per cui il padre non avesse pronta una saggia massima sul mondo contadino.
Avevano tagliato i rami dei salici e rimosso la corteccia, ma mentre li stavano legando in stretti fasci una tempesta fuori stagione era arrivata dal mare, oscurando il panorama verso Temesa e risalendo il fiume. Eutyche aveva millantato di aver previsto l'arrivo del temporale. Il bestiame, sollevando gli occhi al cielo, lo aveva avvertito cogliendo un odore diverso nell'aria. Le formiche avevano portato via le uova dai nidi in fretta e furia. I millepiedi si erano arrampicati su per le pareti, e i lombrichi erano spuntati in superficie. Quando Paolo ne aveva avuto abbastanza delle profezie post eventum del vecchio schiavo, aveva mandato Eutyche a spalare il letame dalla stalla dei buoi e dal recinto delle pecore.
Adesso Paolo era solo con sua madre, nella stanza principale della casa. Lei aveva spedito la nuova serva a fare qualche non meglio specificata commissione, e ora stava lavorando al telaio. Erano entrambi in silenzio. Fatta eccezione per il ticchettio della pioggia e il rombo di qualche tuono di tanto in tanto, l'unico rumore nella stanza era lo schiocco leggero dei pesi del telaio. Non era una quiete amichevole. Quella mattina, lei aveva descritto con dovizia di particolari tutte le virt della figlia nubile di Irzio, un allevatore che viveva sulla costa nei pressi di Clampetia. Alta e ricca, fianchi larghi e fertili, non superstiziosa n stravagante n incline al pettegolezzo, mai coinvolta in uno scandalo, verginit accertata, docile per natura ed erede designata di dieci iugera di buona terra, per met coltivata a ulivi maturi. Alla fine, Paolo aveva detto alla madre che non aveva voglia di sentire una parola di pi.
Con la pioggia, un contadino dovrebbe cercare di trovarsi qualcosa da fare al coperto. Alcune delle anfore di vino erano danneggiate. Paolo mescol gli ingredienti necessari a riparare le crepe: una libbra di cera, una di resina e due terzi di libbra di zolfo. Dopo averli impastati a dovere, aggiunse abbastanza polvere di gesso finch non ottenne una consistenza simile a quella della malta. Suo padre sarebbe stato fiero di lui. Ricorda che anche quando il lavoro  fermo, le spese non si arrestano mai. Era uno dei detti preferiti del suo vecchio.
Paolo non aveva mai avuto uno stretto legame con il padre. Non che Furio fosse un genitore violento: Paolo non era stato picchiato pi degli altri suoi coetanei. Furio aveva fatto tutto quello che poteva per suo figlio: gli aveva insegnato a badare alla fattoria e ad andare a caccia, aveva racimolato il denaro per mandarlo da un maestro greco, e a casa gli aveva instillato le virt romane del dovere e del rispetto per gli di. Ma di affetto ce n'era stato ben poco. Furio trovava i suoi unici momenti di felicit quando beveva e discuteva con gli anziani vicini, Severo e Iunio. Le rare volte che a Paolo era stato concesso di unirsi, nessuno lo aveva esortato a partecipare alla conversazione.
Paolo ripar con attenzione ogni anfora, sigillando le crepe con la pasta che aveva creato, per poi avvolgerle strette in fasce di legno di quercia essiccato.
Come tutti i romani, finch il padre era rimasto in vita Paolo era stato completamente in suo potere. Secondo la legge, a un figlio sottoposto alla patria potestas non era concesso possedere alcunch. Qualunque cosa acquistasse o gli venisse donata diveniva propriet del padre. Anche una volta passato alla maggiore et, non poteva sposarsi, divorziare o citare qualcuno in giudizio senza permesso. Un padre aveva diritto di esiliare o addirittura giustiziare il figlio. Gli annali di Roma straripavano di esempi di padri che avevano preso questa decisione estrema. Nel tempo trascorso in Grecia, Paolo aveva imparato che costumi tanto severi non erano comuni a tutti gli uomini: gli altri popoli si comportavano diversamente.
Paolo mise da parte le anfore. Gli restava soltanto da riscaldare la pece e versarne in abbondanza sulle pareti interne dei recipienti. In un secondo momento, se avesse voluto rendere invisibili le crepe riparate, sarebbe bastato cuocere due parti di gesso e una parte di calce viva e ridipingere le anfore.
All'esterno, Niger inizi ad abbaiare in quel tono profondo e minaccioso che avvertiva dell'arrivo di qualche sconosciuto.
Paolo usc nel campo. Una processione stava attraversando il sentiero tra le querce e i faggi, dopo aver lasciato la strada che partiva dal paese, con a capo i due magistrati annuali in carica. Seguivano circa trenta proprietari terrieri, tra i quali Paolo riconobbe il sacerdote Urso, Fidubio e Vibio. Gli ultimi due erano accompagnati dal suo amico Lollio e da Crotone, il custode dei terreni di Fidubio. Nel loro incedere tra gli alberi c'era qualcosa di febbrile, di urgente.
Paolo fischi a Niger per farlo accucciare.
Salute e ogni gioia. Fu Urso a salutare Paolo.
Restituendo l'augurio, Paolo rest in attesa. Per qualche ragione, si sentiva teso. Forse l'evidente agitazione dei visitatori l'aveva contagiato: del resto doveva esserci un motivo serio se i migliori cittadini di Temesa avevano abbandonato il loro misurato decoro per un'inattesa escursione in campagna.
Hai visto il tuo vicino Iunio?. Malgrado la presenza dei magistrati, fu il sacerdote a parlare.
Non dopo la trebbiatura, quando gli ho restituito il suo bue.
Kaido, la vecchia strega, ha detto che  morto. Che  stato ucciso.
Non avrei mai pensato che le visioni di una vecchia bruzia potessero essere prese cos seriamente da spingere una compagnia del genere a raggiungere la campagna a piedi. Paolo prov a rimuovere ogni traccia di scherno dalla sua voce.
Per l'irritazione, Urso tese ancora di pi le sue guance scavate. Ha detto di essere tornata dai terreni di Iunio dall'altra parte del monte Ixias, e di aver visto il cadavere con i propri occhi.
Paolo si guard intorno. Dov' Kaido?
 scomparsa.
Scomparsa?.
Il sacerdote fece una smorfia esasperata. Dev'essere filata via dal mercato mentre stavamo parlando. La strada pi diretta passa per la tua fattoria.
Verr con voi.
Con un gesto della mano, Paolo ordin a Niger, che stava giocando a sfilare tra le gambe di Lollio, di stare fermo.
Procedendo ingobbiti contro la pioggia, attraversarono il primo campo, schiacciando con i piedi la stoppia non ancora bruciata, mentre il vento agitava a frustate sopra le loro teste i rami degli ulivi. I tronchi degli alberi erano neri, inzuppati di pioggia. Seguendo il sentiero, gli uomini risalirono il vigneto terrazzato. Quando furono quasi in cima, la tempesta scomparve d'improvviso, cos come era arrivata. Paolo osserv le nuvole scure e il fronte compatto della pioggia arrampicarsi su per i pendii della Sila.
Il sole ora splendeva in un cielo azzurro e terso, e il calore torn alla carica. Dal terreno si sollevavano leggere volute di vapore, e nell'aria aleggiava un intenso odore d'argilla. Passarono accanto alla casa vuota di Severo e attraversarono i campi che ormai facevano parte delle propriet del padre di Lollio, in perenne espansione.
Arrivati alla baracca di Iunio, si fermarono per recuperare fiato, come se si fossero gi accordati in precedenza. Molti di loro non erano pi dei ragazzini, ma era tutta gente di campagna, non corrotta dal lusso indolente di una grande citt. Qualunque fosse la loro et, erano uomini che ancora si occupavano della terra e si concedevano battute di caccia nella foresta insieme ai loro cani. Si sarebbero fatti uccidere, piuttosto che mostrare segni di debolezza.
Urso buss alla porta della baracca. Nessuna risposta. La porta era chiusa a chiave. A un cenno di Fidubio, Crotone la sfond con un calcio ben assestato. All'interno non c'era nessuno. Paolo entr e tast le ceneri nel focolare: erano fredde.
Manca qualcosa?, chiese Urso.
Paolo si guard intorno. Mi sembra tale e quale a quando ho riportato il bue.
Per un innato senso del decoro, o forse soltanto per un'incrollabile fede nella sacralit della propriet privata, quando ripartirono Fidubio ordin a Crotone di fissare la porta per lasciarla chiusa.
Il sentiero verso il monte Ixias era stretto. Avanzarono in una lunga fila singola, ben distanti l'uno dall'altro, in modo che i rovi smossi da quelli davanti non colpissero chi stava dietro. La salita crinale era ripida, e la discesa sul lato opposto non era da meno. Aumentarono il passo, pur avendo il sospetto che non ci fosse alcun motivo di affrettarsi. Paolo ebbe l'impressione che alcuni tra loro sapessero bene cosa avrebbero trovato.
Ci vollero un paio d'ore per raggiungere la destinazione. Si aprirono a ventaglio fermandosi a osservare quel campo di montagna: cinque iugera, quasi del tutto pianeggianti, esposti a sud e ben riparati. Gran parte della stoppia era annerita, ma una macchia nell'angolo sud-ovest era ancora dorata. Appena oltre la fascia di terra bruciata, cinque o sei corvi erano impegnati a beccare su una bassa figura immobile.
La vecchia diceva la verit, mormor Urso.
Gli uccelli spazzini si sollevarono in volo, gracchiando tutto il loro disappunto.
Il cadavere non era l da molto. Non era ancora gonfio, ma qualcosa di ben pi grande di un corvo era gi passato di l: una volpe, o un lupo. Eppure non fu l'opera degli animali a turbare gli uomini riducendoli al silenzio.
Iunio era steso sulla schiena. I suoi occhi non fissavano il cielo: le orbite erano state beccate dai corvi, probabilmente. Ma non erano stati certo gli uccelli a spogliarlo. E nessun lupo avrebbe potuto tagliargli la lingua o mozzargli naso, mani e piedi. Una delle mani mancava, forse era stata portata via da una bestia, ma soltanto un essere umano avrebbe reciso il pene di Iunio infilandolo in ci che restava della sua bocca.
Malgrado le mutilazioni e il passaggio degli animali, non era difficile ricostruire come era morto. Aveva ferite su entrambe le braccia: Iunio aveva combattuto. Tre tagli sul fianco sinistro, all'altezza del petto, si aprivano larghi e profondi come solchi, esponendo all'aria le costole. Era probabile che le ferite l'avessero ucciso prima che il suo corpo venisse profanato.
La mannaia di un macellaio o una spada da taglio, disse Urso.
Alcuni tra gli uomini avevano un volto cinereo. Il sacerdote non era tra questi, cos come Vibio e Fidubio. Il massiccio schiavo Crotone teneva la testa inclinata su un lato, quasi come se stesse studiando l'opera dell'assassino.
Nessuno si mosse per toccare il cadavere. Venire a contatto con la morte significava esserne contaminati. Quelli che si occupavano di maneggiare i morti vivevano fuori dal paese, e i cittadini li evitavano a meno che non fosse strettamente necessario. Sarebbero stati convocati in seguito.
Quando Paolo si chin per esaminare il corpo, si sollev un piccolo sciame di mosche. L vicino si iniziava a sentire l'olezzo dolciastro della decomposizione. Per quanto accurata, l'analisi non rivel nient'altro. Nessuno si offr di prestare aiuto, quando Paolo si mosse per ribaltare il cadavere. La carne era fredda e umida per la pioggia e la putrefazione. Sollev il corpo di Iunio su un fianco. Un altro taglio profondo correva dietro al collo. Ferito a morte, Iunio doveva essere piegato su mani e ginocchia quando l'assassino gli aveva inferto l'ultimo colpo. Prima di lasciare il cadavere, Paolo not una piccola ferita sulla parte alta della coscia sinistra. I lembi erano stati lacerati dalla punta di una freccia quando era stata rimossa.
Paolo strofin le mani nella terra umida, poi se le pul con della stoppia. Ci nonostante, quando torn in piedi gli altri si tennero a distanza da lui.
L'Eroe di Temesa  tornato, disse Fidubio.
Tutti fissarono Urso, ma il sacerdote non disse nulla.
In tutte le storie che conosciamo,  cos che Polite riduceva le sue vittime, continu Fidubio.  anche nelle pitture del tempio.
Certo, disse Urso, ma perch mai l'Eroe dovrebbe tornare ora, dopo tutti questi secoli?
Per punire i malvagi, rispose Fidubio.
Quindi Iunio era pi malvagio di altri? Siamo forse noi pi malvagi dei nostri antenati?. Il vecchio non era affatto convinto.  pi probabile che sia opera di predoni.
Vibio prese la parola per la prima volta. Demone o bandito, l'assassino dev'essere catturato, e anche alla svelta. Altrimenti, presto i contadini avranno troppa paura per andare a lavorare nelle tenute lontane dalla citt, e la terra verr abbandonata.
Alcuni degli uomini si misero i pollici tra le dita per scacciare via il malaugurio, e uno si sput sul petto, come se le parole stesse di Vibio stessero dando vita al pericolo che intendevano scongiurare.
...
.
...
Capitolo 11.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
A Temesa era giorno di mercato. Un appuntamento che cadeva ogni otto giorni, come gli abitanti del luogo sapevano bene. Per i forestieri in arrivo al porto, c'era un calendario inciso sulle pareti dei moli a ricordarlo.
Paolo cammin fino al foro. Le facciate del tempio di Giove sul lato nord e quelle della basilica a sud erano decorate con ghirlande di fiori, e anche le colonne dei portici che univano i due edifici. Come accadeva una volta a settimana, quello spazio chiuso era molto affollato. Tutti erano puliti e curati, e indossavano gli abiti migliori. I bagni pubblici e le botteghe dei barbieri avevano aperto molto presto e facevano ottimi affari. Anche il pi trasandato dei contadini di qualche fattoria remota sulla Sila voleva fare bella figura, quel giorno.
Il pomeriggio precedente, o nelle prime ore di quella mattina, molti campagnoli avevano caricato i loro prodotti su un asino, o sulle proprie spalle, o su quelle delle mogli, e si erano recati in paese. Portavano uova, formaggi e pollame, fichi freschi, mandorle e piselli. Con il denaro guadagnato avrebbero comprato ci che non producevano da soli. Nei banchetti installati tra le colonne, o nella piazza aperta, c'erano mercanti in grado di soddisfare ogni richiesta: orafi, argentieri, vasai e tagliapietre, fabbri, tessitori e sarti, calzolai e artigiani della pelle, mercanti di unguenti e di spezie, scribi e cambiavalute. Per la cura del corpo e dello spirito, c'erano dottori e astrologi. Per soddisfare bisogni pi effimeri, invece, si potevano trovare fornai, osti e puttane.
In alto, sui gradini del tempio, sedevano gli edili. I due giovani magistrati sovrintendevano al mercato. Assegnavano e davano in concessione i banchi, avevano la responsabilit di mantenere l'ordine e di risolvere le dispute. Alle loro spalle c'era una tavola di pietra sulla quale, in apposite rientranze, erano poggiati recipienti di varie dimensioni: erano le unit di misura ufficiali per i beni, alle quali ognuno poteva appellarsi.
Paolo not che gli edili non erano alle prese con avventori sospetti. Malgrado il foro fosse pieno, non si stavano concludendo grossi affari. Quinto, il vecchio fabbro, si era addormentato sullo sgabello. Babilio il calzolaio era in piedi con aria sconsolata, con in mano uno stivaletto in pelle di camoscio, e ormai non provava nemmeno pi a rivolgersi alla folla. Nessun cliente si era seduto sulle panche che aveva preparato, nessuno si era misurato le calzature disposte con cura su un ripiano sorretto da due colonnine. La maggior parte delle persone si limitava a chiacchierare in piccoli gruppi. Davanti alle statue della basilica si era formato un assembramento pi numeroso. Era l che venivano esposti gli annunci ufficiali. Di solito non erano di particolare interesse: liste di candidati alle elezioni locali, oppure copie di decreti del senato e di leggi approvate dalle assemblee popolari di Roma. I candidati appartenevano sempre alla stessa cerchia ristretta di famiglie, e le leggi spesso avevano un effetto molto limitato per quelli che vivevano a Temesa o nei dintorni. Ma oggi era diverso. Un uomo stava leggendo ad alta voce ci che era stato scritto sulle tavole di legno, a beneficio di chi era troppo distante o non sapeva leggere. La folla ascoltava a bocca aperta. Paolo non ne aveva bisogno: aveva gi letto l'annuncio il giorno prima, quando era stato affisso. Avevano trovato il corpo di Iunio gi da due giorni, e l'avviso descriveva nel dettaglio la sua uccisione e l'orrenda mutilazione del cadavere, con la promessa di una lauta ricompensa per chi avesse catturato l'assassino.
Per evitare il sole cocente, Paolo si ripar all'ombra del colonnato. Alcuni passanti gli lanciarono un'occhiata furtiva e poi distolsero lo sguardo. Si ferm al banco del pescivendolo. Vedendolo avvicinarsi, due donne, con in mano delle ceste vuote, smisero di osservare cosa aveva da offrire il mercante e corsero via. Il pescivendolo lo salut in modo cortese, ma senza entusiasmo. Paolo scelse distrattamente delle sardine, le pag e disse che sarebbe passato pi tardi a prenderle, tornando a casa.
Un uomo degno della corona civica meritava rispetto, ma era meglio evitare colui che portava la macchia del contatto con una morte violenta. Temesa era una citt piccola, e tutti ormai sapevano che era tra coloro che avevano trovato il corpo di Iunio. Paolo era stato anche l'unico a toccare il cadavere. Peggio ancora, era risaputo che, per qualche motivo, non aveva ancora trovato il tempo di recarsi al tempio di Polite per il rito di purificazione.
Tornato sotto i raggi del sole, Paolo si ferm. Due bambini stavano giocando intorno alle colonne del tempio. Le loro risa acute gli arrivavano nitide malgrado il chiasso del mercato. Paolo non riusciva a ricordare di essere mai stato cos spensierato da bambino, men che meno cos felice. Una parte ignobile di lui voleva fare a pezzi la loro innocenza, come si infrange un vaso di terracotta lanciandolo sul pavimento.
Le vecchie non si facevano vedere da molti giorni. Si svegliava nel cuore della notte aspettandosi di scorgere le loro figure scure e ingobbite, e invece non vedeva nulla. Provava soltanto un senso di disperazione e di imminente sventura, la sensazione quasi fisica di precipitare in un pozzo. Non c'era via d'uscita. Per ottenere l'espiazione da Urso, avrebbe dovuto raccontare al sacerdote cosa era successo nell'ultima casa di Corinto, e questo non era possibile.
Le risa dei bambini erano cessate. Paolo fu investito dal frastuono del mercato, da ogni direzione. Intorno a lui roteavano forme e colori indefiniti, giallo e rosso e bianco. Gli odori mescolati di cibo, pesce fresco e uomini gli provocarono un conato di vomito.
Tutto bene?.
Paolo si rese conto di essere immobile. I colori vaghi si fecero pi nitidi, andando a comporre le figure e gli abiti colorati dei passanti, mentre il muro di rumore indistinto si framment nei vari suoni singoli di un normale giorno di mercato.
Tutto bene?. Era Oniro, il servo di campo bruzio. Parlava nella lingua locale.
S, grazie. Paolo, a differenza di gran parte dei coloni, conosceva il dialetto osco.
Non sembrava.
Ho un po' di febbre, niente di pi.
Oniro lo osservava, scettico. Se posso permettermi, non sembravi in te.
Sto bene.
Ottimo, se ne sei sicuro....
Ne sono sicuro, grazie.
Oniro esit prima di allontanarsi. A Paolo piaceva quel giovane bruzio smilzo. Erano stati sotto le armi insieme. Una volta, nel campo, Paolo l'aveva salvato da un pestaggio, e gli aveva anche donato una parte generosa del bottino. Eppure, ogni volta che si rivedevano, una domanda mai pronunciata restava a dividerli sospesa in aria. Un anno prima, Oniro aveva visto Paolo, Tazio e Alcimo allontanarsi dal tempio di Apollo. Soltanto Paolo aveva fatto ritorno, tra le fiamme di Corinto.
Una volta ripreso il controllo delle proprie emozioni, Paolo prosegu attraverso il foro. Sui gradini della basilica uno schiavo pubblico stava chiamando i nomi dei debitori, nel caso tra i presenti ci fosse qualcuno interessato a versare la somma necessaria a farli uscire dal carcere. Era l'unica eccezione al divieto di dedicarsi agli affari pubblici nel giorno di mercato. La lista era incredibilmente lunga, e nessun amico o parente si fece avanti. I poveri di Temesa avevano molte ragioni per odiare i ricchi.
Muovendosi tra la folla, Paolo augur con un filo di voce una buona giornata ai passanti che riconosceva. In pochi sembrarono accogliere di buon grado il suo saluto, anche se non ci furono atti di ostilit manifesta. Paolo ignor tali piccole dimostrazioni di incivilt. Era colpito dal numero di donne sole, riccamente abbigliate, che andavano a fare i loro acquisti senza il velo sulla testa. In Grecia non sarebbe mai successo. Aveva sentito dire che viaggiare serve ad aprire la mente, ma nessuno gli aveva spiegato che, in cambio, ci che un tempo gli era familiare avrebbe iniziato a turbarlo.
Nella taverna scura c'era fresco. Lollio era gi l, e i due si abbracciarono calorosamente. L'amico di Paolo non mostr alcuna riluttanza nei suoi confronti.
Stava bevendo insieme a Dekis, un vecchio cacciatore bruzio. Lollio possedeva un bel branco di cani da caccia, e Paolo aveva sentito che Dekis aveva una figlia molto bella, sebbene non l'avesse mai vista di persona. In vita sua, Lollio non aveva mai fatto nulla che non fosse utile per i suoi piaceri personali.
Roscio arriv con un'altra coppa e un vassoio di mandorle salate.
Voi due l'avete visto, quindi?. Come sempre, il tozzo oste era avvolto in una nuvola di profumo: doveva essere cannella, o cassia.
I giovani annuirono. Non c'era bisogno di chiedere a Roscio a cosa si riferisse.
Nessuno di noi  al sicuro, ora che l'Eroe  tornato. Solo un pazzo andrebbe nella foresta.
Lollio guard Paolo: sul suo volto lungo e delicato era disegnato un sorriso quasi sdegnoso, come se fosse divertito dalla superstizione dell'oste.
I carbonai hanno sentito Polite ululare come un lupo sulle colline. Roscio si rivolse all'altro cliente: Non  vero, Dekis?.
L'uomo sollev il viso ruvido e segnato dalle rughe. Forse s, forse no, disse Dekis. Di sicuro hanno sentito dei lupi ululare.
Sono stati dei predoni, intervenne Paolo.
Roscio scosse la testa. Quale predone mutilerebbe un uomo in quel modo?
Uno con una mente maligna e astuta, rispose Paolo. Uno che vorrebbe agire indisturbato di notte, distogliere l'attenzione dai suoi crimini, terrorizzare la gente in modo da evitare indagini.
L'oste fece un gesto di scongiuro. Cosa poteva mai avere il vecchio Iunio che interessasse tanto a un ladro?.
Paolo non sapeva rispondere.
Un ladruncolo avrebbe saccheggiato la sua capanna, disse Roscio.  come dico, fidatevi: Polite  tornato.
La discussione fu interrotta dalle urla improvvise e rabbiose che arrivarono dalla piazza.
Non sar nulla di grave, disse Lollio. Continuiamo a bere.
Continueremo dopo. Paolo si alz in piedi.
Roscio ordin al suo servo di tenere d'occhio la locanda: in caso di problemi, avrebbe dovuto sbarrare ogni ingresso. Il ragazzo, Zeno, mise il broncio: avrebbe preferito uscire con lui. Dovunque andasse l'oste, quel giovane delicato lo seguiva. Non c'era alcun dubbio riguardo ai gusti di Roscio. Per quella volta, per, ordin all'amante di restare al suo posto, prima di seguire all'esterno Paolo e Lollio. Dekis invece rimase al tavolo, intento a bere.
Una folla di lavoratori si era riunita davanti alla basilica. Alcuni erano del paese, ma molti indossavano abiti da campagnoli. Gridavano tutti insieme. Donne e bambini erano gi scomparsi dal foro.
Il baccano richiam l'attenzione dei due magistrati pi importanti. I duoviri furono raggiunti in cima ai gradini da Vibio, il padre di Lollio, insieme a Urso e Fidubio. I magistrati, sia i duoviri che gli edili, erano in netta minoranza. Fu Fidubio a sollevare un braccio per richiedere il silenzio.
In maniera insperata, la folla tacque quasi all'istante.
A cosa  dovuto questo disordine?. Il volto tondo e largo di Fidubio era duro e impassibile, come una roccia. Trasmetteva una sicurezza di s che suo figlio, il povero Alcimo, non aveva mai avuto.
L'Eroe  tornato! Polite dev'essere placato!, la folla inizi a cantilenare, come un coro teatrale ben addestrato.
Cosa vorreste che facessimo?, chiese Fidubio.
Tutti conoscevano le vecchie storie. L'enormit della richiesta trattenne le loro lingue.
Alla fine, una voce solitaria espresse a parole quello a cui tutti stavano pensando: Una vergine, dovete offrirgli una vergine.
Chi non vorrebbe una vergine?, sussurr Lollio all'orecchio di Paolo.
Ma Paolo non lo ascoltava. Inizi a farsi strada fino alle prime file della calca. Quando lo vedevano avvicinarsi, tutti gli facevano strada. Un segno di rispetto per la corona civica o semplice superstizione? In realt, non gli interessava. Sal i gradini e si rivolse alla folla.
 una pazzia. Paolo parl con voce tonante. Iunio non  stato ucciso da un demone. C'era una ferita di freccia sulla sua gamba. Un predone l'ha colpito da dietro, e poi l'ha massacrato con una mannaia o una spada. L'ha mutilato per impedire che la sua ombra lo perseguitasse.
Urso si fece avanti e si port al fianco di Paolo. In qualit di sacerdote del santuario di Polite, posso testimoniare che non ci sono stati presagi o segni. Niente suggerisce che l'Eroe sia tornato.
I banditi non temono le ombre delle loro vittime, disse Fidubio. Hanno gi le mani sporche di sangue.
 stata opera di un fuorilegge, non dell'Eroe, ripet Urso.
Se Polite non si  risvegliato, allora nessuno far del male alla vergine lasciata nel tempio. Fidubio non sembrava ancora pronto ad arrendersi.
 stata opera di un fuorilegge, non dell'Eroe. Non si poteva ribattere di fronte all'autorit del sacerdote.
Fidubio, di solito cos impassibile, sembr alquanto infastidito.
Intervenne il padre di Lollio. Come sempre, Vibio era un modello di perfetta educazione, ma parl comunque con una certa urgenza. L'assassino dev'essere trovato prima che ci siano altre vittime. Nessuna famiglia potr dormire al sicuro nel proprio letto finch non sar catturato.  nostro dovere in quanto coloni di Temesa dare la caccia ai predoni. Dobbiamo formare una squadra e salire sulla Sila.
 l'ottavo giorno, ed  contro la legge portare avanti affari pubblici nel giorno di mercato. Urso fiss i magistrati.
Presi alla sprovvista dal rapido succedersi degli eventi, i duoviri affermarono che il sacerdote aveva ragione. Mormorarono qualcosa riguardo a un consiglio che si sarebbe tenuto in seguito, in un giorno appropriato, non appena i segni fossero stati propizi.
L'assemblea improvvisata inizi a disperdersi.
Paolo not che Fidubio non sembrava affatto contento di come si erano messe le cose. E stranamente neanche Vibio. Forse quest'ultimo non era soddisfatto che la sua idea di allestire una spedizione contro i predoni fosse stata rimandata. Entrambi erano abituati a ottenere immediatamente ci che desideravano.
...
.
...
Capitolo 12.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
La foresta risuonava di rumori. Malgrado mancasse almeno mezz'ora al sorgere del sole, tutti gli uccelli cantavano. Una miriade di versi squillanti che si alzavano e poi ricadevano, fondendosi in una sola grande melodia. Paolo amava la foresta a quell'ora del giorno. Bastava fermarsi, chiudere gli occhi e restare semplicemente in ascolto perch quel coro invadesse i sensi e facesse girare la testa. Ma quel giorno Paolo non aveva tempo per concedersi pause. Si inerpic con attenzione nella penombra spettrale, sotto i grandi rami delle querce. Il canto degli uccelli avrebbe coperto ogni rumore che potesse tradire il suo arrivo.
Non conosceva bene quella zona della Sila, essendoci passato solo due volte in precedenza. Ma era un boscaiolo nato, e non gli era difficile trovare le tracce dei cervi che indicavano la direzione esatta. La distanza non era facile da valutare, ma pensava comunque che al tramonto sarebbe stato vicino al suo obiettivo, in cima al pendio che aveva scelto.
L'intervento di Urso al mercato aveva soltanto ritardato la decisione di organizzare una spedizione contro i predoni nelle montagne. Il giorno dopo, l'agitazione popolare aveva costretto i magistrati a convocare un'assemblea. Con voto unanime, si era deciso di agire immediatamente. Un oratore dopo l'altro, tutti avevano insistito sulla paura montante di chi viveva nelle fattorie pi lontane e lavorava i campi pi periferici. Alcuni erano agitati come donne, quasi isterici. Ma non tutti erano d'accordo su quale dovesse essere lo scopo della spedizione. Circolavano senza sosta le dicerie pi fantasiose: una banda di fuorilegge a nord, lungo le sponde dell'Acheronte; un campo isolato nelle montagne a sud-est, sopra il villaggio di Erimon; un vero e proprio esercito di banditi sulla strada per Crotone. Molti avevano espresso la paura che l'assassinio di Iunio, anche nel caso non fosse stato perpetrato dell'Eroe di Temesa, fosse in ogni caso opera di un demone, non di un uomo.
La decisione era stata posticipata, un'altra assemblea si sarebbe svolta due giorni dopo. I cittadini erano pronti a correre alle armi. Paolo era rimasto della sua idea. Rinviare la decisione non avrebbe portato maggiore chiarezza, e mandare una milizia in giro senza meta sui sentieri della Sila sarebbe stata un'iniziativa senza senso. Qualunque bandito avrebbe notato l'arrivo degli uomini e si sarebbe dileguato nella foresta infinita. C'era bisogno di informazioni precise, di notizie certe e di comprovata attendibilit - che fosse assicurata dalla paura della morte o della tortura.
Dekis non era stato entusiasta dell'idea. Per usare un eufemismo. Il vecchio bruzio non pensava che il responsabile dell'assassinio fosse un agente soprannaturale, ma non ne era sicuro. Meglio non immischiarsi in queste faccende, aveva detto. Se si fosse trattato di predoni, lui e Paolo non avrebbero comunque potuto far nulla. Era un piano avventato. Lo stesso Paolo aveva detto che Iunio era stato colpito da una freccia, e Dekis non era affatto disposto a fare la stessa fine. Per non parlare delle mutilazioni. Se proprio voleva farsi tagliare il pisello e ritrovarselo in gola, lui non aveva nulla in contrario. Ma personalmente Dekis preferiva tenerselo al suo posto, il pisello. Alla fine della loro discussione segreta, Paolo era stato costretto a offrirgli un'enorme somma di denaro. Era stata ben spesa: Dekis era il miglior cacciatore dell'intera regione. Nessuno conosceva la Sila meglio di lui. E, malgrado i timori che lo agitavano, era affidabile. Se fossero riusciti a riportare a casa la pelle, non sarebbe andato a spifferare ai quattro venti che Paolo era incredibilmente ricco.
Paolo di certo non avrebbe aperto bocca, e aveva fatto giurare a Dekis di mantenere il silenzio. I predoni non si limitavano ad acquattarsi tra le colline in attesa che qualche ingenuotto pieno di soldi passasse di l per caso. Di solito avevano dei complici nei villaggi e nelle citt, che li informavano riguardo a prede benestanti o pericoli imminenti. Paolo e Dekis erano partiti dopo il tramonto, assicurandosi che nessuno li vedesse.
La marcia notturna era stata lunga. Avevano fatto a turno, uno a cavallo di un mulo, l'altro a guidare la strada. Paolo si era offerto di fare tutto il percorso a piedi, ma Dekis si era offeso: era vecchio, certo, ma non ancora decrepito. Una protesta che aveva fatto sorridere Paolo: gli aveva ricordato sua madre. Alle prime ore della notte avevano gi superato il punto in cui la strada svoltava per Crotone. Non molto dopo, il cacciatore aveva ordinato di arrestarsi.
Alla luce della falsa aurora, Dekis studi il territorio. Prima che tornasse l'oscurit, riusc a indicare a Paolo il percorso che avrebbe dovuto seguire nella foresta. Osservando di nuovo la strada, Paolo vide che il vecchio stava preparando il fuoco per cuocere la colazione. L'idea era lasciare che le vedette notassero l'arrivo di Dekis: la colonna di fumo sarebbe servita a Paolo come punto di riferimento nella sua avanzata tra un versante e l'altro delle colline.
Il cielo era di un rosa pallido, con sottili strisce di nuvole striate d'oro. Presto il sole sarebbe spuntato dai crinali pi a est. Paolo si ripar contro il tronco di un grosso pino. Attraverso la vegetazione poteva distinguere il tracciato della strada. Riteneva di essere nel posto giusto, ma troppo in alto sul fianco della collina.
Non c'era fretta, Dekis non si sarebbe spostato fin dopo il sorgere del sole. Se c'erano vedette in postazione, non si sarebbero mosse. Paolo scrut con attenzione il terreno sottostante, in cerca di eventuali movimenti. Un volo di passeri, la macchia brillante di un picchio, una cerva avvistata per un attimo con la coda dell'occhio. Niente di insolito, nessuna traccia di esseri umani. C'era la possibilit che avesse pagato Dekis per una lunga passeggiata notturna e niente di pi.
Il sole comparve oltre le vette pi lontane, inondando di luce il fianco della collina e creando lunghe ombre tra gli alberi.
Paolo inizi a muoversi verso il basso, attento a non fare troppo rumore con gli stivali. Avanz in silenzio, chinandosi sotto i rami e tenendosi nell'ombra. Proseguendo da una copertura all'altra, discese il pendio.
Mentre attraversava una piccola radura, la quiete fu interrotta dal grido improvviso di una ghiandaia. Paolo si immobilizz, allo scoperto. Per lo Stige e Ade, imprec in silenzio. Poi vide l'uccello allontanarsi in volo e digrign i denti come un lupo. Non era stata la sua presenza a infastidire la ghiandaia.
Pur non essendo al riparo, rest immobile per un po'. Si trovava all'ombra, e solo un movimento avrebbe tradito la sua presenza. Quando l'uccello fu ormai molto distante nella vallata, Paolo riprese ad avanzare furtivamente.
Gli serv qualche istante per trovare la postazione ideale. Le radici di un pino caduto si aprivano a raggiera formando uno scudo naturale; all'occorrenza avrebbe potuto facilmente nascondersi nella buca che avevano scavato nel terreno. Non aveva la vista libera su tutta la strada, ma non era distante che un centinaio di passi. I predoni erano l da qualche parte. Non riusciva a vederli, ma era sicuro che ci fossero. Paolo impugn l'arco che aveva portato con s. Una dopo l'altra, poggi a terra le frecce. Controll la spada, sfreg l'amuleto a forma di theta sulla sua cintura e si prepar all'attesa.
Il sole si alz lentamente sui monti, e il suono della foresta cambi di tono. Gli uccelli cantavano ancora, ma in modo pi pacato, meno gioioso. La brezza marina del mattino si infilava tra gli alberi. Eppure nelle profondit della Sila regnava una quiete profonda.
Molti cittadini temevano ed evitavano la foresta. Le loro paure non erano infondate. Il bosco era l'ultimo ricovero dei reietti, di tutti coloro che a causa di qualche crimine erano stati esiliati, lasciati senza acqua n fuoco. Quasi altrettanto rischioso era trattare con chi per lavoro si aggirava per quelle lande - pastori, carbonai e taglialegna. Erano persone violente, rozze, abituate a vivere lontano dalla legge. Gli animali costituivano un ulteriore pericolo. Lupi e orsi si aggiravano solitari. E gli di stessi amavano passeggiare tra le radure: Pan dagli zoccoli caprini, satiri selvaggi e il vecchio e peloso Silvano. Poteva succedere di tutto, a un innocente. Avendo sorpreso per errore la dea Artemide mentre faceva il bagno, Atteone era stato trasformato in un cervo e sbranato dai suoi stessi cani. Era nei boschi che le donne avevano smembrato Orfeo. Persino gli alberi erano una minaccia. Mangiare o dormire sotto un tasso portava morte sicura. L'edera era particolarmente amata dai serpenti velenosi. E tutti sapevano che le driadi abitavano negli alberi: anche soltanto spezzare un ramo significava attirare su di s il castigo divino.
La foresta andava trattata con rispetto, ma non intimoriva Paolo. I boschi erano stati la prima casa dell'umanit, offrendo cibo e riparo. I moralisti romani amavano riflettere sulle virt immacolate dei loro antenati che vivevano nelle foreste: irsuti e vestiti di cortecce, non conoscevano la corruzione e la malvagit delle citt. In tempi particolarmente difficili, i contadini nei dintorni di Temesa avevano ancora l'abitudine di macinare le ghiande per ricavarne farina. E gli di silvani erano gentili. Il vecchio Silvano era amabile, Pan si irritava soltanto se veniva disturbato mentre riposava, e i satiri creavano problemi solo da ubriachi. Per quanto riguarda il tasso, per annullare gli effetti del suo veleno bastava conficcare un chiodo di rame nel tronco. Soluzione anche pi facile: evitare di mettersi a dormire o prepararsi un pranzo proprio sotto la sua ombra.
Era stata la foresta a riportare Paolo a casa. La fattoria di famiglia esercitava su di lui un richiamo debole, per non dire nullo. Con tutto il bottino accumulato a Corinto avrebbe potuto restare a Roma, acquistare una propriet - un edificio da dare in affitto, una o due botteghe, magari una taverna -, e vivere comodamente di rendita. Ma la Sila offriva molto di pi. Ogni cinque anni i censori di Roma mettevano all'asta i diritti per la raccolta della legna e della resina in grandi lotti montani. Entrambi i prodotti avevano un ottimo mercato, a Roma e oltre. Si potevano fare affari d'oro. La prossima asta sarebbe stata fra tre anni. L'unico dubbio era se Paolo sarebbe riuscito a sopravvivere cos a lungo alla noia della sua citt natale.
Nell'attesa, i pensieri di Paolo si rivolsero all'estrazione della resina. Si praticava un'incisione nel tronco del pino, sul lato esposto al sole, a circa due piedi da terra. Non un taglio sottile: la corteccia doveva essere strappata per una lunghezza di pi di due piedi. Attraverso quella ferita, da tutto l'albero scorreva via la sostanza appiccicosa. Quando si interrompeva, veniva incisa un'altra apertura, poi una terza. Infine l'intero albero veniva abbattuto e bruciato, per estrarre la resina restante.
Mentre la sua mente vagava tra fornaci e tinozze di rame, Paolo si domand se fosse pronto alla violenza, e fino a che punto. Da un momento all'altro sarebbe stato necessario portare dolore e morte in quella quiete. Aveva dato l'avvio al meccanismo, e ora non c'era modo di fermarlo. Se qualcosa fosse andato storto... Dekis poteva restarci secco, come pure lui stesso. Ma non era preoccupato. Al contrario, la sua testa era sgombra da pensieri, e i suoi sensi amplificati. Se non altro, quel senso di attesa era piacevole. L'esercito l'aveva cambiato. Anzi no, non l'esercito: era stata Corinto a cambiarlo per sempre. Ora aspettava con ansia l'inizio della lotta. In quei brevi attimi sarebbe stato libero dai suoi demoni, perso nel contatto ravvicinato tra vita e morte sul filo di una lama d'acciaio.
I suoi pensieri tornarono ai pini dati alle fiamme. Il primo liquido che scorre dalla fornace  limpido come l'acqua. Ha un odore cos forte che ci si pu imbalsamare un cadavere. La resina che segue  pi rappresa. Mischiandola con l'aceto, si coagula come sangue.
Un verso simile a quello di un gufo lo riport alla realt. Arrivava dalla boscaglia lungo la strada verso sud. Ma non era un gufo. Era un uomo che cercava di sembrare un gufo. Ancora una volta, Paolo sorrise tra s e s. Era pieno giorno. I predoni potevano anche avere una certa astuzia malevola e un'ingegnosa crudelt, ma di certo peccavano in fantasia. Del resto, se ne fossero stati provvisti, non avrebbero scelto una professione che portava inevitabilmente a essere inchiodati a una croce o gettati in pasto alle belve.
Un altro finto gufo rispose al richiamo, un po' pi in basso rispetto a dove era nascosto Paolo.
Quindi uno dei banditi era appostato come vedetta un po' pi in l lungo la strada, mentre l'altro era nascosto nel posto in cui Paolo era stato aggredito mentre tornava a casa. Era un buon punto: gli alberi scendevano fin quasi sul sentiero da entrambi i lati. Nascondersi era un gioco da ragazzi. Chiunque arrivava da Roma, o vi era diretto da Temesa o da Crotone, doveva attraversare quello stretto passaggio. Paolo aveva immaginato che i predoni l'avrebbero usato di nuovo.
Senza distogliere lo sguardo dal pendio sotto di lui, si sgranch le gambe.
Attraverso il fogliame, intravide il vecchio bruzio e il mulo che si avvicinavano. Dekis doveva passare proprio davanti alla vedetta nascosta. C'era da ammirare il sangue freddo di quel cacciatore. Scivol via senza tradire una sola preoccupazione, quasi come se stesse passeggiando per il mercato di Temesa.
Tenendosi vicino alle radici del pino, Paolo si alz in piedi. Fissando sempre gli alberi pi in basso, afferr il suo arco senza guardarlo, prese una freccia e la incocc.
Eccolo! Una figura emerse da una macchia di rovi. Paolo tir indietro la corda dell'arco. Gliene serviva vivo soltanto uno. La vedetta sarebbe andata benissimo. Ma avrebbe dovuto aspettare che uscisse allo scoperto sulla strada.
Un altro movimento. Per il culo di Ercole! Un secondo predone venne fuori un po' pi in basso rispetto a Paolo. Ora erano in tre, in agguato. Paolo si costrinse a calmarsi. Un bravo soldato adatta le proprie azioni in base a ci che il Fato gli presenta: cos aveva detto Mummio dopo la battaglia all'istmo. Paolo l'aveva fatto allora, e l'avrebbe fatto anche adesso.
I due predoni scesero sulla strada. Portavano delle spade, ma nessuno dei due aveva un arco.
Per il culo peloso di Ercole! Dekis si era fermato nel punto in cui dei tronchi affiancati impedivano la mira.
Adattati a ci che ti presenta il Fato. Paolo si mosse verso la strada, avanzando lentamente, senza fretta. Dopo aver intrappolato Dekis, i predoni non l'avrebbero ucciso seduta stante. Una volta trovato il servizio da vino in oro, avrebbero voluto di sicuro torturarlo. Un uomo in possesso di un tesoro del genere deve avere chiss quali altri beni, o addosso o da qualche parte. Forse avrebbero perfino preso in considerazione la possibilit di rapirlo per chiedere un riscatto.
Cercando di fare meno rumore possibile, piegando il corpo nelle aperture tra i rami, Paolo discese il pendo.
Uno dei predoni puntava una spada alla gola di Dekis. La vedetta aveva raggiunto l'altro, ed entrambi avevano sguainato le spade. Erano tutti presi a rovistare nel bagaglio del mulo. Avevano trovano il servizio da vino. Uno di loro stava ammirando il recipiente cesellato che serviva a raffreddare il liquido. Paolo ne fu contento: se tutto fosse andato storto, almeno quel vaso maledetto avrebbe infettato anche i banditi.
Restando nell'ombra, tir la corda dell'arco fin dietro l'orecchio e prese la mira. Era un colpo facile: non pi di venti passi, bersaglio ignaro. Semplice come catturare un uccello intrappolato su un ramo. Esal un respiro, trattenne il fiato e scocc la freccia. La frustata improvvisa fece trasalire i predoni. Fecero per voltarsi, ma quello che si occupava di Dekis non fu abbastanza rapido. La freccia lo colp nel fianco. Si accasci, tenendosi la ferita e urlando come un maiale. Per un attimo gli altri due furono troppo sorpresi per reagire. Fissavano increduli il sangue sgorgare tra le dita del compagno ferito.
Per Ade! Paolo aveva dimenticato di portare gi le altre frecce. Gett via l'arco, sguain la spada e inizi a correre.
Dopo pochi passi era gi tutto finito.
Il vecchio cacciatore aveva estratto il lungo pugnale che portava nascosto nello stivale. Con una rapidit che smentiva i suoi anni, punt la lama al collo del bandito pi giovane. Il terzo aveva estratto la spada dal fodero, ma non aveva alcuna voglia di combattere. Si guardava intorno con agitazione, incapace di decidere da che parte fuggire.
Getta l'arma!. Paolo era di fronte al predone. Una gran parte del suo animo sperava che si battesse, agognava l'eccitazione catartica della lotta.
Ma l'uomo lasci cadere la spada.
Paolo soffoc il suo disappunto e scalci via la lama.
Non ho intenzione di tenerne d'occhio pi di uno al ritorno, disse Dekis. Questo pi giovane scucir le labbra con un po' di carezze.
Paolo osserv la massa di capelli biondi e il volto pallido e pieno di terrore. Cos hai deciso di ignorare il mio consiglio.
No, stavo per farlo, farfugli il ragazzo. Non era facile filare via, stavo aspettando il momento giusto.
Paolo spinton il predone pi anziano per farlo inginocchiare. Poi rinfoder la spada e prese una fune dal bagaglio del mulo. Con una certa destrezza leg i polsi del prigioniero e assicur il cavo alla bardatura.
Lo giuro sugli di, stavo per andar via. Il giovane continuava a implorare.
Paolo and a controllare il predone che aveva colpito con la freccia. L'uomo era calmo ora, la vita gli stava scivolando via dalla ferita.
Ricordi cosa ti ho detto l'ultima volta che ci siamo visti?. Paolo si avvicin di nuovo al giovane.
Ti prego, non farlo, non  colpa mia.
Paolo lo afferr per un braccio, facendolo voltare di spalle.
Ho ancora le tue monete. Lasciami andare, non torner da loro.
Un uomo non  nulla se non mantiene la sua parola, disse Paolo.
Andr a nord oggi stesso, anzi ora. Non mi fermer finch non sar a Roma. Inizier una nuova vita.
Stava ancora parlando quando, con un solo gesto, Paolo sguain la spada e affond il colpo. Prese il giovane alla gola. La sua testa si inclin all'indietro, e il sangue sgorg a fiotti irrorando la strada.
...
.
...
Capitolo 13.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Il prigioniero fu condotto nudo al foro di Temesa. Gli legarono i polsi, poi lo sollevarono facendo passare la fune su una delle travi del portico. Tutto il paese era accorso a guardare. Babilio il calzolaio aveva piazzato in prima fila alcune panche del suo banchetto, in modo che almeno gli uomini pi eminenti potessero seguire lo spettacolo in relativa comodit. Aveva perfino fornito loro dei cuscini, con grandi ossequi. Controvoglia, Paolo era stato persuaso a prendere posto l. Era il minimo, per colui che aveva catturato il predone. Il ruolo svolto dal bruzio Dekis era stato presto dimenticato. Per tutta l'ultima mezz'ora, Paolo era rimasto seduto accanto ai duoviri e a Urso, Fidubio e Vibio.
Il pubblico era abituato alla vista del sangue. In ogni tribunale la deposizione di uno schiavo, sia in qualit di imputato che di semplice testimone, era ammissibile solo dietro tortura, e l'operazione era aperta a tutti. Tra i padroni di schiavi presenti, non dovevano essere molti quelli che non avevano frustato un servo almeno una volta. Il sangue, sia umano che animale, faceva parte del tessuto della vita quotidiana. Ogni rito religioso richiedeva di sgozzare la bestia pi appropriata, per poi squarciarle il ventre ed estrarne le viscere fumanti.
La familiarit con il sangue era molto diffusa. Temesa era una citt piccola. L'aguzzino, uno dei becchini del paese, non poteva certo essere definito un esperto. In mancanza delle raffinate attrezzature in uso a Roma - graticole, cavalli, ruote, pinze, tenaglie o ferri incandescenti - si faceva affidamento su una frusta e sulla forza bruta. Il ferro tagliente annodato all'estremit della striscia di pelle non conciata aveva strappato la carne del bandito e riempito il colonnato di schizzi vermigli. Le macchie di rosso vivo erano arrivate fino al lastricato, proprio accanto ai piedi dei dignitari in prima fila.
Con l'odore forte di ferro nelle narici, Paolo si chiese se fosse l'unico ad avvertire una certa nausea.
Parlaci della mutilazione. Fidubio aveva formulato parecchie domande, ripetendo spesso questa in particolare.
L'uomo riusc a sollevare leggermente la testa, ma non rispose. Paolo pens che ormai non aveva neanche le forze per aprire bocca.
All'inizio il prigioniero era stato piuttosto loquace. Era una vergogna: solo uno schiavo meritava la tortura, mentre lui era un uomo libero, un cittadino romano nato in Sicilia. Quest'ultima informazione poteva essere vera, ma nessuno diede credito al resto. In ogni caso, una vita spesa a derubare e uccidere i passanti lo poneva ben oltre la clemenza della legge. Alla prima frustata, aveva protestato dicendo di essere solo un innocente viandante. Quell'uomo l in prima fila - quello con il segno di morte sulla cintura - gli aveva teso un'imboscata sulla Sila, uccidendo i suoi due compagni con l'aiuto di un boscaiolo bruzio. Non era la prima volta che lo faceva: aveva gi risparmiato il suo compagno pi giovane in precedenza, ma non adesso. Un paio dei presenti lanciarono un'occhiata all'amuleto che Paolo indossava. Theta era la prima lettera della parola greca che indicava la morte. Ma nessuno avrebbe messo la parola di uno straniero al di sopra di quella di un figlio di Temesa, soprattutto se si trattava di un cittadino che poteva fregiarsi di una corona civica.
Il becchino non si era risparmiato. Era una mattina calda, e ben presto si era ritrovato con il torso completamente sudato. Dopo un po' Roscio l'oste e un altro degli astanti lo avevano aiutato a tirare su la fune e legarla alla trave, in modo che il bandito non poggiasse pi i piedi a terra e tutto il suo peso gravasse su braccia e spalle. Per aumentare l'agonia, gli era stato legato un peso massiccio a un piede. Nel frattempo la frusta continuava a schioccare a ritmo costante.
L'uomo aveva iniziato a parlare, ma le informazioni ricavate non furono ritenute soddisfacenti. S, aveva derubato dei viandanti diretti a Cosenza, ma che altro poteva fare? Il lavoro mancava. Tutte le tenute in Sicilia impiegavano schiavi. No, non ne sapeva nulla dell'omicidio di un contadino di nome Iunio. Non aveva mai sentito di banditi che mutilassero le loro vittime. S, c'era una banda di fuorilegge sulle colline sopra Erimon, ma lui si era unito a quelli che vivevano nelle grotte oltre la Roccia di Sangue. Erano una ventina circa, ma nuovi arrivi e defezioni erano all'ordine del giorno. Perch mai dovevano esserci dei predoni sull'alto corso dell'Acheronte? Non c'era niente da rubare l.
Fidubio annu. L'aguzzino gett un secchio d'acqua sul prigioniero per farlo rinvenire.
Parlaci della mutilazione di Iunio, disse Fidubio.
Avendo perso ormai ogni speranza, il bandito lanci un ultimo sguardo torvo di sfida. Nessuno di voi vale pi di me. Voi ricchi scacciate i poveri dalle loro terre, e vi accaparrate quelle pubbliche. Vi appropriate di fondi pubblici, truffate sui contratti dello Stato. Minacciate e picchiate e rubate. Sottraete alle persone oneste i loro mezzi, le case dei loro avi e la libert.
Forse farlo rinvenire non era stata una buona idea.
Vi serve un capro espiatorio per questo Iunio che a quanto dite  stato ucciso. Cercate nelle vostre case. Dietro la facciata di rispettabilit siete peggio dei lupi. Sareste in grado di mutilare le vostre stesse madri, se poteste trarne guadagno.
Fidubio fece un cenno al becchino e la frusta riprese la sua danza: un turbine di colpi mise a tacere l'insolente. Ormai privo di sensi, il corpo del predone girava su s stesso sotto la furia delle frustate. Il bianco delle ossa traspariva dalla schiena ridotta a brandelli.
Basta cos, ordin Urso.
La testa del bandito penzolava in avanti. Solo il battito del suo petto indicava che era ancora vivo.
Abbiamo sentito abbastanza, disse Fidubio. Non sono stati i banditi a uccidere Iunio.  stato l'Eroe. Il demone  tornato.
Un uomo direbbe qualsiasi cosa tra i tormenti della frusta, rispose Urso.
La tortura  il banco di prova della verit, ribatt Vibio.  sancito nelle leggi, oltre a essere una cosa universalmente riconosciuta. Perch dovrebbe mentire?.
Tra la folla ci fu un mormorio di approvazione per le parole del padre di Lollio.
Per risparmiarsi altro dolore. Urso restava sulle sue posizioni, malgrado gran parte dei presenti propendesse ormai per la spiegazione soprannaturale. Ammettere di sapere qualcosa delle mutilazioni significherebbe continuare a essere interrogato. Alla fine ha cercato di provocarci per ottenere una morte rapida.
Paolo intervenne: Questo predone magari non sa nulla, per Iunio non  stato ucciso da un demone, ma da un uomo. Quale demone userebbe arco e freccia?.
Fidubio lo guard con odio. Anche il viso gentile del padre di Lollio mostrava un certo fastidio. Perch mai, pens Paolo, desiderano cos tanto tirare in ballo l'Eroe? Non capiscono che la popolazione ne sarebbe terrorizzata? Che si aprirebbero le porte a ogni tipo di fantasie macabre, e non si otterrebbe altro che il panico generale?
Chiunque abbia ucciso Iunio, ci che abbiamo scoperto  sufficiente a richiamarci ai nostri doveri. Il volto accigliato e rugoso di Urso scrut la folla, come se il sacerdote fosse la personificazione stessa dell'antica morale. I coloni di Temesa sono esentati dal servizio nelle legioni a patto che tengano lontani i predoni da queste montagne. In questo siamo stati negligenti. L'assemblea ha gi deciso di organizzare una spedizione armata. Ora sappiamo dove indirizzarla: Erimon e la Roccia di Sangue. Tutti i cittadini abili e arruolabili si presentino qui domani all'alba, con le loro armi e cibo per tre giorni. Il consiglio si riunir per pianificare la spedizione.
La folla rimase al suo posto, come se sperasse che il divertimento non fosse ancora finito.
Siamo tutti d'accordo che non ci sia pi nulla da sapere da questo criminale?, domand Urso.
Nessuno ebbe da ridire.
Dunque portatelo alla porta principale e inchiodatelo a una croce.
In qualit di unico cittadino con esperienza nell'esercito, venne chiesto a Paolo di aiutare il consiglio a prendere una decisione sul da farsi. La basilica era fresca e ombreggiata, con comode panche imbottite. I servitori attendevano ordini, e c'era da mangiare e da bere.
Prendendo una coppa di vino, Paolo si chiese se a qualcuno fosse passato per la testa che l fuori, sotto il sole cocente, a poco pi di qualche decina di passi, c'era un uomo crocifisso, con dei chiodi d'acciaio conficcati nella carne e nei tendini. Uccidere un uomo era talvolta necessario, e molto spesso raccomandabile. In guerra, poi, era inevitabile. Mutilare un corpo per impedire al demone di seguire le tracce del responsabile aveva un suo senso, cos come il ricorso alla tortura per ottenere la verit. Eppure gli era difficile accettare l'idea che fosse giusto infliggere una lenta agonia soltanto come potenziale avvertimento verso altri malintenzionati, o magari per il puro e semplice desiderio di vendetta. Dopotutto bastava un ribaltamento della sorte, o un riallineamento delle stelle, e quelli che ora sedevano comodamente in quella stanza elegante potevano ritrovarsi esposti al pubblico strazio, issati su una croce di legno. Paolo era sopravvissuto al sacco di Corinto. Scol tutta la coppa in un sorso solo.
Temesa era una colonia piccola. Il suo consiglio era formato da soli trenta uomini, non tutti presenti in quell'occasione. I membri erano i magistrati in carica e coloro che avevano ricoperto quel ruolo in passato. Di conseguenza, avevano tutti una certa et. I magistrati non ricevevano alcun compenso, e anzi ci si aspettava che contribuissero di tasca propria alle spese della citt. Il consiglio era una ricca gerontocrazia.
Essendo i magistrati di grado pi alto, sulla carta i duoviri dovevano sovrintendere al consiglio, ma le cariche ufficiali valevano molto meno del denaro e della personalit. Gli stessi uomini che avevano preso l'iniziativa nel foro continuavano a tenere banco adesso.
Non siamo n dei greci effeminati n dei subdoli cartaginesi, disse Urso. Non c' bisogno di strategie particolarmente astute. Alle prime luci dell'alba, selezioniamo i cento uomini meglio armati, tutti valorosi romani. Marciamo dritti su Erimon, staniamo i predoni dalle colline e crocifiggiamo tutta quella feccia lungo la strada. Poi ripartiamo per la Roccia di Sangue e facciamo la stessa cosa.
Nella penombra, molte teste imbiancate si produssero in cenni d'approvazione.
La crudelt esemplare  il miglior deterrente. Il collo ossuto del vecchio sacerdote che arringava i concittadini ricord a Paolo quello di una tartaruga che Lollio possedeva da bambino.
Certamente la punizione dei predoni dev'essere adeguata alla brutalit dei loro crimini, prese la parola Vibio. Ma credo sia appropriato adottare una certa cautela.
Non fosse stato per il suo contegno all'antica, Urso avrebbe sbuffato di derisione. I fuorilegge non resisteranno all'acciaio di Roma.
Non ne dubito. Vibio era mellifluo come sempre. E proprio per questo dovremmo agire in maniera previdente. Una volta sgominata la banda nascosta a Erimon, la notizia arriver a quelli sulla Roccia di Sangue. Faranno perdere le loro tracce, sfuggendo a noi e alla giustizia.
Malgrado il suo aspetto mite, il padre di Lollio non era uno stupido.
Sentiamo i consigli di uno che  stato in guerra.
Paolo si stava riempiendo un'altra coppa. Si prese il suo tempo, si schiar le idee e illustr un piano.
Convennero tutti che solo un tradimento avrebbe potuto inficiarne il successo.
I predoni dovevano averlo visto arrivare da un miglio e passa. Paolo indossava un mantello rosso acceso, e sia la cotta di maglia che la fibbia della cintura erano state lucidate in modo che splendessero come specchi al sole del pomeriggio. Solo, e piuttosto visibile, cavalcava a passo costante sulla via per Crotone. La strada era un susseguirsi di curve e avvallamenti. In diversi tratti gli alberi della Sila invadevano il percorso, oscurando la vista oltre la Roccia di Sangue e il valico ancora pi in l. Il canto degli uccelli, l'eco ritmata degli zoccoli e lo scricchiolio della bardatura: tutto era in qualche modo insignificante, si perdeva nella vastit della foresta.
Attraversando l'ultimo tratto in ombra, raggiunse la Roccia di Sangue. Si trattava di una sporgenza triangolare di granito. Essendo grigiastra come il resto del monte, era chiaro che il suo nome fosse dovuto alle azioni degli uomini piuttosto che al colore. Paolo non si ferm n volse la testa a guardare, mentre passava l accanto. Non prov nemmeno a individuare lo stretto sentiero che, stando alle parole di Dekis, si arrampicava sul pendio tra mille serpentine e scendeva dal crinale del monte, per arrivare giusto sopra al valico. Nessuno conosceva la Sila meglio del cacciatore bruzio. Se lui diceva che c'era un sentiero, e che era utilizzabile, ci si poteva fidare.
La strada proseguiva dritta per circa quattrocento passi fino al valico. In quel punto, il pendio sulla destra proseguiva pi o meno immutato: non troppo ripido, e ricoperto di rovi e alberi bassi. Ma a sinistra la montagna precipitava a picco, come se fosse stata tagliata con un'accetta. Lo strapiombo finiva molto pi in basso con un torrente fiancheggiato da massi frastagliati.
Paolo prosegu a un'andatura lenta. Il grosso cavallo nero da caccia che gli era stato fornito dal padre di Lollio mordeva il freno, voleva correre. Non mostrava segni di stanchezza per la lunga traversata della notte precedente, dopo che avevano lasciato la spedizione principale e avevano ripiegato lungo la strada da Erimon. Per tutta la mattina erano rimasti nel villaggio bruzio abbandonato che Dekis gli aveva indicato, nascosto dopo il bivio per Crotone.
Tenendo a freno l'animale, Paolo si ferm a non pi di un centinaio di passi dal valico. Decisamente a portata di arco. Da quella distanza, una freccia avrebbe potuto trapassare senza problemi la sua cotta di maglia. Ma non poteva fare altrimenti: aveva bisogno che lo vedessero. Coprendosi gli occhi dal sole, studi il pendio al di sopra del valico e il crinale ancora pi in alto. Si muoveva in maniera ostentata, come un attore sulla scena. Se c'era qualcuno in agguato, voleva fargli capire il messaggio: si aspettava che uscissero allo scoperto. Tra gli arbusti non c'era alcun movimento, a parte qualche passero o altri piccoli uccelli che di tanto in tanto si alzavano in volo. Paolo si sorprese a sperare che non ci fosse nessuno, ma rigett quel pensiero codardo. Era stato lui a ideare il piano e a offrirsi volontario come esca. Quando gli altri avevano protestato che era troppo pericoloso, non aveva rivelato le sue vere motivazioni. Paolo aveva imparato che gettarsi nel pericolo teneva lontane le Benevole. Meglio beccarsi una freccia nelle budella che patire le attenzioni delle oscure sorelle.
Paolo prese il corno da caccia legato alla sella, se lo port alle labbra ed emise una nota forte e netta. Il suono riecheggi per tutto il pendio. Se non si erano accorti di lui fino a quel momento, adesso non potevano pi ignorare la sua presenza.
Il cavallo si muoveva lentamente, a testa bassa, cercando tracce di vegetazione. Paolo aspettava. Il suo compito non poteva essere affrettato: tutto dipendeva dal giusto tempismo.
Le mosche tormentavano cavallo e cavaliere. La bestia le allontanava agitando la coda e Paolo si chinava in avanti per togliersele dagli occhi. Non tirava un filo di vento, e il sudore scorreva senza sosta tra le sue scapole, sotto la cotta di maglia.
Era ancora troppo presto. Paolo smont da cavallo passando una gamba sul collo dell'animale. Lo guid sul ciglio della strada, dove c'era un po' d'erba, e leg tra loro le zampe. Dopodich torn al centro della strada.
Rimase fermo per un po'. All'improvviso si gett il mantello all'indietro, sguain la spada e inizi a danzare: due passi indietro, lama in alto per parare, tre passi avanti, poi un affondo. Un passo a sinistra, un passo a destra, mentre i suoi stivali sollevavano una nuvola di terra. Con il mantello che fluttuava tutto intorno a lui, Paolo continuava a prodursi in salti e mosse. La lama risplendeva al sole mentre la brandiva in alto e poi in basso, in movimenti rapidi e misurati. Per i greci era la danza pirrica, mentre i romani la chiamavano armatura, la danza in armi. Chiunque l'avesse visto l'avrebbe di certo preso per pazzo, ma non importava. Ci che contava davvero era che avesse tutti gli occhi puntati addosso.
Danz finch non si sent il petto in fiamme, e le gocce di sudore non gli bruciarono gli occhi. Un ultimo passo plateale e si ferm. Rinfoder la spada e torn ad aspettare immobile in strada. Il suo torace si gonfiava lottando per riprendere fiato. Ora, finalmente, era il momento.
Tornando vicino al cavallo, fece un sorso d'acqua e sleg le zampe dell'animale. Afferr i corni della sella e salt in groppa. Non era mai facile montare a cavallo con l'armatura addosso. Sentendo il peso improvviso sulla schiena, la bestia prese a sbuffare e calciare. Saldo in sella, Paolo lo lasci girare un po' in tondo, controllandolo con la semplice pressione delle cosce. Era un ottimo cavaliere. Aveva imparato a cavalcare da bambino insieme a Lollio, nelle scuderie di Vibio.
Afferrando le redini, Paolo fece avanzare il cavallo verso il valico.
Ovviamente avrebbero potuto ucciderlo con una freccia in qualsiasi momento. Questo avrebbe mandato a monte il suo piano astuto, e la morte non gli avrebbe portato alcun sollievo. Anche se gli avessero messo una moneta in bocca e fosse riuscito ad attraversare lo Stige, le Furie non avrebbero smesso di tormentarlo nell'Ade.
Paolo li sent prima ancora di vederli, grazie ad alcune pietre smosse che rotolarono gi dal pendio. Uomini, sia davanti che dietro di lui. Volt il cavallo verso il pendio e si ferm. Non poteva andare da nessuna parte, del resto.
Non si avventarono fuori dagli alti arbusti. Non avevano alcuna fretta, Paolo era circondato. Otto uomini alla sua sinistra, altrettanti a destra. Erano vestiti con abiti eleganti ma laceri, evidenti resti di qualche passata razzia. Molti avevano delle spade, altri dei giavellotti. Paolo not che non c'erano arcieri. Forse erano rimasti acquattati lungo il pendio.
Armi in pugno, i predoni si avvicinarono. Paolo spinse il cavallo in movimenti circolari, e i suoi zoccoli possenti li fecero arretrare. Quando si fermarono a qualche passo di distanza, tenne a freno la bestia. Si rivolse di nuovo verso il pendio, in modo da poter controllare entrambi i lati della strada.
Bel cavallo. Un predone con addosso un'elaborata corazza sagomata si fece avanti dal gruppetto di sinistra. Era senza dubbio il capo.
Non avvicinarti. Paolo sollev il braccio, come se stesse ordinando a un cane di stare a cuccia.
Il capo scosse la testa con affettata meraviglia. Non mi sembri nella posizione di dare ordini.
Paolo non rispose.
Bella cotta di maglia, anche. Sembrava quasi un astuto mercante che stesse valutando della merce. La tua famiglia dev'essere bella ricca.
No.
Quindi sarebbe inutile chiedere un riscatto. L'uomo pareva quasi dispiaciuto.
Proprio cos.
E come ti sei procurato questa bella roba, allora?.
Paolo sorrise. Ai proprietari precedenti non serviva pi.
Il capo dei predoni esplose in una risata, che suon inaspettatamente piacevole. Quindi tutto questo teatrino che hai messo su serviva ad attirare la nostra attenzione. Sei venuto qui sperando di unirti a noi.
Esatto. Paolo scost il mantello per mostrare la spada.
Ottenne l'effetto desiderato. Mentre gli altri trasalirono e strinsero le armi, l'espressione sul volto del capo lasci intendere che avesse colto un dettaglio significativo. So chi sei. Il theta alla tua cintura.
Paolo rest in silenzio.
Sei quello che ha risparmiato il ragazzo.
Dove si trova?
Non qui.
Peccato, speravo potesse presentarci. Non sapevano ancora che il giovane era morto. Era un bene.
Ci ha detto che sei pazzo. Gli hai dato dei soldi e gli hai detto di farsi una nuova vita.
Paolo fece un'alzata di spalle. Era anche il mio piano, ma non ha funzionato.
Non funziona spesso, per un veterano. Il predone misur le parole. Non sono il re-schiavo di Nemi, non devo guardarmi sempre le spalle, spada in pugno, in attesa del prossimo sfidante. Una banda pu avere un solo capo. La fratellanza ha eletto me. Finch vivo, o finch non eleggeranno un altro al mio posto, la mia parola  legge.
Non sono qui per rimpiazzarti, disse Paolo. Sono qui per chiedere asilo.
A Paolo parve di sentire un rumore dalla parte alta del monte. Diede dei colpetti al cavallo senza farsi vedere, in modo che l'animale si imbizzarrisse. Dopodich, mentre scalciava e nitriva, inizi a tranquillizzarlo in maniera plateale.
Il capo aspett finch i nitriti del cavallo non scemarono, poi riprese a parlare. Che crimine hai commesso?
Fratricidio.
Non  certo un incentivo a fidarci di te. Un uomo che uccide il fratello.
A volte capitano cose brutte. Siamo sotto il giogo del Fato.
La tua colpa potrebbe portarci sfortuna. Alcuni di noi potrebbero temere che tu sia contaminato dal sangue.
Allora hanno scelto il lavoro sbagliato. Ora che tutto sembrava tranquillo, era preoccupante non sentire pi alcun rumore dai crinali pi in alto.
Dimmi per quale motivo non dovremmo ucciderti e prenderci il bel cavallo e l'armatura che hai rubato.
Il tempo era agli sgoccioli. Paolo doveva continuare a parlare. Sono un soldato addestrato. Quando il ragazzo sar di ritorno, potr testimoniare a proposito delle mie abilit.
L'ha gi fatto. Il capo rise di nuovo, affabile. Lascia che uno dei miei uomini prenda il cavallo. Ne parleremo davanti a una coppa di vino, e potrai fare giuramento nel campo.
No, voglio farlo qui. Stava per finire tutto, Paolo lo sapeva bene. Era un buon piano - distrarre i predoni mentre Dekis guidava Lollio e gli altri lungo il sentiero, dalla Roccia di Sangue al campo e poi al valico - ma era fallito.
Non era una domanda. Smonta.
Non credo proprio.
Un fragore improvviso si alz dalla vegetazione: qualcuno stava correndo a tutta velocit gi dal pendio. Tutti i predoni si voltarono a guardare.
Tenete gli occhi su di lui!. L'affabilit del capo era scomparsa.
Paolo si sforz di restare immobile, ma il cavallo poteva percepire la sua tensione. I muscoli delle spalle fremevano: proprio come il suo cavaliere, era pronto a scattare.
L'uomo che correva perse l'equilibrio e inizi a rotolare per la discesa sollevando nuvole di terra.
Da un momento all'altro, pens Paolo. Aspetta solo che li distragga per un attimo.
Pieno di graffi e sporco di sangue, l'uomo rotol fino alla strada. Il campo, disse.
Il campo cosa?, rugg il capo dei predoni.
Hanno invaso il campo. Tutti si volsero a guardare il nuovo arrivato, seguendo lo sguardo del capo.
Paolo tir le redini. Il cavallo arretr e si volt sulle zampe posteriori.
Prendetelo!.
Paolo affond gli stivali nei fianchi della bestia, che scatt in avanti. I banditi che bloccavano la strada da cui era arrivato, per evitare di restare schiacciati, si affrettarono a scansarsi.
Paolo sent il suo spirito risollevarsi, ma poi una freccia affond nella spalla del cavallo. Arranc, poi riprese la corsa. I colori brillanti delle piume risaltavano sul lucente manto nero. Il cavallo perse l'andatura e inizi a barcollare, mentre il sangue impregnava le piume della freccia. La bestia sarebbe crollata da un momento all'altro. Paolo si sollev lasciando la presa della sella. Mentre il cavallo si rovesciava verso il pendio, Paolo salt dal lato opposto.
La dura e spietata superficie della strada si avvicinava. Paolo atterr tra il fragore dell'armatura. Il fiato gli corse via dal petto, mentre il dolore gli invadeva il braccio destro. Era quello con cui aveva provato ad attutire la caduta, e forse era rotto. Quando riusc a fermarsi, era paurosamente vicino al precipizio.
Quindi i predoni avevano davvero degli arcieri nascosti tra gli alberi, si sorprese a pensare.
La testa gli esplodeva. Urla e rumori di battaglia sembravano assalirlo da ogni direzione. Prov a spingersi in alto, ma il suo braccio cedette subito.
Nel mezzo del caos, degli stivali avanzavano con grande calma verso di lui. Il loro proprietario indossava una corazza. Tu vieni con me, disse il capo dei predoni in un tono quasi colloquiale.
Paolo rotol sulla sinistra e riusc a mettersi in piedi. Prov a sguainare la spada, ma il suo braccio destro non rispondeva pi. Afferr l'arma con la sinistra, assumendo una guardia inadeguata.
Con un solo colpo, il capo gli fece volare via la spada. Paolo arretr. Sentiva lo scricchiolio del terriccio dello strapiombo che si sgretolava sotto i talloni.
Arrenditi!.
Lollio e Dekis si stavano avvicinando da entrambi i lati. Quando il bandito accenn a voltarsi, Paolo barcoll lungo il precipizio. Le piccole pietre che smosse con i piedi rotolarono gi. Con pochi passi riusc a portarsi alle spalle di Lollio e collass a terra.
Getta la spada!, ordin Lollio.
Cos potete riportarmi in citt, divertirvi a torturarmi e mettere su un bello spettacolo per bifolchi?. Il predone sorrise mestamente. Non voglio dire che le stelle mentono, ma l'astrologo si sbagliava. Il mio destino non  morire sulla croce.
Senza aggiungere una sola parola, si gett nel burrone.
...
.
...
Capitolo 14.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
La fattoria era calma, di prima mattina. Irzio aveva mandato moglie e figlia in paese il giorno prima. Sarebbero rimaste da sua sorella per la festa di Minerva prevista per l'indomani, per poi tornare il giorno dopo ancora.
Usc di casa. Con la fattoria sul versante occidentale ancora avvolta nell'ombra, i capanni degli attrezzi erano solo masse scure, e gli ulivi forme argentee e spettrali. Molto pi in basso, le montagne gettavano sul mare lunghe ombre di un blu intenso. Al largo, l'acqua risplendeva di riflessi. Minuscole, in lontananza, le ultime barche da pesca tornavano a Clampetia. L'alba sollevava sempre la brezza dal mare, che risaliva i pendii e diffondeva un odore salmastro sulle piccole propriet terriere sulle colline.
Se non altro, i terreni e le fattorie pi esterne erano di nuovo al sicuro. I predoni catturati alla Roccia di Sangue e sopra Erimon erano stati crocifissi lungo la strada che da Temesa portava verso l'interno. Stando a quanto aveva sentito, li avevano piazzati ben distanti l'uno dall'altro, in modo che coprissero tutto il tragitto fino al ponte sul Savuto. Erano pi di venti. Solo tre giorni erano passati, e un paio di loro potevano anche essere ancora vivi, sulle loro croci. Irzio non aveva mai prestato fede ai racconti riguardo il demone. Perch mai l'Eroe dovrebbe tornare dopo tutti questi secoli? Polite aveva gi avuto una bella lezione ed era stato costretto a rifugiarsi in fondo al mare per l'eternit. Ma l'assassinio di Iunio e l'orribile profanazione del suo corpo avevano allarmato Irzio. Sebbene non l'avesse ammesso di fronte alla sua famiglia, n a nessun altro - non ai proprietari delle fattorie limitrofe, che erano piuttosto distanti, n agli uomini che aveva incontrato nelle sue rare visite in citt - Irzio aveva avuto paura. La vita di un fattore in collina era gi abbastanza dura e solitaria senza doversi guardare le spalle tutto il tempo. Il fatto che avessero sgominato le bande di predoni gli aveva portato un po' di pace. Tuttavia, ci che lo infastidiva era che nessuno di loro, neanche sotto i colpi della frusta, aveva confessato l'omicidio di Iunio.
Le ombre si ritirarono dal mare, risalendo i pendii verso la sua fattoria, finch non fu bagnata dalla dolce luce gialla del sole che spuntava dal crinale dei monti. Irzio esamin i solchi netti che aveva scavato attorno agli ulivi. Avevano bisogno di altro letame. La moglie e la figlia non avevano scelto un buon momento per lasciarlo solo: settembre era un mese impegnativo. Mele e pere non erano ancora pronte per essere colte, ma era tempo di seminare rape e lupini.
In ogni caso, le feste di settembre non erano molte: oltre a quella di Minerva, si celebravano solo quelle di Cerere e di Venere, verso la fine del mese. Se voleva che la figlia trovasse marito prima o poi, doveva concederle di farsi vedere. Le feste di settembre erano per le donne: gli uomini erano troppo impegnati nei campi. Ma un uomo in cerca di moglie avrebbe fatto in modo di partecipare ai festeggiamenti. Era l che spesso si chiudevano questo tipo di affari. Per coloro che sentivano bisogno di rassicurazioni, la legge consentiva di consultare gli astrologi alla festa di Minerva.
Irzio era preoccupato per la figlia. Non aveva alcuna attrattiva, e ogni giorno che passava la sua giovinezza sfioriva. Era davvero un peccato che con il giovane Paolo non se ne fosse fatto nulla. Sua madre aveva parlato con la moglie di Irzio, e la ragazza non era contraria. Paolo possedeva venticinque iugera, che uniti ai dieci di Irzio avrebbero costituito una propriet di tutto rispetto per la prole. E si vociferava anche di grandi ricchezze, casse di bottino raccolto in Oriente, seppellite nei suoi terreni. Eppure c'era qualcosa che non andava nel ragazzo. Prima che partisse, era uno scapestrato: sempre a bere e a cacciare, o coinvolto in qualche scorribanda con Lollio e Alcimo. Dopo il suo ritorno dalla guerra, era diventato pi calmo ma anche pi solitario. Aveva una certa aria infausta. La nuova serva che aveva comprato per sua madre aveva raccontato alla moglie di Irzio che il ragazzo non dormiva sonni sereni, e a volte si svegliava tra grida inarticolate.
Il vento agitava le cime degli alberi nei boschi a sud. Negli anni precedenti, un altro lavoro invernale era stato il taglio delle foglie. Quelle di pioppi, olmi e querce erano un ottimo foraggio, se messe da parte prima che diventassero troppo secche. Ma questo si poteva fare ai tempi in cui l era ancora terra comune. La scorsa primavera, Urso aveva tirato fuori un pezzo di papiro che gli conferiva l'utilizzo esclusivo dei boschi. Il sacerdote non era n meglio n peggio di qualsiasi altro ricco. Avevano abbastanza denaro da fare in modo che la legge girasse sempre in loro favore. Dopo il divieto, non potendo pi raccogliere nella foresta il foraggio per i maiali e le pecore, Irzio si era visto costretto a venderli. Ora doveva accettare anche di lavorare per altri.
Irzio si avvi riluttante ad accendere un piccolo fal. Le botti di quercia erano disposte l vicino. Quando il fuoco fu pronto, recuper delle fascine di paglia dal capanno. Dopo aver sistemato delle manciate di paglia in ogni barile, le incendi una dopo l'altra con un legnetto acceso. La paglia prese fuoco e bruci rapidamente, dopodich Irzio ripul le botti dalle braci. Era importante che l'interno fosse caldo e asciutto.
Applicare la pece alle botti era un lavoro difficile e sporco, e il vinaio di Temesa era stato fin troppo felice di pagare Irzio affinch lo svolgesse al suo posto. Anche se, come tutti i commercianti, aveva tirato sul prezzo. Se non altro erano botti abbastanza piccole da poter essere maneggiate da una sola persona, anche se non senza difficolt.
Emettendo dei grugniti per lo sforzo, Irzio appese il grande calderone di rame alle catene sopra al fuoco, e vi piazz dentro i blocchi di pece per farli sciogliere. Quasi all'istante, il cortile fu avvolto da un fumo spesso e acre. Alcuni dicevano che profumava di incenso, ma Irzio aveva sempre trovato i fumi resinosi stucchevoli e nauseanti.
Fino all'ebollizione, la pece doveva essere mescolata quasi continuamente. Quando diventava liquida e mostrava le prime bolle, arrivava il momento pi difficile: versarla. Si poteva lavorare su una sola botte per volta, e bisognava agire con la massima cura. Uno schizzo di pece bollente era in grado di fondere la pelle e bruciare la carne fino all'osso. Una volta versato il liquido, si doveva inchiodare il coperchio della botte e rigirarla il pi possibile, facendola rotolare e ribaltandola sottosopra, affinch tutta la superficie interna venisse ricoperta. Infine si rimuoveva un piccolo tappo, dal quale fuoriusciva il vapore, e si apriva una sorta di beccuccio sul fondo della botte per far defluire la pece in eccesso. Era un processo laborioso, sfiancante e sudicio.
Ben presto la pece si fece viscosa. Le prime grandi bolle affiorarono in superficie e scoppiarono, lanciando schizzi incandescenti in aria. Irzio continu a mescolare, tenendosi pi distante che poteva e usando una lunga asta di metallo. Le esalazioni gli entravano in gola e rendevano difficile respirare. La puzza, poi, era quasi opprimente.
Il colpo alla schiena arriv senza preavviso. Un pugno affilato come una coltellata, che lo fece barcollare in avanti. Solo facendo leva sulla sua asta riusc a non finire nel calderone o sul fuoco. La pece liquida sciabord avanti e indietro, minacciando di riversarsi dai bordi del calderone che ondeggiava sulle catene. Irzio vacill all'indietro di un paio di passi. Voltando la testa, ebbe appena il tempo di vedere le piume d'oca e il fusto: una freccia da caccia. Poi arrivarono il dolore e lo sgomento. Le ginocchia cedettero, cadde a terra.
Steso sul fianco, vide le due figure avvicinarsi attraverso le volute di fumo. Entrambi indossavano pelli di lupo e maschere. I loro torsi nudi erano dipinti del colore del terreno. Ci vedeva doppio, forse? No, uno era pi robusto, l'altro, pi giovane, impugnava un arco ed era molto pi snello.
Peccato, disse il giovane. Speravo di divertirmi di pi con lui.
Sta iniziando a piacerti troppo, rispose l'altro. Avevo un cane come te. Alla fine ho dovuto sopprimerlo.
Le voci erano vagamente familiari.
Dammi una mano, continu il giovane. C' bisogno di un altro esempio.
Mentre lo sollevavano, Irzio sent la punta della freccia muoversi nei suoi polmoni e le sue costole rotte stridere una contro l'altra. Prov a urlare, ma riusc a emettere solo un suono basso e affannato.
I due uomini avanzarono. La testa e le spalle di Irzio erano al di sopra del calderone. No, per tutti gli di, no! Voleva urlare, supplicarli, ma aveva la gola piena del suo stesso sangue.
E poi lo gettarono nella pece bollente.
...
.
...
Capitolo 15.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Un anno prima. Anno 608 Ab Urbe Condita, (146 avanti Cristo).
...
.
...
Non c' tempo da perdere, smontate il campo all'alba. Sempre le stesse voci correvano per il campo, ma di solito non accadeva mai nulla. Forse questa volta sarebbe stato diverso. Si trovavano a Dyrrachium, un porto sulla sponda greca dell'Adriatico.
Me l'hanno detto le guardie al quartier generale, giurano che stavolta  vero.
Paolo e Alcimo non fecero caso all'ex contadinotto delle colline sabine. La loro attenzione era rivolta altrove: Tazio stava raccontando delle barzellette, ed era davvero bravissimo. Met della taverna stava ad ascoltarlo. Adesso aveva tirato fuori quella dell'uomo che, non riuscendo a trovare due ragazze di quindici anni al mercato, comprava una donna di trenta.
Nonostante si fosse arruolato da poco pi di un anno, Paolo pensava raramente alla sua vita prima dell'esercito. Sotto le armi era tutto diverso. La giustizia immediata rimpiazzava le prolisse arringhe alle giurie, e al posto dell'esilio si comminavano esecuzioni sommarie. Le ore del giorno non si regolavano in base al sole, ma venivano indicate da squilli di tromba e parole d'ordine. L'oscurit, non pi regno del sonno o dei bagordi, portava le lunghe veglie forzate. Le parole stesse cambiavano di significato. La vigna diventava un mezzo d'assedio coperto, cos come il muscolo. Un campo fatto male era una matrigna. Quando i legionari scrutavano il cielo notturno non vedevano Orione ma il vecchio sodomita. Gli altri soldati, soprattutto i compagni di tenda, diventavano una nuova famiglia. Tra loro si chiamavano fratello o ragazzo. Era una fratellanza di onorevole servit. A parte i bambini, solo un soldato o uno schiavo avrebbe risposto, sentendosi chiamare ragazzo.
Un idiota va in barca durante una tempesta. I suoi schiavi iniziano a urlare. Niente paura, dice, nel mio testamento siete tutti liberi!.
Paolo sorrise mentre Tazio raccontava quella vecchia battuta. Era incredibile la facilit con cui i mesi di servizio potevano cambiare il carattere di una persona. Dopo essere sfuggiti alla folla che aveva aggredito l'ambasceria di Oreste a Corinto, durante il viaggio di ritorno in Italia tra loro si era stabilita un'implicita tregua. Alcimo li aveva aiutati a stringere questo silenzioso patto. Nell'inverno speso alle porte di Roma - quando la legione era stata sciolta e subito dopo riformata come unit diversa, seguendo una convenzione burocratica - erano diventati tutti amici.
In primavera la legione aveva marciato fino a Brindisi. L si erano accampati insieme alle altre forze che costituivano l'esercito del console Mummio, ed erano rimasti per quasi tre mesi a rigirarsi i pollici, impazienti di entrare in azione. Non era stato fornita loro alcuna spiegazione per il ritardo. Dall'altra sponda dell'Adriatico non arrivavano buone notizie. Gli achei avevano dichiarato guerra a Sparta, il che significava guerra a Roma. Critolao aveva sostituito Dieo in qualit di comandante supremo acheo. Il nuovo generale aveva mosso subito l'offensiva. Gli achei avevano marciato verso nord, lasciando il Peloponneso, e le grandi citt di Tebe e Calcide si erano unite a loro. Eraclea sul monte Eta, che aveva scelto di seguire la linea suggerita dai romani abbandonando la lega, era stata messa sotto assedio da Critolao e sarebbe caduta da un momento all'altro.
Quando finalmente si imbarcarono, i compagni di tenda si erano ormai divisi in due gruppetti di amici. Da una parte i cinque contadini della Sabina, dall'altra Paolo, Alcimo e Tazio. Gli ultimi tre avevano sviluppato quella vicinanza che pu esistere soltanto tra uomini senza donne: soldati che vivono e prestano servizio insieme e che, di fronte al pericolo o all'autorit, non hanno nient'altro su cui contare se non il reciproco aiuto. Durante l'agitata traversata verso Dyrrachium il centurione Nevio, sempre in preda al mal di mare, aveva affibbiato loro lo sgradevole appellativo di Tre Grazie.
Uno dei sabini ha sentito dire che un corvo pu vivere fino a duecento anni, cos ne ha comprato uno per vedere se  vero.
Vaffanculo, topo di fogna, disse uno di quelli che venivano presi in giro, ma senza traccia di animosit.
Le risate si zittirono: Nevio era entrato nella taverna. Il suo volto non esprimeva il solito umore burrascoso, bens un'agitazione neanche troppo mascherata.
Quanti di voi sanno andare a cavallo?.
Tutti affermarono di esserne in grado, ma con livelli ben diversi di entusiasmo.
Bene, disse Nevio. Allora scolatevi l'ultima coppa e seguitemi. Il quartiermastro vi fornir i cavalli.
Ci daranno anche un nuovo ufficiale, ora che siamo stati trasferiti alla cavalleria?, chiese Tazio.
I sudici plebei come voi non saranno mai ammessi tra i nobili dell'ordine equestre che militano in cavalleria.
Rimasero tutti in attesa.
Nevio punt il dito contro Paolo e Alcimo. Anche stavolta  colpa vostra. Oreste ha chiesto di voi.
Per le palle di Giove, non sar un'altra ambasceria?, disse Tazio. Nell'ultima per poco non ci lasciavamo la pelle.
No, non  un'ambasceria. Nevio guard gli altri avventori della taverna. C'erano sia civili che soldati di altre unit. Tanto vale che ve lo dica, tra mezz'ora lo sapr tutto il campo. Cecilio Metello, il governatore della Macedonia, marcia verso sud. Le sue legioni hanno attraversato la Tessaglia e messo fine all'assedio di Eraclea.  riuscito in qualche modo a oltrepassare le Termopili e ha sconfitto gli achei in un luogo chiamato Scarpheia.
Un mugugno di disapprovazione corse tra le truppe.
Proprio cos, disse Nevio. Se non ci sbrighiamo, la guerra sar finita prima ancora del nostro arrivo. Nessuna gloria per il console Mummio, e nessun bottino di Corinto per noi.
Solo un paio dei cavalli originali erano rimasti, ed erano stremati. Venticinque cavalieri avevano lasciato Dyrrachium: il console Mummio e il legato Oreste, ognuno con uno schiavo, i nove soldati e i dodici littori, il seguito cerimoniale di un console. Non tutti erano riusciti a stare al passo. Entrambi gli schiavi si erano ormai persi, cos come due dei legionari. Abituati a una vita meno faticosa, non meno di cinque littori si erano arresi.
Non c'era da sorprendersi che cos tanti fossero rimasti indietro: erano stati in sella per quasi un mese. Avevano cavalcato prima verso est, tra le montagne selvagge della Macedonia, poi a sud attraverso i grandi prati verdi di quel regno da poco conquistato e i vasti pascoli della Tessaglia. Era una terra di allevatori di cavalli, e man mano che avanzavano requisivano bestie pi fresche. Ci nonostante, l'avanzata senza sosta aveva stremato uomini e animali. Gli uni e gli altri erano stati lasciati indietro senza piet.
A Eraclea erano venuti a sapere che Metello aveva preso Tebe e stava marciando su Megara, la citt a nord dell'istmo, quella striscia di terra che collegava il Peloponneso al resto della Grecia. Senza mai fermarsi, si erano lanciati all'inseguimento delle sue truppe.
Era buio, nel bosco di cedri appena fuori Megara. Paolo era seduto contro un albero, a consumare carne essiccata e vino. Aveva dato da mangiare e da bere al suo cavallo, ma non l'aveva strigliato. Non avrebbe avuto senso, l'animale era ormai agli sgoccioli. Era il quarto, o forse il quinto? Un grosso spreco di costosa carne equina - quanto bastava per comprare una fattoria di tutto rispetto.
Le torce delle sentinelle di guardia rivelavano la posizione dell'esercito di Metello, a circa mezzo miglio da l. Come gi successo a Tebe, gli achei avevano abbandonato Megara. Metello aveva conquistato entrambe le citt senza combattere. Invece di rischiare un'altra battaglia, gli achei si erano ritirati oltre l'istmo. La guerra non era finita. La corsa disperata per lasciare Dyrrachium era servita al suo scopo, Mummio era arrivato in tempo. Paolo avrebbe dovuto essere soddisfatto, ma in realt si sentiva solo stanco morto.
Mummio e Oreste erano in piedi, a pochi passi da lui. Parlavano a bassa voce nella notte tranquilla, ma le loro parole si distinguevano chiaramente. Non che l'intimit forzata del viaggio avesse ridotto le distanze tra i senatori e il loro seguito. Paolo ricord la storia di quella bella regina orientale che si spogli nuda davanti a uno schiavo, perch non le era mai passato per la mente che potesse essere un uomo.
Le legioni avanzano a tappe forzate, disse Mummio. Non sono molto distanti da noi.
Se congedi gli uomini di Metello, finch non arrivano i nostri....
Mummio interruppe Oreste: Ci sono gli alleati di Pergamo, e i cretesi.
Non ci si pu fidare di mercenari e genti d'Oriente. Se gli achei attaccano, avranno truppe pi numerose.
Possono accamparsi sull'istmo, difendere il passo delle Bianche Scogliere.
Il silenzio di Oreste esprimeva tutti i suoi dubbi.
 un rischio, continu Mummio, ma cos'altro potrei fare? Vuoi che Metello aggiunga il titolo di Acaico a quello di Macedonico?.
La questione era tutta l, pens Paolo: il motivo che aveva spronato Roma a conquistare nazione dopo nazione, a mettere sotto il suo giogo la gran parte del mondo conosciuto. Non era il desiderio di bottino di soldati come lui, n la semplice sete di ricchezza di uomini come Mummio o Metello. No, era l'accesa rivalit tra i senatori, il loro insaziabile desiderio di gloria militare.
Entreremo alle prime luci dell'alba.
Paolo doveva essersi assopito, perch Nevio lo stava scuotendo per svegliarlo. Nel cielo brillava una luce di perla, e l'aria odorava di cedri.
Hai una nuova mansione, disse il centurione. Tu e altri quattro farete finta di essere littori.
Non ho un mantello rosso, rispose Paolo, ancora mezzo addormentato.
Nevio gli porse un fagotto di stoffa ripiegato.  uno di quelli che il generale ha portato di scorta. Non pensare che sia un presagio sul tuo futuro.
Si fermarono alla porta principalis. Su entrambi i lati c'erano un fossato e un bastione rinforzato con pali aguzzi. Fu mandato un messaggero a svegliare Metello, dopodich il piccolo gruppo avanz fino al praetorium. Tutti gli accampamenti romani erano strutturati allo stesso modo, era impossibile perdersi. Di solito quella familiarit era confortante, in terra straniera, ma non quel mattino. Malgrado l'ora, i legionari uscirono dalle tende per vederli passare. La notizia del loro arrivo si era sparsa rapida per tutto il campo. Ogni singolo soldato di Metello sapeva che erano l. Nessuno aveva aperto bocca, ma il clima era ostile.
Era un corteo piccolo, che portava i segni della fatica e del lungo viaggio. Dodici uomini in fila per uno portavano i fasci, le scuri legate a verghe di legno che simboleggiavano il diritto del console di infliggere una punizione fisica o la morte. Seguiva Mummio, con accanto Oreste. Tre dei littori non avevano il mantello rosso. Le loro tuniche erano sporche, ed era chiaro che quegli uomini avrebbero avuto un gran bisogno di un bagno e un rasoio.
Mentre seguiva un vero littore - limitati a fare quello che fa lui - Paolo avrebbe voluto essere in compagnia di coloro che erano rimasti a badare ai cavalli, come Nevio e Tazio. Quattordici uomini stavano per affrontare un generale al comando di oltre ventimila soldati. Scrutando i volti arcigni dei legionari ai lati del percorso, a Paolo torn in mente l'ambasceria di Corinto.
Quinto Cecilio Metello Macedonico era seduto su un tribunale, con alle spalle i suoi ufficiali e gli stendardi delle sue legioni. Indossava un'armatura bellissima - pelle lucida decorata in argento - ma aveva il volto teso e gli occhi ancora assonnati. Mentre si portava in posizione tra due dei littori esperti, Paolo not che molti degli uomini del seguito di Metello sembravano altrettanto stanchi. Forse il generale e i suoi compagni avevano bevuto fino a tardi, non potendo prevedere il fulmine che stava per abbattersi sulle loro teste.
Metello non si alz subito in piedi, all'arrivo di Mummio. Il ritardo, tuttavia, non si prolung abbastanza da diventare apertamente irrispettoso.
Ave, Lucio Mummio. Metello non utilizz n il terzo nome del console, n il suo titolo.
Mummio ricambi il saluto e poi, assumendo una posa impettita, and subito al dunque.
Il senato e il popolo di Roma ringraziano te e le tue truppe per il vostro servizio. Ora potete fare ritorno nella provincia a cui siete assegnati, la Macedonia.
Metello non rispose subito. Scrut al di sopra della testa di Mummio, come se fosse alla ricerca di qualcosa che non riusciva a trovare. Il silenzio innaturale attorno al quartier generale ronzava come una corda tesa.
Mi sembra prematuro, disse Metello. Non avete un esercito.
Arriver presto.
E nel frattempo?
Gli alleati resteranno.
Metello fece un respiro profondo e atteggi il volto in un'espressione di umilt affettata. Siamo pronti a servire sotto i tuoi auspici.
Apprezziamo l'offerta, ma non sar necessario. Le parole di Mummio erano cortesi, ma non riuscivano a celare l'ostilit che correva tra i due. La Macedonia ha bisogno di essere governata, la tua presenza  richiesta l.
La guerra achea non  finita. Metello avvamp, ma riusc a mantenere il controllo. Il dovere verso Roma viene prima dell'ambizione personale.
Non osare ricordarmi i miei doveri!. Mummio fremeva di rabbia, ma non abbandon la sua dignitas. Io sono un console, tu sei un pretore.  dovere di un magistrato junior obbedire al suo senior. Devi tornare in Macedonia!.
Metello scatt in piedi. Mentre scendeva dal tribunale, si lasci sfuggire un'ultima frecciata: Preghiamo gli di che tu possa cavartela meglio che in Spagna!.
...
.
...
Capitolo 16.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Anno 608 Ab Urbe Condita, (146 avanti Cristo).
...
.
...
Chi aveva dato il loro nome alle Bianche Scogliere non aveva certo compiuto uno sforzo d'immaginazione. Ad alcune miglia da Megara le montagne arrivavano fin quasi al mare. Nei punti in cui le rocce spuntavano attraverso la vegetazione erano di un grigio pallido, perfino bianco qua e l. Gli antichi greci potevano pure aver inventato la filosofia e il teatro e la storiografia, ma di certo non erano stati altrettanto creativi in quanto a toponimi.
Tre giorni prima, la parte rimanente della legione di Paolo era arrivata a Megara, completamente esausta. Nella marcia senza sosta da Dyrrachium, gran parte dell'equipaggiamento si era usurato o era stato abbandonato. Al primo appello si era scoperto che risultavano assenti non meno di quattrocento soldati, su un totale di oltre quattromila. Ci nonostante la legione era stata fatta avanzare per dare il suo contributo alla difesa dell'istmo.
Le Bianche Scogliere erano un pessimo punto dove piazzare il campo. Gli alleati del regno di Pergamo avevano gi occupato l'unica area pianeggiante, nel punto in cui le scogliere si allontanavano di pi dal golfo Saronico. Le tende della legione erano quasi affastellate l'una sull'altra ai lati della strada che congiungeva il mare e la massa montuosa. Allestire un accampamento regolare era impossibile: non c'era abbastanza terreno per scavare una trincea, n per erigere un bastione. Una palizzata di fortuna venne eretta legando dei pali appuntiti a gruppi di tre, ma poggiava sulla nuda roccia ed era molto facile da rimuovere. I tiranti delle tende erano debolmente assicurati a mucchi di pietre. Non potendo scavare latrine, gli uomini dovevano arrangiarsi a liberare le interiora direttamente in acqua. Faceva caldo, e a causa della quasi totale assenza di marea l'acqua puzzava. Se fossero rimasti a lungo, di certo si sarebbe diffusa qualche malattia. Le Bianche Scogliere erano proprio una matrigna di campo.
Che intendeva Metello riguardo alla Spagna?. Paolo era seduto insieme ad Alcimo e a Tazio. Per allontanarsi dal baccano e dal fetore del campo, avevano risalito la scogliera fino a una roccia sporgente.
Non ne ho idea, sbadigli Alcimo. Se non fosse stato cos legato ai suoi amici, con ogni probabilit se ne sarebbe rimasto all'ombra della tenda insieme ai tre sabini superstiti, per i quali ogni momento libero era buono per sonnecchiare. Da svegli, erano uomini di pochissime parole.
Ma quando mai hai avuto idea di qualcosa, mio piccolo bifolco?. A Tazio piaceva interpretare il ruolo del cittadino esperto in ogni materia. Qualche anno fa, quando Mummio era pretore, guid undicimila uomini nel profondo ovest per portare guerra ai lusitani. Caddero in un'imboscata, e se ne salvarono soltanto cinquemila.
Ma avevo sentito che Mummio fu premiato con il trionfo, disse Paolo.
Era solo l'ultima di una serie di sconfitte in Spagna. Il popolo di Roma aveva bisogno di buone notizie. Quando Mummio riusc a massacrare un'unit di incursione lusitana in Africa, oltre lo stretto, gli fu conferito il trionfo.
Quindi Metello aveva ragione, disse Paolo. Mummio si  preso un grosso rischio mandando via i suoi uomini e confidando soltanto negli alleati per mantenere il controllo dell'istmo fino all'arrivo del resto dell'esercito.
Niente affatto, amico mio. Mi chiedo che fareste voi due senza di me!. Le labbra delicate di Tazio si inarcarono in un sorriso di scherno. Gli achei hanno perso i loro uomini migliori a Scarpheia. Oltre mille prigionieri sono stati catturati vivi. Nessuno ha pi visto il generale Critolao - c' chi dice sia annegato nelle paludi. Altri mille sono stati uccisi a Cheronea. Quando Dieo ha ripreso il comando, il suo esercito era ormai a brandelli.
Quindi non c' alcuna minaccia immediata?, disse Paolo.
Se non altro, a differenza di Alcimo, tu impari in fretta. Tazio si stava godendo quella manifestazione di superiore cultura. Dieo ha riportato i sopravvissuti all'istmo, e per rafforzare le truppe ha richiamato la guarnigione che era a Megara. Ma ha dovuto praticamente ricostruire l'esercito. Ha ordinato a tutti gli achei liberi in et militare di presentarsi a Corinto, e a tutte le citt della lega di liberare e armare dodicimila schiavi. Per finanziare l'operazione, ha riscosso denaro da tutti, donne comprese. Le operazioni hanno richiesto un certo tempo.
Ma ora?
Ora le cose potrebbero essere cambiate. Tazio fece un'alzata di spalle. Sosicrate, l'acheo grazie al quale siamo usciti vivi da Corinto,  stato torturato a morte da Dieo come traditore.
Poveraccio, disse Alcimo.
Potrebbe non essere una passeggiata. Tazio si scur in volto, ma torn a rallegrarsi un attimo dopo. Ma Mummio se la caver. Alla fine ha avuto la meglio sui lusitani, e ci voleva coraggio per opporsi a Metello.
Neanche tanto, intervenne Alcimo.
La tua ignoranza  sublime, fratello, sghignazz Tazio. I Cecilii Metelli sono tra le famiglie pi influenti della nobilt romana. Il padre di Mummio era un semplice pretore. Lui  stato il primo della sua stirpe ad arrivare in senato. Ci vuole un bel coraggio a farsi nemico Metello. Se Mummio non sconfigge gli achei - se non li annienta - la sua carriera politica  finita.
Dev'essere bellissimo conoscere tutte queste cose, disse Paolo in tono sarcastico. Essere nato e cresciuto a Roma e sapere tutto di tutti.
Tazio guard l'orizzonte. Non sono nato a Roma.
Gli altri due restarono in attesa.
Mio padre aveva una fattoria nelle colline di Albano. Niente di che, ma era nostra da generazioni. Quando tornai dalla guerra contro i galli, era sparita.
Sparita?
Mio padre era stato scacciato dagli scagnozzi di una delle propriet pi grandi. Gli pagarono solo una piccola parte di quanto valeva la fattoria.
Paolo e Alcimo non dissero nulla.
Ho giurato a me stesso che ne avrei comprato un'altra. Tazio torn a fissare i suoi compagni. Ed  per questo che combatter come un demone. L'oro di Corinto mi frutter quel terreno, e niente, niente potr fermarmi.
Fu il silenzio a svegliare Paolo.
Durante la notte ogni cambio della guardia era scandito da squilli di trombe. Era una certezza rassicurante: anche nel sonno, i legionari potevano avere la conferma che andava tutto bene.
Doveva essere ormai la terza vigilia, ma non si erano sentite trombe.
Gli altri dormivano ancora. Uno dei sabini russava profondamente. Paolo si tolse la coperta di dosso, con le spalle e i fianchi indolenziti per il terreno duro. Pass sopra i compagni, attento a non disturbarli.
Fuori c'era un bel fresco, rispetto all'aria viziata della tenda. La brezza portava un odore di timo dalle colline, allontanando verso il mare la puzza dell'accampamento.
Non c'era la luna, ma una figura solitaria, con l'elmo in testa, se ne stava in piedi alla luce delle stelle.
Qualcosa non va, disse Nevio.
Rimasero in ascolto, in silenzio. Riuscivano a cogliere solo il rumore del vento.
Non sento nulla, comment Paolo dopo un po'.
 proprio questo che non va. Sveglia i tuoi compagni di tenda. Scudi, spade ed elmi, non c' tempo per le armature. Niente giavellotti, sar una lotta corpo a corpo. Il centurione si volt di spalle.
Paolo torn nella tenda e raccolse la cintura e la spada. Sveglia! Il nemico  nel campo!.
Allacciandosi la cintura, torn all'esterno e afferr uno scudo dalla pila. Non era il suo, ma non aveva importanza. Alle sue spalle, Tazio imprecava senza sosta.
Trombettiere!. L'urlo rimbomb nel silenzio della notte.
Un uomo si trascin fuori da una tenda vicina.
Da' l'allarme. Nevio era calmo, come se si trattasse solo dell'ennesima esercitazione.
Presto altri legionari si svegliarono, tra mille lamenti.
Il trombettiere si schiar la gola, fece un lungo respiro e si port alle labbra lo strumento.
La nota metallica risuon contro la facciata della scogliera. Tra colpi di tosse e sbadigli, gli uomini si riversarono fuori dalle tende, ancora instupiditi dal sonno.
Nevio procedeva a grandi falcate, ruggendo ordini. Manipolo, otto file, ordine stretto, rivolti a sud! Spade e scudi, nient'altro. Datevi una cazzo di mossa! Non abbiamo tutta la notte!.
Non c'era uno spazio aperto in cui formare le file. I legionari inciampavano sulle tende, le scalciavano via, calpestavano i bagagli dei propri compagni. Barcollavano su fuochi spenti, sollevando una nebbiolina di ceneri sottili. Gli scudi di legno e pelle battevano tra loro, e piccole pietre rotolavano verso il mare, smosse dagli stivali. In tutto questo, Nevio continuava a berciare istruzioni. Il baccano copriva qualunque suono venisse da pi di qualche passo di distanza.
I greci emersero dalle tenebre in silenzio. Erano centinaia, e arrivavano rapidi, come un'enorme onda. Paolo sollev lo scudo. I greci non avevano armi in mano.
Quelli di Pergamo stanno fuggendo, url qualcuno.
Ma certo che fuggono, url Nevio, i nostri alleati di Pergamo sono dei maledetti greci. Preparatevi ad affrontare qualunque cosa li stia inseguendo!.
I fuggitivi si infilarono negli spazi vuoti della linea difensiva che si stava formando, aprendosi varchi a spallate contro i romani. In preda al panico, uno di loro and a schiantarsi dritto contro lo scudo di un legionario, ed entrambi gli uomini finirono a terra. Con la coda dell'occhio, Paolo vide che anche alcuni dei romani gettavano le armi e si voltavano per fuggire.
Mantenete la posizione, bastardi di merda!.
Non tutti obbedirono.
Cos come erano comparsi, i fuggitivi sparirono. Si sentiva in lontananza il caos che generavano attraversando il campo e calpestando le tende, come una marea in ritirata.
Ricostituite la linea!. Nevio si muoveva a grandi passi davanti ai legionari.
Ma non c'era pi tempo. Gli achei avanzavano a passo di carica. Stringevano spade curve e pesanti, del tipo greco. I loro lineamenti erano nascosti da elmi di bronzo e scudi argentati, e il metallo brillava alla luce fioca. Non si trattava di schiavi liberati, pens Paolo. Non tutti i migliori achei erano morti a Scarpheia, evidentemente.
Formate la linea!.
Ma i legionari non seguirono gli ordini. Al contrario, ognuno si strinse istintivamente verso il riparo offerto dallo scudo del vicino. Il manipolo si framment in piccoli gruppi, troppo accalcati per poter usare le spade con efficacia.
Tre achei si lanciarono contro il centurione, che era rimasto isolato. Nevio blocc il primo colpo con il suo bastone di vite. Il legno assorb la violenza dell'urto, ma ne usc tranciato e inutilizzabile. Sguainando la spada, Nevio gir su s stesso e devi l'affondo successivo. Ma il terzo arriv da dietro: l'acciaio punt alla sua nuca, sbattendo contro l'elmo. Nevio croll come un albero abbattuto.
Seguendo l'istinto, Paolo si lanci in avanti. Il soldato greco che aveva abbattuto Nevio gli dava le spalle. Un fendente netto dall'alto verso il basso sulla sua coscia, e l'uomo cadde a terra urlando. Quello sulla destra si avvent contro Paolo con un colpo diretto al volto. Paolo segu alla lettera ci che aveva imparato durante l'addestramento: contrast la lama con la parte alta della sua spada, ruot il polso e costrinse l'avversario ad aprire la guardia. Alla cieca, spinse lo scudo in direzione dell'altro. Non sapeva neppure cosa avesse colpito, ma l'impatto si riverber per tutto il suo braccio sinistro, facendolo barcollare di fianco.
In equilibrio precario, Paolo riusc in qualche modo a opporre la lama all'attacco successivo. L'uomo alla sua destra era tenace, assetato di sangue. Paolo non vide il colpo che arriv da sinistra, tagliando via un pezzo del suo scudo e costringendolo ad appoggiare un ginocchio a terra. Vide davanti a s Nevio che riprendeva i sensi. Al di sopra del centurione, un altro acheo, con le gambe divaricate e lo scudo dietro la schiena, si preparava a dargli il colpo di grazia.
Curvo dietro il suo scudo, Paolo si lanci contro l'acheo a sinistra. Spingendo con le gambe lo costrinse a indietreggiare. Alla fine il suo avversario inciamp e cadde. Paolo ruot il busto giusto in tempo per deviare un fendente da dietro, e lo slancio fece rotolare l'acheo alle sue spalle. Con un urlo sconnesso, un misto di rabbia e paura, punt all'uomo che stava sopra Nevio.
Uno sguardo di terrore si disegn negli occhi dell'acheo, mentre teneva la spada alta sulla testa e il petto esposto. Un attimo prima era sul punto di eliminare un nemico indifeso, e ora vedeva avanzare una furia urlante verso di lui. Incapace di adattarsi al volgersi del Fato, l'acheo si immobilizz. Con tutto il suo peso, Paolo spinse la lama attraverso l'armatura di lino che proteggeva il petto dell'uomo. Sent la punta che graffiava le costole e poi affondava negli organi vitali.
Paolo spinse via l'uomo ferito a morte. Mentre estraeva la spada dal suo torace, sent un orribile rumore di risucchio, e subito dopo il sangue sgorg caldo sulla sua mano. Scavalc il centurione, che ora stava provando a sollevarsi su mani e ginocchia.
Resta gi, ordin Paolo. Non aveva idea se Nevio l'avesse sentito.
Il frastuono della battaglia giungeva da ogni lato, rimbalzando sulla scogliera. Alcuni uomini si stavano avvicinando a Paolo da dietro. Lui si volt, accovacciandosi in posizione d'attacco. Erano Alcimo e Tazio. Alle loro spalle, i sabini stavano finendo i due achei. Solo uno era armato di spada, mentre l'altro portava a termine la carneficina con la pala da trincea.
Si ritrovarono nella calma dell'occhio del ciclone. Gli achei - preferendo la comodit di fare a fette gli avversari che scappavano e offrivano le loro schiene indifese - si abbattevano sul campo come un'ondata di piena. E proprio come la marea si lasciavano dei detriti alle spalle: corpi straziati, urla dei feriti, armi distrutte e gettate via. In mezzo alla devastazione, i piccoli gruppi di legionari che avevano lottato e si erano opposti all'ondata emergevano come scogli battuti dalla tempesta.
Paolo rabbrivid nel freddo della notte, mentre il sudore si asciugava. Chiam i gruppi pi vicini a unirsi a lui e ai suoi amici. Frastornati dall'improvvisa violenza, erano tutti grati di poter seguire una guida. Una a una, le piccole bande di sopravvissuti insanguinati e stremati ubbidirono.
Quando ebbe raccolto una ventina di uomini, Paolo diede ordine di formare una testudo. Difendere su ogni lato, potrebbe non essere finita.
Comparve un legionario con lo stendardo di un manipolo in mano. Il vessillifero originale era morto, ma la presenza dell'insegna sollev il morale dei soldati.
Nevio era riuscito a mettersi a sedere. Aveva bisogno di aiuto per rimuovere l'elmo ammaccato. Quando riuscirono a sfilarglielo, videro che aveva i capelli intrisi di sangue.
Dovremmo addossarci alla parete rocciosa, in modo che non possano circondarci, disse Paolo.
Nevio prov ad alzarsi in piedi, ma croll di nuovo. Non era ancora riuscito a parlare. Paolo ordin a due sabini di sollevarlo, compito che fu eseguito con facilit da quelle braccia robuste, abituate a maneggiare il bestiame. Tutti insieme si portarono contro la scogliera, trascinandosi lenti come degli anziani.
Quando raggiunsero quella sicurezza illusoria, alcuni mollarono lo scudo e si sedettero a terra, con la testa tra le mani. Sollevati di essere ancora vivi, gli uomini presero a chiacchierare, perfino a ridere tra loro.
Silenzio tra i ranghi!.
Abituati a ubbidire, i legionari si zittirono all'ordine di Paolo. Tenete le armi in pugno. Due uomini per ogni tenda, andate a raccogliere armatura e giavellotti dei vostri compagni.
Tazio e Alcimo raggiunsero ci che restava della loro tenda.
Da nord arrivava ancora l'eco della battaglia che imperversava imperterrita.
Non tutto l'equipaggiamento fu rinvenuto tra i resti del campo. Chi riusc a trovare un'armatura fu assegnato alle prime file.
Cazzo, disse Tazio, ne arrivano altri!.
I nuovi arrivati erano fanti leggeri. Senza armatura e dotati soltanto di archi o fionde, si mossero furtivamente attraverso il valico, studiando le mosse dei romani come animali spazzini che osservano un gregge di pecore. Non erano in cerca di uno scontro, miravano solo al bottino.
Forse ce la caviamo cos, mormor Tazio.
Non aveva ancora finito di parlare che arriv un ufficiale. In sella a un bellissimo baio, risplendente in maniera sinistra in mezzo al massacro, inizi a urlare ordini. Senza grande entusiasmo, i suoi soldati lo seguirono.
Serrate i ranghi, ragazzi, disse Paolo. Assicuratevi che gli scudi siano accavallati.
La prima raffica non ebbe effetto. Alcune frecce e proiettili di fionda picchiarono contro la siepe di scudi, ma la maggior parte manc il bersaglio, cadendo troppo avanti o troppo indietro, sulle rocce della scogliera. Le truppe leggere non intendevano avvicinarsi troppo, e l'oscurit confondeva le distanze, rendendo difficile prendere la mira.
Furioso con i suoi, l'ufficiale acheo li spinse un po' pi avanti, come un cacciatore che frusta i suoi cani.
La raffica successiva and a segno. I proiettili sferragliarono sugli scudi serrati come grandine sui tetti. Un legionario url di dolore, colpito da una freccia che aveva trovato un varco. Fu portato al centro della formazione, e un altro soldato prese il suo posto.
Possiamo avanzare verso quei bastardi e farli arretrare, grid una voce. Ci fu un mormorio di assenso.
Nessuno si muova!, ordin Paolo. Il primo che abbandona la linea, lo uccido con le mie mani.
Chi saresti tu per dare ordini?
Fate come dice Paolo, o ne risponderete a me. Nevio era riuscito ad alzarsi in piedi. Se ci spostiamo da qui ci abbatteranno uno a uno.
Arriv la terza raffica, e un altro legionario fu colpito.
Tenete in alto quegli scudi, url Nevio. Manca poco all'alba, e presto saranno a corto di frecce.
La sua previsione era accurata solo in parte: presto la pioggia di frecce cess, ma nel valico c'erano pietre in abbondanza, e gli arcieri iniziarono a raccoglierle per passarle ai compagni armati di fionda.
Il tempo sembrava non passare mai, mentre i romani si accovacciavano per bendare i feriti, resistendo al tormento infinito.
All'alba arriveranno i rinforzi, promise Nevio. Resistete, mantenete la disciplina, manca poco.
Il centurione si teneva in piedi a fatica. Appoggiandosi a Paolo, gli sussurr all'orecchio: Vuoi fregarmi il posto, ragazzo?.
Paolo lanci un'occhiata al volto insanguinato del centurione, troppo stanco per rispondere.
Nevio strinse la spalla di Paolo, sorridendo. Ti sei comportato bene, mi hai salvato la vita. Ti daranno la corona civica. Sempre che ne usciamo vivi.
Forse passarono due ore, forse tre - chi poteva dirlo? - prima che si alzassero i primi squilli di tromba. Paolo arrischi una veloce sbirciata tra gli scudi serrati e vide che le stelle stavano scomparendo e una luce madreperlacea inondava il cielo a est.
I lanci di proiettili, che gi erano diminuiti, cessarono del tutto.
Tutti i legionari azzardarono una cauta occhiata: i nemici si ritiravano verso sud, e non c'era traccia dell'audace ufficiale acheo. Un buon cavallo si rivelava spesso un bene inestimabile, in battaglia.
Alla luce dell'alba, l'entit dei danni al campo risult pienamente visibile. Rimanevano soltanto morti e feriti troppo gravi per muoversi. Un rumore simile a un tuono arriv da nord.
Come una mandria di animali messa in fuga da un predatore, comparve la fanteria pesante achea. Battevano in ritirata, qualunque ordine era saltato. Dalle loro spalle arriv il suono inebriante di trombe e grida di guerra. Ed erano le trombe e le grida delle legioni di Roma.
...
.
...
Capitolo 17.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Settembre era un mese impegnativo per chi possedeva una fattoria. Paolo aveva concimato i solchi attorno alle viti nel campo terrazzato. Per avere un po' di pace, aveva ordinato a Eutyche di raccogliere le foglie dai filari di querce e faggi lungo la strada in basso. Non era un compito impellente, dato che tutto il lavoro autunnale era sotto controllo. Paolo avrebbe potuto restarsene in casa, con il pretesto di sentire ancora dolore al braccio destro in seguito alla caduta da cavallo alla Roccia di Sangue. Non sarebbe stata altro che una scusa, poich il braccio non gli dava pi fastidio, ma avrebbe comunque potuto mandarci il suo schiavo, sulla collina terrazzata. Tuttavia sua madre aveva trovato un'altra candidata idonea, la figlia di un proprietario locale, e non smetteva un attimo di decantarne le lodi come possibile moglie. Se non altro, presto le mele sarebbero maturate e avrebbe potuto finalmente starsene un po' da solo nel frutteto, con l'unica compagnia di una scala e qualche cesta.
Paolo era ancora immerso nel lavoro, concentrato a spalare la disgustosa mistura di cenere, paglia e liquame dalle stalle, quando era arrivato il messaggero con una convocazione. Dopo essersi lavato al pozzo e aver indossato una tunica pulita, Paolo aveva seguito il ragazzo gi a Temesa, per poi unirsi agli altri uomini diretti sulle colline sopra Clampetia.
Era singolare la fretta con cui era stato rinvenuto il corpo. La moglie e la figlia di Irzio non dovevano tornare a casa prima della fine della festa di Minerva, due giorni dopo. A quanto pareva, uno degli schiavi di Fidubio si era imbattuto nel cadavere mentre svolgeva una commissione nei boschi vicini, di propriet di Urso. Paolo non sapeva che Fidubio avesse terreni in quella zona, ma non importava poi tanto: i ricchi sono sempre pronti ad arraffare ogni fazzoletto di terra si presenti sul mercato.
Eccoci arrivati, signori. Lo schiavo aveva un tono inappropriato, come se avesse condotto una comitiva di viaggiatori assetati a un banchetto rinfrescante, e non a un simile orrore.
Gran parte del gruppo rest qualche passo indietro. Paolo si avvicin, insieme a Fidubio e Urso.
Il piccolo fal fumava ancora, la pece nel calderone era calda.
Stavolta il cadavere non era stato denudato, eppure risultava, se possibile, ancora pi esposto, dal momento che la tunica era stata sollevata fin sotto le ascelle. Irzio era stato mutilato in misura minore rispetto a Iunio. Soltanto mani, piedi e pene erano stati amputati. L'assassino doveva aver pensato che il demone di Irzio sarebbe stato gi spaventato a sufficienza dalle orecchie e dal naso tappati con la pece, dalla lingua avvizzita e dagli occhi bruciati.
Chinandosi a esaminare i resti, Paolo non trov altre ferite a parte quella di una freccia, sulla schiena.
L'ha ucciso una freccia, disse Urso.
Non prima che finisse nel calderone.
Paolo era d'accordo con Fidubio.
Potrebbe essere caduto nella pece, continu il sacerdote.
Ma poi  stato tirato fuori e mutilato. Il ragionamento di Fidubio era inoppugnabile.
Paolo si sollev e si allontan di qualche passo. Non era l'odore della pece a dargli la nausea, ma la puzza di carne bruciata. Gli riportava alla mente ricordi spiacevoli. Dopo l'incendio, avevano ricevuto l'ordine di abbattere le mura di Corinto e molti edifici bruciati, e l'aria era satura di un miasma simile a questo. Poi c'era stata la morte di Dieo, il generale acheo. Tutti pensieri che voleva soltanto scacciare via.
Paolo volse lo sguardo verso il mare. Da quella distanza, sembrava una tavola.
Alle sue spalle si discuteva su come comportarsi con il cadavere.
Il vento da sud-ovest portava l'odore di sale dall'acqua.
Fidubio proponeva di riportare Irzio a Temesa e consegnare le sue spoglie alla vedova. Date le condizioni del corpo, Urso pensava invece che sarebbe stato meglio cremarlo lass e poi affidare le ceneri alla famiglia.
Paolo chiuse gli occhi e inal il profumo rassicurante del mare. Era davvero stanco. Da quando era tornato dalla Sila, ogni notte le Benevole si erano accucciate intorno al suo letto. Dal giorno dell'agguato alla Roccia di Sangue, non aveva pi dormito se non a sprazzi. A ogni risveglio sentiva il respiro affannoso delle sorelle oscure, le figlie di Urano. La notte precedente, nelle ore pi buie, quando mente e membra sono pi affaticate, aveva pensato a Oreste. Esasperato dalle vecchie megere, il matricida si era staccato un dito a morsi. La sola cosa che impediva a Paolo di seguire il suo esempio era il fallimento di Oreste, che dal suo gesto aveva tratto soltanto un sollievo momentaneo.
Gli altri avevano raggiunto un accordo. Avrebbero riportato il corpo di Irzio a Temesa e l'avrebbero affidato ai becchini fuori dalle porte cittadine. La famiglia avrebbe deciso se vedere o meno il cadavere, e preparato il funerale.
Paolo riapr gli occhi. Le Furie erano implacabili, come cani che inseguono un cerbiatto ferito. Solo una situazione di pericolo mortale, o l'atto stesso di uccidere, sembravano tenerle lontane per un po'.
La festa di Minerva si svolse in un'atmosfera cupa. Non poteva essere altrimenti, dopo il rinvenimento dell'ultima vittima. I lavoratori di cui la dea era protettrice si erano fermati: carpentieri e ciabattini, maestri di scuola in mantelli logori, tintori e follatori. Questi ultimi, essendosi concessi una mattinata alle terme, per una volta non puzzavano di urina stantia. Ma Minerva proteggeva anche filatrici e tessitrici, e c'erano molte meno donne del solito. Gli uomini erano agitati, formavano e riformavano gruppetti e capannelli, parlando a voce bassa.
Gli obblighi verso gli di, in ogni caso, dovevano essere anteposti alle ansie dei mortali, e ancor pi alle paure delle donne. L'imponente processione in vesti bianche era partita dal tempio della Triade Capitolina nel foro, attraversando la citt e spingendosi fino al boschetto suburbano dedicato a Minerva. I sacrifici erano stati propizi. Le vittime avevano annuito con la testa quando erano state bagnate con l'acqua, quasi ad acconsentire al loro stesso destino. Le interiora non avevano mostrato nulla di infausto. Ora l'aria era intrisa di un piacevole profumo di carne arrostita, e il vino iniziava a scorrere. Era davvero un peccato che il santuario dell'Eroe di Temesa fosse in bella vista, dall'altra parte del fiume.
Paolo stava consumando il suo pasto sul tavolo rialzato, un diritto conferitogli dalla sua corona civica. Lollio era accanto a lui, in virt di nessun merito in particolare se non quello di essere il figlio di uno degli uomini pi ricchi della citt. Tutti sapevano benissimo cosa stava per accadere. Almeno Paolo si sentiva pi riposato, poich la notte precedente aveva dormito bene, senza essere disturbato dalle Benevole.
Non ci volle molto perch il vino infondesse coraggio alla folla di plebei. La delegazione che si avvicin al tavolo dei funzionari era capeggiata dall'imponente Roscio. Quello dell'oste non era certo il pi onorevole dei mestieri, ma Roscio era un cittadino romano, un discendente dei primi coloni, e aveva il pieno diritto di parlare a nome del popolo.
Sono tutti terrorizzati. L'oste and subito al punto. Hanno paura di uscire dalla citt, e non c' uomo o donna nelle fattorie e nei villaggi che riesca a chiudere occhio. I contadini abbandonano i campi e vengono qui a Temesa. Cosa pensate di fare per fermare queste uccisioni?.
Vibio si assunse l'onere di rispondere. I magistrati e il consiglio stanno organizzando una ronda notturna e inviando squadre armate nelle campagne.
Non servir a niente, proprio come non  servito a niente aver ripulito i boschi dai banditi. L'oste aveva bevuto abbastanza da abbandonare ogni traccia di rispetto verso i facoltosi funzionari. Le vostre squadre non possono essere ovunque, e un pugno di uomini armati non spaventeranno certo l'ombra di Polite.
Tra la folla corse un prudente mormorio di assenso.
Cosa volete che facciamo?. Spesso sulle labbra di Vibio si disegnava un mezzo sorriso, come se stesse deridendo la stupidit umana, ma in quel momento era serio, e la sua domanda sembrava sincera.
Arrestate quella vecchia strega di Kaido. L'ha evocato lei dal mare, l'Eroe di Temesa.
Era chiaro che l'idea non era estemporanea: gli uomini attorno a Roscio applaudirono con convinzione.
Non  stato l'Eroe a uccidere Irzio. Paolo fu costretto ad alzare la voce per farsi sentire.
E come fai tu a esserne cos sicuro?, chiese Roscio, pronto a dare battaglia. Eri presente?
Anche lui, come Iunio,  stato abbattuto da una freccia. E per sollevarlo nel calderone di pece bollente saranno state necessarie almeno due persone.
L'Eroe ha la forza di dieci uomini. L'oste, lungi dal trarre rassicurazione dalle parole di Paolo, sembrava ancora pi sicuro delle proprie. Dobbiamo fargli un'offerta, oppure le uccisioni continueranno.
Anche questa proposta era gi stata studiata, e un ruggito di approvazione si alz dalla folla.
Ridicolo!, intervenne Urso. Siamo romani, non greci superstiziosi o barbari. I romani non offrono vergini agli inferi.
Alcuni si spinsero fino a fischiare all'indirizzo del vecchio sacerdote.
Ma se Paolo ha ragione.... Fidubio lasci sfumare la sua voce. Il baccano si interruppe e tutti gli rivolsero attenzione. Se Paolo ha ragione, la ragazza passer la notte nel santuario senza che le sia torto un capello.
Un'offerta! Una vergine per l'Eroe!. All'orecchio attento di Paolo, il coro non sembr affatto spontaneo.
Dev'essere la vergine pi bella di Temesa. Il tono di Fidubio era cos calmo e ragionevole che sembrava stesse discutendo del prezzo del grano.
Minado, disse Lollio. La figlia del vecchio bruzio Dekis  la nubile pi bella della citt.
Paolo guard con orrore l'amico. Erano andati a caccia insieme a Dekis fin da bambini.
Minado! Minado!. La proposta fu accolta con maliziosa soddisfazione.
Che stai facendo, per Ade?, sibil Paolo a Lollio.
L'amico scroll le spalle. Non le succeder nulla. Si prender solo un bello spavento. Tu non credi alle vecchie storie da zitelle pi di quanto non faccia io.
Ma i bruzi ci credono, e ci odiano gi abbastanza senza tutto questo, rispose Paolo.
Chi se ne frega di cosa pensano?
Ti ha rifiutato, vero?.
Lollio sorrise. E pensare che la stronza avrebbe dovuto essere orgogliosa: avrebbe potuto aprire le gambe per la prima volta a un romano, invece che al puzzolente pastore bruzio che di sicuro sar costretta a sposare.
...
.
...
Capitolo 18.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Alcuni uomini non dovrebbero uccidere, e alcuni luoghi non dovrebbero mai vedere il sangue. I precetti degli di erano chiari, e trasgredirli era un sacrilegio. Alcuni sacerdoti, come il Flamen Dialis, devoto a Giove, non potevano toccare il ferro, o addirittura posare lo sguardo su uomini armati. Nelle aree sacre agli di non si doveva versare sangue, cos come in determinate feste. Quella di Minerva era una di queste. La prescrizione riguardante i sacerdoti era irrilevante, ma Paolo era pronto a infrangere le altre due. Considerando tutto il sangue di cui si era gi macchiato, di sicuro non avrebbe fatto alcuna differenza. Perlomeno la violenza a cui si sarebbe abbandonato quella notte gli avrebbe tolto dalle calcagna le Benevole, seppur per breve tempo.
C'era buio, c'era quiete, nella macchia di ulivi selvatici. I loro alti tronchi risplendevano di un argento opaco alla debole luce della luna. Paolo era completamente solo: i cittadini che avevano rinchiuso la ragazza nel tempio dell'Eroe erano andati via. Forse spaventati, o presi da una segreta vergogna per ci che avevano fatto, non erano rimasti ad aspettare, ma l'avevano lasciata in preda al suo destino, precipitandosi di nuovo gi per la collina e oltre il fiume, per rientrare in citt.
Paolo era andato con loro, assicurandosi che la sua presenza venisse notata, poi aveva rivolto ai compagni i doverosi saluti ed era tornato a casa. Dopo che tutti erano andati a letto, Paolo aveva indossato una tunica scura e si era armato. Tornando sui suoi passi, aveva recuperato anche la pala da trincea della legione e l'aveva agganciata alla cintura. Sarebbe potuta tornare utile, in vista di ci che stava per succedere. Dopo aver fatto cenno a Niger di restare a cuccia, era sgattaiolato via dalla fattoria. Arrivato al fiume, si era coperto faccia e membra di fango, poi aveva raggiunto gli alberi e si era scelto un punto d'osservazione nell'ombra pi fitta, preparandosi all'attesa. Preferiva entrare nel tempio nel cuore della notte, quando forse la ragazza avrebbe ceduto al sonno.
Una folata di vento risal la valle, passando tra i rami contorti e smuovendo le foglie gi cadute. Sulla superficie della pozza davanti alla fonte si disegnarono piccole onde. Da qualche parte sulle colline arriv l'ululato di un lupo, a cui rispose il cane di una delle propriet pi lontane. A ruota, altri cani si unirono al richiamo, che si diffuse da un punto all'altro dei cupi versanti della valle, arrivando fino alla foresta.
Rapido come era giunto, il vento cess. I cani smisero di latrare e torn il silenzio. L'acqua della pozza era di nuovo liscia come vetro nero. Nel terreno intorno erano impresse le tracce di un cervo, ma quella notte nessun animale si era avvicinato per bere.
Uccidere una persona in nome della religione era un atto degno di un barbaro. I tauri selvaggi del Mar Nero sacrificavano coloro che approdavano alle loro coste dopo un naufragio. I galli nelle foreste del Nord traevano presagi dagli spasimi di dolore delle loro vittime. Fino alla distruzione di Cartagine, appena l'anno prima, i suoi abitanti avevano dato in sacrificio i primogeniti al loro crudele dio.
A dire il vero anche i romani non erano privi di colpe. Una vergine vestale che infrangeva il voto di castit veniva sepolta viva. Certo, si poteva obiettare che si fosse cercata da sola quella morte terribile. Ma in tempi di crisi non era insolito che i sacerdoti di Roma annunciassero che gli di andavano propiziati con sacrifici umani. Due coppie composte da un uomo e una donna - i primi greci, i secondi galli - venivano sepolte vive, per nessun'altra colpa se non quella di appartenere a un popolo diverso.
Senza essere particolarmente turbato da questi pensieri, Paolo si alz in piedi. Era quasi l'ora pi buia della notte. Tempo di agire. Non sentiva alcun rumore da parecchio, quindi era piuttosto sicuro che non ci fosse nessun altro tra gli alberi: n tra quelli fuori dal muro perimetrale n tra quelli all'interno. Scivol piano lungo la discesa, restando nell'ombra e facendo attenzione a dove poggiava i piedi. I suoi stivali di pelle morbida non facevano alcun rumore. Sotto il mantello non aveva altro che la tunica e la cintura per la spada. Affinch non sferragliassero tra loro o riflettessero la luce, aveva rimosso ogni ornamento metallico dalla cintura. Perfino il suo portafortuna a forma di theta.
Il muro esterno del santuario non era alto, essendo stato eretto pi per separare il terreno sacro da quello profano che per costituire un'effettiva barriera fisica. Paolo si sollev in cima, rest l per un attimo e poi si lasci cadere all'interno. Accovacciandosi, rimase in attesa di qualche rumore. Solo il richiamo di un cervo si sollev in lontananza, ma intorno a lui tutto era avvolto nel silenzio.
Si aggir come un fantasma tra gli alberi fino a raggiungere l'enorme e antico ulivo che ricordava dalla sua infanzia. Vecchio di centinaia di anni, forse pi dello stesso tempio arcaico, l'albero sovrastava il tetto dell'edificio. Paolo si sfil il mantello, che sarebbe stato soltanto un ostacolo, lo ripieg e se lo infil nella cintura.
L'arrampicata non si rivel pi difficile rispetto a tanti anni prima. In cima, per, il discorso cambiava. Da bambino pesava molto di meno. Il grosso ramo che si estendeva fin quasi a toccare il tetto del tempio scricchiol. Non aveva paura delle altezze, ma in quel momento cap che se si fosse fermato non sarebbe pi riuscito ad avanzare di nuovo. Mentre scattava lungo il ramo come una scimmia, si sent uno schiocco netto. Il legno oscill paurosamente e inizi a curvarsi. Prima ancora di arrivare alla fine del ramo, Paolo si lanci verso il tetto.
Atterr sulle tegole chinandosi sulle ginocchia. La pendenza del tetto non era eccessiva, ma fu sufficiente a farlo scivolare. Il vuoto nero si apriva davanti a lui, e una caduta da quell'altezza gli avrebbe spezzato le ossa come tanti rametti secchi. Alla fine riusc a puntare gli stivali contro la grondaia e a fermarsi. Rest l disteso, con le braccia e le gambe divaricate, in attesa che il suo cuore smettesse di martellare in preda al panico.
Comportati da uomo! Per un attimo si chiese se non se lo fosse detto ad alta voce.
Non aveva fatto troppo rumore, ma nel silenzio assoluto della notte chiunque all'interno del tempio avrebbe sentito l'impatto. Non si poteva fare altrimenti: Urso aveva serrato entrambe le porte, e sfondarle avrebbe prodotto tanto baccano da risvegliare i morti.
Un po' pi calmo, Paolo si mosse come un granchio lungo il tetto. A ogni passo si aspettava che la grondaia cedesse. In tal caso non avrebbe potuto aggrapparsi a niente, e il volo a terra non sarebbe stato breve. Era difficile credere che da bambino si fosse esposto con tanta naturalezza a un rischio del genere. Ci mise un'eternit, o cos gli parve, ma alla fine raggiunse il parapetto. Si concesse un profondo sospiro di sollievo, ma non c'era tempo per fermarsi a riflettere sul pericolo scampato. Poggiandosi alla solida pietra, si arrampic fino alla sommit del tempio.
La botola era dove la ricordava. Era chiusa, ma il legno intorno al chiavistello era vecchio e marcio. Non c'era bisogno della pala, sarebbe bastato il pugnale. Il legno morbido venne via a pezzi, e fu un gioco da ragazzi far leva sul chiavistello con la lama per aprirlo.
I cardini della botola scricchiolarono pi di quanto Paolo sperasse. Si immobilizz, in attesa, ma non sent alcun rumore. Solo il silenzio della notte rimbombava nelle sue orecchie.
Dei ripidi gradini di pietra scendevano a spirale. I primi erano appena visibili, ma quelli subito dopo sprofondavano nell'oscurit. Paolo rinfoder il pugnale e inizi a scendere. Ben presto fu avvolto dal buio pi totale. Allarg le braccia a toccare entrambe le pareti e and avanti tastando con il piede ogni gradino successivo. C'era qualcosa di primordiale nella paura che gli ispirava la discesa cieca nelle tenebre. Si muoveva in maniera maldestra, con i muscoli tesi che sembravano percepire il terrore nell'aria. A volte la punizione divina non era un deterrente abbastanza valido per chi intendeva rubare le offerte in un tempio, e c'erano storie di sacerdoti che posizionavano trappole, come una buca nascosta o un gradino mancante. Il vecchio Urso non ne sarebbe forse stato capace? Tuttavia c'era ben poco da proteggere, nel santuario dell'Eroe di Temesa. Paolo si costrinse ad andare avanti.
Il concetto di tempo e quella di distanza persero ogni significato. La lenta discesa, gradino dopo gradino, sembrava non avere mai fine. L'aria era fredda e umida, e puzzava di polvere e topi. All'improvviso Paolo inciamp, cadendo all'indietro e battendo la schiena sui gradini. Allungando il piede, cap che la scalinata era finita. Era finalmente arrivato a terra, ma in qualche modo l'ambiente era ancora pi spaventoso di prima. Dovette sforzarsi per abbandonare la sicurezza offerta dai solidi gradini. Con una mano protesa nel buio e l'altra ancora appoggiata al muro, avanz lentamente, quasi aspettandosi che il pavimento si aprisse sotto i suoi piedi.
Quando tocc con la mano una tavola di legno, indietreggi come se avesse sfiorato una vipera. Comportati da uomo. Stavolta era sicuro di non averlo detto ad alta voce. Come un cieco, tast la porta finch non trov il pomello. Prov a ruotarlo, ma scopr senza sorprendersi troppo che era bloccato. Saggiando i cardini cap che la porta si apriva verso di lui, e a differenza della botola era fatta di legno solido.
Paolo si congratul con s stesso per aver pensato di portare la pala. Una piccola soddisfazione che bast a calmarlo. Aiutandosi con le dita, fece scivolare l'acciaio nella fessura tra la serratura e lo stipite. Ancora una volta era l'artefice del suo destino. Forzare la porta avrebbe generato parecchio rumore: impossibile che la ragazza non capisse che stava arrivando qualcuno. Ma in ogni caso non avrebbe potuto nascondersi n fuggire da nessuna parte.
Usando la pala come un piede di porco, stratton con tutta la forza che aveva. Lo stipite si scheggi e, al secondo tentativo, la porta si apr verso di lui. Il rumore riecheggi per tutto l'edificio. Paolo attese che tornasse il silenzio. Rest in ascolto, ma non sent nulla. Riponendo la pala, impugn la spada. Forse era arrivato troppo tardi.
Le finestre in alto, sotto il tetto, lasciavano entrare la luce della luna. Provenendo dalla scalinata buia, l'atrio del tempio gli sembr illuminato a giorno, sebbene le ombre fossero pi nere della notte. Sui quattro lati correvano larghe colonne che arrivavano alle travi del soffitto, creando dei corridoi lungo le pareti, dalle quali pendevano le offerte, soprattutto armi e antiche armature. Per il resto lo spazio era vuoto, tranne che per alcune statue. Al centro si trovava quella dell'Eroe, pi grande di un uomo. Tra le colonne ce n'erano poi alcune pi piccole in marmo, raffiguranti figure mitiche come il pugile che aveva scacciato l'Eroe nelle profondit del mare.
Accanto all'enorme porta principale, altri gradini. Il corridoio sembrava vuoto, e Paolo non riusciva a scorgere nessuno nell'atrio centrale. Percorse in entrambi i sensi i corridoi laterali. Immaginando che la ragazza si fosse rintanata nel deposito, si avvi verso il retro del tempio passando accanto alla statua dell'Eroe.
Come immaginava, la porta interna non era chiusa. La spalanc e arretr di un passo. La piccola stanza non aveva finestre. Si ferm per permettere agli occhi di abituarsi all'oscurit. Il deposito era pieno di offerte: non solo statue nascoste ai fedeli, ma ogni tipo di oggetti, i pi piccoli dei quali erano ammucchiati l'uno sull'altro un po' ovunque nella stanzetta. La ragazza doveva essersi nascosta dietro una delle pile.
Minado. Nel silenzio che regnava indisturbato, Paolo non aveva bisogno di alzare la voce.
Non ci fu risposta.
Vieni fuori, disse Paolo. Non abbiamo tempo per scherzare.
Di nuovo, solo silenzio.
Paolo raschi il muro con la spada.
Quando il suono fastidioso si smorz, arriv un rumore debolissimo dalla porta sul retro. Paolo si avvi in quella direzione. Un movimento improvviso nell'aria lo mise in allerta. Balz all'indietro, finendo su una pila di anfore. Una si ruppe e rovesci il suo contenuto sul pavimento. Recuperando l'equilibrio, vide la vecchia lama che la ragazza impugnava. Il suo fendente non aveva mancato di molto il bersaglio.
No!. Paolo arretr, calpestando i frammenti dell'anfora.
Con gli occhi spalancati di terrore che risplendevano bianchissimi nella luce fioca, la ragazza avanz verso di lui.
Minado, abbassa la spada.
Ma lei non parve ascoltarlo, raccogliendosi per sferrare un altro colpo.
Paolo si lanci all'indietro, a passi rapidi. Ferma! Non sono qui per farti del male.
Allora perch hai una spada in mano?
Ora la metto gi. Con movimenti lenti e studiati, come se avesse davanti un cavallo infuriato, Paolo si chin, poggi a terra la spada e torn a rialzarsi.
La ragazza non si mosse, ma tenne salda la sua arma.
Sono qui per proteggerti.
Con la pelle annerita come quella dell'Eroe?
Non volevo che mi vedessero.
Chi?
Gli uomini che proveranno a ucciderti.
La punta della spada tremol, ma la ragazza mantenne il controllo. E chi sarebbero?
Non lo so.
Perch dovrei fidarmi di te?
Sai bene chi sono: Gaio Furio Paolo, un amico di tuo padre.
Tu paghi mio padre per fare il lavoro sporco, per rischiare la vita come esca per i predoni. Voi romani ci trattate come cani.
Devi fidarti di me. Chiunque stia cercando di far credere che l'Eroe sia tornato verr qui stanotte. Ti uccideranno, mutileranno il tuo corpo e faranno in modo che sembri opera di un demone.
Sei entrato nel tempio, disse lei in tono risoluto, per farmi scappare?
Non servirebbe a nulla. La gente direbbe che abbiamo privato l'Eroe della sua offerta. Io finirei in una cella e tu verresti riportata qui.
E quindi aspettiamo e basta?
Ci servono delle prove.
La ragazza sbuff come per deriderlo. Oppure ci uccideranno entrambi.
Il rischio c', disse Paolo, ma in questi ultimi due anni mi sono dimostrato alquanto difficile da uccidere.
Lei rest immobile, soppesando le sue opzioni. Alla fine fece un sospiro e abbass la spada, come se all'improvviso fosse diventata terribilmente pesante.
Dopo aver recuperato la sua arma, Paolo la guid fuori dal deposito, verso la scalinata. La ragazza sembrava essersi calmata, ora che aveva preso una decisione. Paolo le fece segno di sedersi nel punto in cui i gradini iniziavano ad avvolgersi a spirale. Lui avrebbe aspettato in basso, accanto alla porta. Minado aveva ancora la spada con s, ma Paolo dubitava che le sarebbe servita a molto, se gli assalitori fossero riusciti a superare lui.
Prima di appostarsi, Paolo si prepar alla prova. Ritrov la pala da trincea e la tenne salda in mano, poi si tolse il mantello e se lo avvolse intorno all'avambraccio sinistro, lasciandone penzolare una parte lunga un paio di piedi. Infine si mise a sedere nell'oscurit, poggiando la spada dietro di s. Ora non c'era nient'altro da fare che attendere.
Dalla luce che arrivava dalle finestre era difficile capire quanto tempo fosse gi trascorso. Probabilmente restavano ancora tre o quattro ore di buio. Paolo era sicuro che si sarebbero fatti vedere.
Si rese conto che, in mezzo a quelle tenebre e nella tensione del loro incontro, non aveva davvero guardato Minado. Il giorno prima, vedendola a distanza, gli era sembrata davvero bella come sosteneva Lollio. Quella notte era riuscito a scorgere soltanto i suoi occhi, che, malgrado il terrore, erano quelli di una donna coraggiosa e capace.
La statua dell'Eroe incombeva minacciosa al centro dell'atrio. Era raffigurato come un uomo, ma pi grosso e forte di qualsiasi essere umano. La pelle di un lupo circondava le sue spalle, e la testa della belva gli faceva da cappuccio. Non aveva armi, ma i muscoli tesi delle braccia e le dita affilate come artigli lasciavano pochi dubbi sulla sorte che sarebbe toccata a chiunque osasse affrontare l'Eroe di Temesa. L'iscrizione sul piedistallo non riportava il nome di Polite ma quello di Lykas, ovvero uomo-lupo.
I greci chiamavano i romani bestie ausonie: ausonie da un'antica denominazione dell'Italia, e bestie perch Romolo e Remo erano stati allattati da una lupa. I greci ci avevano visto giusto: i romani erano davvero dei lupi. Ma quanto fossero affamati e insaziabili, Paolo l'aveva imparato soltanto a Corinto. E forse nemmeno l, ma pi tardi, quando aveva assistito con orrore alla terribile morte del generale greco Dieo e aveva ascoltato le sue ultime parole.
Paolo pens ai lupi della Sila. Si muovevano tra gli alberi con il loro tipico passo pesante e felpato. Avevano le fauci aperte, i denti bianchi e lingue penzolanti del colore del sangue.
Una spinta. Paolo doveva essersi addormentato, e Minado gli aveva dato un colpetto sulla schiena con il piede. Grazie agli di! Nel tempio era entrata aria fresca, portando il profumo del mare, di erbe selvatiche, e i tanti odori della notte. Evidentemente, la porta sul retro del tempio era stata aperta. Erano arrivati.
Paolo strinse le dita attorno all'elsa della spada. Aveva i palmi sudati e il cuore che gli martellava contro le costole. Non era pi tempo di ripensamenti.
All'inizio non sent nessun rumore. Poi arrivarono suoni attutiti dal deposito, come se un uomo o due stessero cercando con cura la loro preda tra i cumuli di offerte. Non ci avrebbero messo molto a ispezionare tutta la stanza. Dopodich sarebbero arrivati al punto dove Paolo era in attesa. Avrebbe voluto sussurrare alla ragazza qualche parola rassicurante, ma era impossibile. Proprio come lui, Minado non poteva fare altro che combattere le proprie paure da sola, nelle tenebre.
Il suono secco di terracotta in frantumi e quello degli stivali che calpestavano i cocci a terra indicavano che gli uomini avevano raggiunto la porta interna. Da un momento all'altro sarebbero sbucati nell'atrio. Paolo si concesse un mezzo sorriso: le Benevole non l'avrebbero infastidito ora. Uccidi o fatti uccidere. Questo significava essere vivo, quando qualsiasi altro piacere era rovinato.
Un movimento accanto alla porta. Una figura indistinta si muoveva tra le colonne e le statue, allontanandosi verso destra. Nessun segno di altri uomini. La figura torn sui suoi passi e and a esaminare l'altro corridoio.
Forza, forza, la pregava in silenzio Paolo. La ragazza non pu essersi nascosta altrove, non farmi aspettare oltre.
La figura riemerse al centro dell'atrio. Camminava lentamente, ma dritta verso la scalinata. Sul pavimento si succedevano fasce d'ombra e di luce lunare, e l'uomo le attraversava una dopo l'altra. Era alto e possente, avvolto in una pelle di lupo: un piccolo simulacro della statua di Lykas, ma con in mano una falcata greca a lama larga.
Notando che la porta della scalinata era aperta, la figura si arrest.
Paolo rimase immobile, con il respiro corto. Gli arrivava l'odore selvatico della pelle di lupo, oltre a una leggera traccia di profumo.
L'uomo si avvicin con cautela al rettangolo nero della porta.
Non ancora, non ancora! Paolo soffocava un'impazienza alimentata dal terrore.
Le spalle larghe dell'uomo riempirono lo spazio tra gli stipiti.
In un unico movimento, Paolo si sollev e affond il colpo. Con un'agilit insospettabile per una figura cos massiccia, l'uomo-lupo si spost rapidamente evitando il colpo per un dito. Mentre Paolo rimbalzava all'indietro per tornare in posizione, il suo avversario tir un fendente dall'alto verso il basso. Nel clangore dello scontro di lame, Paolo riusc a deviare l'assalto. L'arma ricurva e pesante per poco non gli strapp la spada di mano. Spingendo con forza contro il petto dell'uomo con la mano libera, Paolo riusc a scansarlo.
Erano faccia a faccia ora, entrambi accovacciati ma ben saldi sui piedi. Paolo non riusciva a vedere il volto dell'uomo. La maschera da lupo era legata al di sotto del mento, lasciando scoperti solo gli occhi e il naso.
L'uomo agit la lama senza che Paolo notasse alcun movimento rivelatore: distratto dal travestimento, la sua reazione non fu pronta. Riusc ad arretrare solo all'ultimo istante, sentendo lo spostamento dell'aria e il fischio della spada appena sopra la sua testa.
Osserva la lama, osserva la lama!
Paolo prov un colpo rapido al volto, ma l'uomo sollev la spada per parare. Allora Paolo sferr un fendente diretto alla gamba sinistra, e l'avversario lo evit con un passo di lato. Al successivo tentativo di Paolo, verso l'inguine, l'uomo-lupo rispose opponendo goffamente la sua lama.
Era rapido e forte, di sicuro non nuovo alla violenza, ma evidentemente non allenato a combattere con la spada. Tuttavia era probabile che avesse un complice che non si era ancora mostrato, e Paolo pens che doveva porre fine a quel combattimento il prima possibile.
Come se gli avesse letto nel pensiero, l'uomo fece un passo indietro.
 pi difficile battersi con un uomo che trucidare una ragazza, lo provoc Paolo. E ancora di pi se sei un codardo.
L'uomo fece un altro passo indietro.
 piscio quella roba che ti cola tra le gambe?, continu a sfidarlo Paolo. Avresti fatto meglio a scappare.
Rapido come una saetta, l'uomo salt in avanti, sferrando un colpo potente diretto alla testa. Dopo aver bloccato la lama contro il taglio della propria spada, Paolo ruot il polso. Afferrando il gomito dell'avversario con la mano sinistra, lo colp con una ginocchiata all'avambraccio. L'uomo grid di dolore e la falcata gli cadde di mano, finendo sulle pietre del pavimento.
Disarmato e dolorante, non si era ancora arreso. Si lanci con le unghie contro il volto di Paolo, mancando di poco gli occhi e graffiandogli le guance. Paolo arretr e l'uomo ne approfitt per voltarsi e correre via.
Paolo lo insegu tra le colonne, nell'atrio, in ritardo solo di un paio di passi.
Qualcosa sfior il suo orecchio, e un attimo dopo Paolo riconobbe il sibilo di una freccia. Era una preda facile, l fuori. Si tuff su un lato accovacciandosi dietro una colonna, poi corse verso la porta della scalinata e si ripar all'interno.
Per un attimo si domand se la ragazza, che aveva ancora la sua spada, avrebbe capito che era lui, e non un aggressore. Ma invece di attaccarlo, Minado gli sussurr: Che facciamo ora?
Ascoltiamo.
Voci basse arrivavano dal deposito. Si trattava di due uomini, ma era impossibile distinguere qualche parola o un accento particolare.
Poi il silenzio.
I pensieri di Paolo lottavano tra loro: resta qui e fa' la guardia; oppure inseguili, nel buio non riusciranno mai a colpirti; no, sali sulla scalinata, le frecce non si muovono a spirale.
Il silenzio si prolungava.
Saliamo in cima!. Paolo non aspett di controllare se lei avesse sentito, ma inizi ad arrampicarsi su per i gradini. Risal la scalinata in cerchio come un ghiro in una giara, e arriv a scorgere una debole luce. Vide le gambe della ragazza scomparire attraverso la botola e si sollev anche lui all'esterno.
L'aria notturna era come il getto d'acqua di una fontana: fresca e quasi inebriante.
Paolo scrutava nel buio.
Eccoli!, indic lei.
Due figure si intravedevano tra gli ulivi selvatici. Una era grande e grossa, l'altra pi piccola e bassa. Stavano scappando sulle colline.
...
.
...
Capitolo 19.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
E se fossero tornati, portando con s altri complici? E se ce ne fossero stati gi altri, all'interno del tempio? Un terzo uomo - o chiss quanti, in realt - poteva essere rimasto nel deposito, e trovarsi in quel preciso momento in attesa nel buio in fondo alla scalinata.
Resta qui. Paolo sapeva cosa doveva fare, e non voleva che lei pensasse che fosse spaventato.
No, vengo anch'io.
Paolo non si oppose, perch una parte di lui si sentiva sollevata. La battaglia all'istmo di Corinto gli aveva insegnato quanto fosse difficile tornare alle armi. Solo lo spirito di cameratismo riusciva a convincere un soldato a mettere a rischio la propria vita una seconda volta. Minado era solo una ragazza, ma aveva una spada, e aveva gi dato prova quella notte del suo autocontrollo e del suo coraggio.
Paolo si avvi di nuovo gi per la spirale di gradini. Con una mano teneva la spada, con l'altra tastava il muro. A ogni passo controllava con il piede che davanti ci fosse un appoggio. Ancora una volta si sent oppresso dall'oscurit impenetrabile e dal peso dell'edificio stesso, che sembrava stringersi su di lui. Nutriva ancora l'irrazionale paura che la scala di pietra potesse cedere sotto i suoi stivali, e si aspettava di sentire da un istante all'altro il freddo morso di una lama invisibile.
L'unico rumore in tutto il tempio era quello dei loro passi furtivi. Se davvero ci fosse stato un altro nemico in attesa, avrebbe potuto sentire il loro arrivo con ampio anticipo.
Arrivarono finalmente alla base della scalinata. Alla luce sottile della luna che arrivava dalle alte finestre dell'atrio, non riuscirono a vedere nessuno acquattato per coglierli di sorpresa. Paolo si ferm a riprendere fiato. Nonostante il freddo, era completamente sudato.
E ora?, chiese lei, con un tono quasi impaziente.
Seguimi.
Percorsero le quattro pareti dell'atrio, assicurandosi che non ci fosse alcun nemico pronto ad aggredirli alle spalle. Poi si diressero al deposito.
Non c'era modo di evitare i cocci di terracotta sul pavimento dell'ingresso. Paolo scrut nella penombra. I mucchi di offerte sembravano cambiare posizione ogni volta che li osservava, e dietro ognuno di essi poteva nascondersi una persona.
Comportati da uomo, si incoraggi da solo. Non mostrarti codardo di fronte alla ragazza.
Resta qui, le ordin.
Stavolta lei non si oppose.
Entrando nella stanza non pot fare a meno di calpestare schegge e frammenti. La miriade di suoni rimbomb incredibilmente forte in quello spazio chiuso. Avanz in punta di piedi, pronto a saltare da una pila di offerte all'altra al primo movimento sospetto. Si muoveva tra i piccoli corridoi formati dai cumuli come Teseo nel labirinto. A differenza dell'eroe, per, Paolo non aveva alcun filo a guidarlo in quel dedalo buio e ristretto.
Alla fine fu sicuro che non ci fosse nessuno. Ora la porta sul retro non era pi chiusa a chiave.
Aiutami a spostare questo tavolo.
Posizionarono il pesante ostacolo contro la porta. Non avrebbe impedito l'ingresso a uomini particolarmente determinati, ma in quel caso avrebbe fatto comunque parecchio rumore.
E la porta principale?, chiese lei.
Attraversarono l'atrio e controllarono che fosse ancora chiusa. Era troppo distante per trascinare fin l qualche mobile pesante, quindi Paolo recuper dal deposito un'anfora, la mand in frantumi sul pavimento davanti alla porta e ne sparse i frammenti con il piede.
Senza dirsi una parola, si avvicinarono insieme alla statua dell'Eroe al centro della sala. Si sedettero poggiando la schiena contro il piedistallo. Da l potevano tenere d'occhio la porta d'ingresso.
Perch sei venuto?, disse Minado.
Il motivo vero era troppo confuso, forse anche troppo spaventoso: le Benevole mi braccano perch ho fatto una cosa orribile, e soltanto cos riesco a distoglierle dai miei passi per un po'. Pu darsi che anch'io abbia preso gusto a uccidere, come quegli uomini vestiti di pelli di lupo.
Era la cosa giusta, disse Paolo.
Lei sembr accettare la risposta. Non sei come gli altri romani.
Voi bruzi ci odiate.
Ovvio. Parlava senza rancore, come se stesse spiegando un concetto chiarissimo a un bambino. Avete massacrato i nostri nonni e rubato i nostri terreni migliori. Ancora oggi non siamo cittadini nella nostra stessa terra. I nostri uomini sono costretti a fare gli schiavi al seguito delle legioni che mandate in giro per il mondo per portare rovina su altri popoli.
 la nostra natura, Paolo fu tentato di rispondere, come nella favola dello scorpione e della rana. Ma rest in silenzio.
Oniro mi aveva detto che non sei cattivo come gli altri.
Conosci Oniro?. Paolo era sorpreso.
 mio cugino.
Paolo non aveva mai immaginato che potesse esserci un legame di sangue tra il suo servitore di campo e il padre di Minado. Era stato in guerra con Oniro a Oriente, era andato a caccia molte volte con Dekis, ma solo ora aveva realizzato di non sapere quasi nulla di loro. Uno era pi vecchio e pi grosso, l'altro giovane e smilzo, e questo era tutto ci che era in grado di ricordare delle loro figure. Un sospetto inquietante si insinu tra i suoi pensieri.
Non sei come il tuo amico Lollio.
Non  cos male.
Sei troppo gentile con lui, disse con fermezza.  egoista e crudele.
Ricordando cosa gli aveva detto Lollio di lei, Paolo non replic.
Rimasero seduti in silenzio, fianco a fianco. Paolo poteva sentire il suo calore e il profumo del suo corpo. Avrebbe voluto metterle un braccio intorno alla vita, ma mantenne le distanze. Lui, al contrario, puzzava di sudore e del lezzo acre della paura.
Non sei sposata, disse Paolo. La maggior parte delle ragazze trovava marito prima dei quattordici anni, mentre lei era prossima ai venti.
Neppure voi romani costringete una ragazza a sposarsi contro la sua volont. Un leggero sorriso mise in mostra i suoi denti bianchi.
Non vuoi prendere marito?
Qualcuno deve prendersi cura della casa di mio padre, ora che mia madre non c' pi.
Non potrai farlo per sempre.
Mio padre sta mettendo da parte il denaro per comprare una serva. I soldi che gli hai dato per l'agguato ai banditi sono stati utili.
Sono contento che un romano possa essere utile a qualcosa.
E hai dato una parte generosa di bottino a Oniro.
Paolo rispose con un grugnito evasivo. Aveva detto a Oniro di non fare parola della donazione, ma lei era pur sempre la cugina.
Trascorsero la notte cos, quasi come due amici, a volte chiacchierando, pi spesso restando in silenzio. Se Paolo si voltava a guardarla, lei sollevava il mento per fissarlo negli occhi, ma senza traccia di vanit. Nella luce soffusa, Paolo pens che fosse la cosa pi bella che avesse mai visto.
Quando dalle finestre inizi a penetrare un pallido grigiore, Paolo si alz e and a recuperare la sua pala e la spada dell'assalitore. Dopodich impieg un bel po' per ritrovare la freccia. Tornando a sedersi, porse la sua mano alla ragazza, con il palmo rivolto verso l'alto. Senza esitare, lei la afferr. La sua mano era piccola e secca, segnata dai calli del duro lavoro. Per Paolo fu un raro momento di pace.
All'alba sentirono avvicinarsi la processione ben prima che la porta si aprisse. Quando i battenti si aprirono verso l'esterno, rimasero seduti. Era divertente osservare la costernazione della folla. Ci fu un sussulto generale di sorpresa, e qualcuno fece addirittura un passo indietro. Qualunque cosa si aspettassero, non era questa.
C'erano tutti: Fidubio e lo scagnozzo Crotone, il sacerdote Urso, Lollio con suo padre, Roscio e il suo giovane amante, i magistrati e tutti i cittadini di una certa levatura. Avanzarono sui cocci dell'anfora all'ingresso.
Stringendo ancora la mano di Minado, Paolo si sollev e la aiut ad alzarsi.
Che ci fai qui?.
Paolo ignor la domanda di Fidubio. Sono venuti due uomini, nessun demone.
Chi?
Non lo so. Quello contro cui ho lottato aveva una maschera da lupo.
Che aspetto avevano?. Nelle parole di Fidubio traspariva una certa impazienza.
Era buio, e loro indossavano delle maschere. Mentre scappavano, mi  sembrato che uno fosse pi alto dell'altro. Quello pi grosso ha fatto cadere questa. Paolo mostr la spada.
Vibio gliela strapp di mano. L'abituale contegno disinteressato del padre di Lollio era svanito, ma torn non appena ebbe esaminato la spada. Un kopis, una vecchia spada greca risalente alla guerra contro Annibale. Ce n' una in quasi tutte le fattorie di Temesa. Alcuni la usano perfino per falciare il grano.
E poi c'era questa.
Roscio prese la freccia dalle mani di Paolo e la studi con attenzione. Opera di Albino, gi al foro. Tutti comprano le frecce da lui. Piume d'oca, uno dei modelli pi costosi.
Sono entrati dalla porta sul retro. Paolo si rivolse a Urso. Quante chiavi esistono?.
Il sacerdote si indign, sentendosi sotto accusa. Tre, rispose in modo secco. Io ne ho una, e il mio assistente ne ha un'altra.
Sentendosi nominare, l'uomo si fece avanti. Intimidito dalla situazione, non apr bocca ma si limit a mostrare la sua chiave.
La terza  appesa nella casa del senato.
Tutti sapevano che la curia era tenuta sempre chiusa. Solo i membri del consiglio e un paio di fidati schiavi pubblici potevano accedervi.
Roscio non riusc pi a contenersi. Ma se non  opera del demone, e non possono essere stati i predoni.... La sua domanda rest in sospeso.
Vibio si fece avanti, come se si rivolgesse a un tribunale. Sia Iunio che Irzio erano cittadini romani. I bruzi non si sono mai rassegnati alla sconfitta e ora rivogliono la loro terra. Sono il nostro nemico interno.
Paolo sollev la mano di Minado. La vittima designata era una bruzia.
Un sacrificio necessario per instillare ancora pi terrore, osserv Vibio con tono grave. La sua ipotesi non convinceva tutti i presenti.
Sar l'ennesimo culto orientale, disse Roscio, come i Baccanali messi al bando per decreto del senato di Roma. O le superstizioni mortifere degli ebrei. O come i cartaginesi che sacrificano i loro stessi figli. Dopo la caduta di Cartagine sono fuggiti in migliaia, e ora vogliono vendicarsi.
Non c' traccia di culti stranieri a Temesa, disse Urso. Le sue parole trasmettevano autorit, ma in molti si scambiavano occhiate perplesse. Quando si trattava di gente dell'Oriente, tutto era possibile.
Lollio si port davanti agli altri con la solita aria presuntuosa che assumeva anche quando non era necessario. Entrambe le vittime possedevano terreni. La loro uccisione potrebbe derivare dall'invidia di qualche nullatenente.
Certi cani da caccia prendono gusto a uccidere, disse Fidubio. E accade lo stesso a certi uomini.
Lollio lo fiss in volto. Chiunque sia stato, non  finita qui.
Per oggi s, intervenne Paolo. Riporter la ragazza da suo padre. E Kaido dev'essere liberata. La vecchia non ha evocato alcun Eroe.
La folla si apr mentre Paolo accompagnava Minado fuori dal tempio tenendola per mano. Diversi uomini lo guardarono con sospetto. Sapevano che era cambiato da quando era tornato dall'Oriente, e che aveva ucciso molte persone. Paolo si rese conto di essere diventato un sospettato, e anzi di esserlo stato fin dall'inizio, con ogni probabilit. Solo lui e la ragazza sapevano cos'era successo davvero durante la notte. Gli altri potevano contare soltanto sulla sua parola.
...
.
...
Capitolo 20.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Era passato quasi un mese dalla notte al tempio, e non c'erano state altre uccisioni. Circolavano un paio di storie riguardo presunti avvistamenti di selvaggi avvolti da pelli di lupo nei pascoli pi lontani e nelle foreste della Sila. Sebbene un'indagine dei magistrati avesse appurato che si trattava soltanto di dicerie infondate, erano pur sempre il chiaro prodotto della paura palpabile che attanagliava il territorio di Temesa. Nessuno si avventurava troppo distante dalla citt a meno che non fosse davvero necessario, soprattutto dopo il tramonto.
Una battuta di caccia, tuttavia, era ben altra cosa rispetto a un'escursione solitaria. Un enorme cinghiale selvatico era stato avvistato in un terreno di propriet di Vibio lungo il corso dell'Acheronte. Paolo non aveva accolto con entusiasmo l'invito di Lollio a unirsi al gruppo. Era ormai ottobre, le giornate si accorciavano e c'era un bel po' di lavoro da sbrigare. Bisognava fare la vendemmia, e anche le pere erano mature. Quando non era impegnato nei campi, Paolo aveva preso l'abitudine di passare il suo tempo in compagnia di Minado.
Il padre della ragazza l'aveva ringraziato in maniera piuttosto fredda quando Paolo l'aveva riportata a casa sana e salva. Da allora, il vecchio Dekis era rimasto stranamente distante. Malgrado il suo comportamento fosse cambiato, non era una prova sufficiente per dare un minimo fondamento al sospetto che era serpeggiato nella mente di Paolo durante la notte al tempio. Non era impossibile immaginare che il cacciatore bruzio volesse assassinare Iunio e Irzio, o qualsiasi altro romano, ma era inconcepibile che potesse arrivare a uccidere la sua unica figlia. Forse i suoi modi distanti dipendevano soltanto dal suo comprensibile astio per quei romani che avevano mandato la figlia al massacro. Magari il vecchio imputava parte della colpa anche al suo salvatore. In ogni caso, Paolo aveva capito che per il momento era meglio girare alla larga.
Restare seduto in riva al fiume insieme a Minado, a osservare il volo folle dei pipistrelli, regalava a Paolo una gioia che gli era stata sconosciuta durante l'ultimo anno, e forse in tutta la sua vita. Non l'aveva mai toccata. Avrebbe voluto, certo, ma il modo in cui si era comportato Lollio con lei gli tornava sempre alla mente. A volte era lei a prendergli la mano. Minado parlava della sua famiglia e dei suoi amici, e gli raccontava le storie dei paesani per strappargli un sorriso.
Lo conosci Zeno, il ragazzino che lavora da Roscio e non fa altro che sistemarsi i capelli con un dito tutto il tempo? Non  contento dell'oste, e si dice che adesso sia anche l'amante di Crotone, quel bruto che appartiene a Fidubio. Crotone vive da solo al confine della fattoria, quindi pu abbandonarsi ai suoi vizi senza essere osservato. Ma anche Roscio  un bruto. Non finir bene....
Quanti anni hai?
Diciannove.
E come fa una ragazza di diciannove anni a sapere tutte queste cose?.
Minado scoppi a ridere. La gente parla, i vostri schiavi, le vostre serve parlano. Voi romani non badate a quello che dite di fronte ai vostri servitori bruzi pi di quanto noi non faremmo davanti alle nostre vacche. Vi conosciamo meglio di voi stessi.
Parlava in modo gioioso e spontaneo. Il pi delle volte Paolo restava zitto. Avrebbe voluto parlarle, raccontarle della morte dell'acheo Dieo, e soprattutto di cosa aveva fatto a Corinto. Ma non lo fece. Anche nel caso non fosse rimasta inorridita, non avrebbe potuto capire. Nessuno che non fosse stato l poteva capire. E non sarebbe stato giusto mettere un fardello del genere sulle spalle di una ragazza.
Paolo si era mostrato pi riluttante a rinunciare a un'altra serata con Minado che ad affidare la vendemmia al vecchio Eutyche. Ma Lollio non aveva voluto sentire ragioni. Suo padre, in particolare, pretendeva che Paolo si unisse alla caccia. Vibio desiderava parlargli in privato, e si trattava di una questione urgente. Anche Fidubio voleva discutere con lui. Alla fine Paolo si era lasciato convincere. Gli piaceva cacciare, ed era curioso di sapere cosa volessero dirgli i due anziani. Aveva qualche sospetto, e sarebbe stato interessante trovarne conferma.
Il gruppo aveva attraversato il fiume e risalito le colline gi il giorno prima, seguendo il corso di un torrente di montagna che affluiva nel Savuto. Le sue acque erano grigie come la pietra, e gli alberi si inclinavano verso la superficie ad angolazioni improbabili. Il percorso non era facile, ma tutti si erano incamminati, seguendo il passo dettato da Vibio e Fidubio. Malgrado la sua figura raffinata ed elegante da cittadino, Vibio era temprato nello spirito e nel corpo almeno quanto Fidubio. L'et non aveva indebolito il loro vigore, e perfino i servi pi giovani avevano faticato a stare al passo. Ovviamente, per, loro avevano anche i bagagli.
Nel pomeriggio erano giunti nei territori dell'alto Acheronte. Era una zona di vasti pascoli aperti, circondati da foreste e sorvegliati dalle cime dei monti. Si erano accampati in una macchia di lecci, riparati dal vento. Avevano cenato e parlato del pi e del meno, senza sollevare questioni importanti.
Paolo aveva dormito un sonno sereno. Non c'era stata traccia delle Benevole fin da quando aveva conosciuto Minado al tempio. Al mattino gli era venuto il dubbio che la stesse trattando come un talismano per tenere lontane le vecchie megere. Senza volerlo aveva toccato l'amuleto a forma di theta che portava alla cintura.
Al sorgere del sole avevano fatto colazione con pappa d'avena e un sorso di vino riscaldato. Non era una gita di gentiluomini sibaritici, ma una battuta di caccia di gente ancora a contatto con la terra, e un po' di vino sarebbe stato un toccasana contro l'aria autunnale. Quando avevano finito di mangiare, un pastore di Vibio li aveva guidati alla vallata dove il cinghiale era stato avvistato con maggiore frequenza. Avevano sguinzagliato un solo segugio, una cagna spartana fulva e sveglia, che aveva iniziato a esplorare l'area muso a terra, al trotto. C'erano diverse piste. Quando l'animale era riuscito a individuare la pi recente, gli uomini l'avevano seguito. Presto avevano trovato le prime tracce: rami spezzati, segni di zanne sulle cortecce degli alberi.
La cagna arriv a un boschetto, accanto a un piccolo affluente dell'Acheronte. Ai cinghiali piacevano i posti come quello: ricchi d'acqua, caldi d'inverno e freschi d'estate. Fedele al suo addestramento, il segugio non si era avventurato nella boscaglia, ma aveva abbaiato. Uno dei cacciatori lo richiam con un fischio e lo leg insieme agli altri cani, a una certa distanza dalla tana.
Il cinghiale non era stato attirato dal richiamo dell'animale, e i cacciatori si prepararono in silenzio. Tesero delle reti a chiudere uno stretto passaggio in basso nella valle. Le maglie erano fissate ai rami degli alberi e bloccate a terra con anelli. Dei rametti sostenevano la parte interna delle reti, in modo che sembrassero pi leggere possibile alla bestia in fuga. Corde resistenti furono assicurate alla base di grossi tronchi, e perfino i punti pi scoscesi furono bloccati con rami e foglie, affinch il cinghiale non scappasse di lato.
Vibio, Fidubio e un paio di cacciatori presero posto dietro le reti. Erano armati di archi, giavellotti e lance da caccia. I pi giovani si posizionarono a monte del boschetto. Paolo era al centro, con Lollio alla sua sinistra e un ragazzo chiamato Solino alla sua destra. Ai due estremi c'erano altri due giovani che, come Solino, erano imparentati con i due possidenti. In segno di rispetto, i cacciatori si sistemarono qualche passo pi indietro. Paolo not che Crotone, l'odioso favorito di Fidubio, era alle sue spalle.
Siete pronti alla guerra?.
Paolo tenne a freno la lingua e non espresse ad alta voce il suo disprezzo per le parole di Lollio. La caccia al cinghiale aveva i suoi rischi, ma non era nulla in confronto alla guerra. Niente era paragonabile alla guerra. Lollio non aveva idea di ci che diceva.
Pronti!, risposero gli altri.
Il vecchio Dekis avvicin i cani. Qualsiasi rancore provasse il cacciatore nei confronti di Lollio, aveva bisogno di soldi per comprare una serva, e Vibio avrebbe pagato bene.
I cani erano dei molossi: otto enormi bestie nere. Erano silenziosi ma tremavano di impazienza, con le zanne in vista e gli occhi spalancati. Portavano collari con borchie metalliche, utili contro i morsi dei lupi ma inefficaci contro le zanne di un cinghiale. La forza di una belva del genere era tale che le sue zanne diventavano incandescenti, se veniva provocata. Erano in grado di lasciare bruciature sul pelo dei cani quando li mancavano di poco. Se dopo aver ucciso un cinghiale si avvicinava un capello alle zanne, questo si seccava come vicino a una fiamma.
Liberali, Dekis.
I cani avanzarono decisi, ancora al guinzaglio. Non appena furono liberi, si lanciarono nel boschetto sollevando un terribile frastuono. Paolo riusciva a sentirli mentre si addentravano nella boscaglia. Subito dopo, qualcosa di molto pi grosso attravers di corsa i cespugli.
Era il cinghiale pi grande che Paolo avesse mai visto, sembrava uscito da un racconto mitico. Uno dei segugi, preso dal furore, tent un attacco frontale. Un solo movimento dell'enorme testa della bestia e il cane fu sbalzato via, con un tremendo squarcio rosso sul fianco. Gli altri si avvicinarono con maggiore cautela, ringhiando e avanzando a piccoli balzi. Il cinghiale inizi a correre a valle sulle sue zampe robuste, inseguito dai cani. Pi indietro, seguivano i cacciatori.
Era un cinghiale adulto, gi esperto delle trappole dell'uomo. Un attimo prima di finire impigliato nella rete, si arrest di colpo e si volt per affrontare i suoi inseguitori. Per evitare che altri cani finissero mutilati, Dekis us il corno da caccia per ordinare alla muta di ritirarsi dietro la linea dei cacciatori.
Gli occhietti suini della bestia fissarono con astio le esili figure umane.
Uno degli anziani dietro la rete scagli una freccia, che manc di molto il bersaglio. Qualcuno grid di smetterla: il pericolo di colpire un giovane era evidente.
Con un imperscrutabile calcolo animale, il cinghiale scelse la sua vittima. Scatt con un'accelerazione insospettabile per una belva di quelle dimensioni. A testa bassa, si lanci dritto verso Solino. Il ragazzo lo affront con coraggio, opponendo la lancia. Ma la sua postura era sbagliata, e la punta della lancia si conficc in maniera superficiale lungo la spalla dell'animale senza riuscire a fermarlo. L'asta si pieg e si spezz. Un attimo dopo, l'impatto del cinghiale stese al suolo Solino. La bestia si volt, preferendo il desiderio di uccidere alla possibilit di fuga.
Solino, intontito, era riuscito a mettersi seduto.
Abbassati!, url Paolo. Stenditi sulla pancia e affonda le mani nel terreno!.
Solino rotol e abbracci la terra.
Come previsto, il cinghiale prov a usare le zanne come leva per rigirarlo. Se ci fosse riuscito, Solino non avrebbe avuto scampo.
Paolo guard gli uomini pi vicini alla scena, ma n Lollio n Crotone mossero un dito.
Toglieteglielo di dosso!, grid Paolo.
Ma gli altri due restarono fermi. Il volto di Lollio sembrava impaurito ed eccitato al tempo stesso. Crotone, invece, era indifferente.
Non riuscendo a rivoltare l'uomo, il cinghiale inizi a calpestarlo.
Paolo balz in avanti urlando.
Gli occhi della bestia si concentrarono subito sul fastidioso nuovo arrivato.
Paolo fece finta di scagliare la sua lancia.
La provocazione fu sufficiente affinch la bestia puntasse le zanne e caricasse.
Tieni la lancia con la mano sinistra davanti e la destra dietro. Gli tornarono in mente le lezioni della sua infanzia. La sinistra guida, la destra affonda. Piede sinistro a seguire la mano, piede destro saldo sul terreno. Gambe piegate e pronte all'azione, come nella lotta.
Guardalo dritto negli occhi, dritto negli occhi!
Il cinghiale era vicino. Scosse l'enorme testa. La mano sinistra di Paolo segu il movimento, guidando la punta della lancia.
Affonda all'interno della spalla, direttamente nella gola. Paolo pass dal pensiero all'azione con un colpo netto, quasi perfetto. Tuttavia fu spinto all'indietro di tre o quattro passi dall'impeto dell'animale, che non era affatto finito. Indifferente al dolore agli organi vitali, usava la sua straordinaria forza per spingersi lungo l'asta, staccando schegge di legno duro con le zanne. Arriv fino alle ali della lancia. Paolo poteva sentire il calore del suo fiato.
Qualcun altro intervenne con una lancia alla sua destra. Solino non aveva voluto sfigurare del tutto: si era sollevato da terra e aveva inseguito l'animale. Esalando l'ultimo respiro con un tremendo fremito, il cinghiale collass sulle zampe.
Cacciatori, servi e pastori avevano allestito un grande fuoco e macellato la bestia. Poi ne avevano cotto le carni su un enorme spiedo che era stato portato per l'occasione. I loro padroni avevano offerto una libagione alle divinit dei boschi e ora erano stesi su alcune coperte a una certa distanza.
Paolo, sollevato dello scampato pericolo, stava provando a non esagerare con il vino.
Lollio teneva banco con le sue infinite discussioni: Quale piacere pu trarre un uomo civilizzato dall'uccidere una nobile bestia trapassandola da parte a parte con una lancia? Si va a caccia per profitto o per piacere? Se per profitto,  una motivazione indegna. Se per piacere, non  meglio andare ai giochi, invece di graffiarsi le gambe camminando per ore nella boscaglia?.
Fidubio non restava certo a guardare. La caccia d l'opportunit di dimostrare il proprio valore, migliora la salute, i muscoli, la circolazione.  quello che facevano gli antichi eroi di Roma. Al giorno d'oggi i ricchi si sono impigriti e hanno costruito parchi chiusi da mura, divertendosi a uccidere animali ormai quasi addomesticati. Ancora peggio sono quelli che si accontentano di restare seduti a guardare degli schiavi che ammazzano bestie per far divertire il volgo. Ma non tutti hanno dimenticato le antiche virt. Scipione, il conquistatore di Cartagine, gode di una certa reputazione come cacciatore.
Lollio si imbronci per quella che gli sembrava un'implicita critica.
La carne fu affettata e servita su focacce basse. L'aroma faceva venire l'acquolina in bocca, e il sapore non tradiva le aspettative. Fino a quel momento Paolo non aveva avuto fame, ma ora sent un buco allo stomaco. Abbandonando le buone maniere, mangi come se fosse ancora nell'esercito.
Vibio si volt verso di lui, con la sua solita espressione arguta. Vivere con una donna  una dura prova, ma vivere senza una donna  anche peggio. Gli rivolse un sorriso gentile. Hai mai pensato di prendere moglie?.
Paolo sollev il viso, con il grasso che gli colava sul mento.
Mio cugino, gi a Terina, ha una figlia. Non  troppo lontano, continu Vibio.
Paolo si pul la bocca con un tovagliolo. Sono onorato, ma ho gi in mente chi sposare.
Vibio annu affabilmente, mentre Lollio fece una risatina maligna.
Paolo aveva voglia di prenderlo a pugni.
Fidubio abbozz un sorriso affabile, che stonava con la disapprovazione che gli si poteva leggere negli occhi. Aveva una bocca troppo piccola per la sua enorme testa tonda. Il prefetto dei bruzi visiter Temesa a dicembre. In passato, Lucio Aurelio Oreste mi ha fatto l'onore di essere mio ospite.
Fidubio aggiunse qualcos'altro, ma Paolo non lo stava pi ascoltando. Sarebbe stato bello rivedere Oreste. Di sicuro ci sarebbe stato anche Nevio, al comando della sua guardia personale. Meglio ancora rivedere il vecchio centurione, parlare con un compagno con cui aveva condiviso cos tanto durante la campagna achea. Dicembre non era lontano.
Paolo?
Scusa, mi ero fatto distrarre dai pensieri.
Se Fidubio se l'era presa, il fastidio non traspariva dai suoi lineamenti duri. Stavo dicendo che sono sicuro che Oreste, in qualit di tuo vecchio comandante, sarebbe felice di averti a cena con noi.
 davvero gentile da parte tua, rispose Paolo. E anche inaspettato, pens. E insensibile. Mi accusi della morte di Alcimo, ma anteponi il mio legame con un uomo potente al lutto per tuo figlio?
Fidubio non aveva finito. Tra tre anni i censori di Roma rimetteranno all'asta i diritti per la raccolta di legna e resina nella Sila. Come ben sai, io e Vibio abbiamo l'appalto quinquennale per l'area intorno a Drys e al passo di Labula. Ovviamente ci ripresenteremo alla prossima asta, ma abbiamo intenzione di puntare anche alla foresta di Sestion. Serviranno fondi aggiuntivi, e pensavamo potesse interessarti partecipare insieme a noi.
Parliamoci chiaro. Vibio riusciva a essere cortese anche quando interrompeva i discorsi altrui. A Roma si d per certo che Lucio Mummio sar nominato come uno dei due nuovi censori. Il generale che ti ha conferito la corona civica potrebbe avere un occhio di riguardo per un'offerta che includa il tuo nome tra i firmatari.
Non sono sicuro di avere tutto il denaro che serve, disse Paolo.
Vibio sorrise, mostrando i denti bianchi e perfetti. Corinto era la citt pi ricca del mondo. Solo uno stupido non si sarebbe portato a casa una fortuna da l, e non si pu certo dire che tu sia uno stupido, Paolo.
Mand gi un sorso di vino. Tre anni non sono pochi.
Fino ad allora ci saranno altre opportunit, intervenne Fidubio. Certo, le uccisioni sono una tragedia, ma ora la terra costa molto meno. Marcello possiede degli ottimi terreni non lontano dalla tua fattoria, su per il corso del Savuto. Non  portato per il lavoro nei campi, ed  un uomo da niente, senza famiglia e con pochissimi amici. Potrebbe vendere a un buon prezzo, con il giusto incentivo. Se un veterano come te gliene fornisse uno - se glielo fornisse in maniera energica, usando la forza - saremmo felici di dividerci i suoi terreni in tre parti uguali.
Non credo proprio. La brusca risposta di Paolo rifletteva solo in parte quanto fosse sconcertato da quella proposta.
...
.
...
Capitolo 21.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Un anno prima. Anno 608 Ab Urbe Condita, (146 avanti Cristo).
...
.
...
Il giorno dopo l'imboscata alle Bianche Scogliere fu il pi brutto della vita di Paolo. Non a causa del nemico: gli achei erano scappati verso sud, dopo la sonora sconfitta. Era per la paura della decimazione. La legione si era sfasciata, quasi tutti i soldati se l'erano data a gambe. Nel caos della notte precedente, era stato difficile riconoscere i pochi che non avevano disertato. Una legione che si macchiava di diserzione veniva dapprima schierata e rimproverata aspramente. Poi veniva selezionato un uomo ogni dieci: il comandante avanzava per i ranghi toccando con un bastone chi veniva condannato. Molti restavano fermi, sopraffatti dal terrore. Alcuni provavano a fuggire, ma non serviva a molto: venivano inseguiti per il campo e abbattuti con pietre e bastoni, uccisi dai loro stessi compagni di tenda.
La legione di Paolo era stata riunita a Megara, e aspettava di conoscere il proprio destino. Paolo lucidava gli anelli della sua cotta di maglia sfregandoli con la sabbia. Quasi tutti i legionari sistemavano la propria armatura, come se potesse fare qualche differenza. Seduto a gambe incrociate a pulire l'elmo, Tazio chiese da bere. Malgrado i servi di campo non fossero coinvolti nella decimazione, la tensione era arrivata fino a loro. Oniro era impacciato nei movimenti, e gli vers qualche goccia di vino sulla tunica.
Maledetto.... Il legionario balz in piedi. Il primo pugno raggiunse le labbra di Oniro, che indietreggi coprendosi il viso. Tazio lo segu, pronto a colpirlo ancora.
Dopo un momento di incredulit, Paolo si fece avanti e afferr l'amico, ma Tazio riusc a divincolarsi. Il pugno diretto all'occhio colse Paolo di sorpresa. Con occhi spiritati, Tazio lo afferr per la gola. Le sue dita affondavano nella pelle, soffocando l'amico.
Basta cos!, intervenne Alcimo, separandoli.
Per un attimo Tazio mantenne negli occhi uno sguardo di sfida.
Siamo fratelli, disse Alcimo. Affronteremo tutto questo insieme.
Tazio torn in s. Mi dispiace. Sembrava mortificato. Se la legione sar decimata e verr scelto io, questo servir a motivarvi.
Gli altri non risero a quel tentativo di sdrammatizzare.
Arriv lo squillo di tromba: il momento era giunto. Si aiutarono a vicenda a indossare l'armatura.
Paolo era schierato nella prima linea degli hastati, insieme a Tazio e Alcimo. Il centurione Nevio era davanti a loro. Il vento sollevava piccoli mulinelli di polvere. Paolo iniziava a sentire male all'occhio sinistro. Si stava gonfiando.
Il console Mummio raggiunse Oreste sul tribunale. La tensione era quasi insopportabile, in quel silenzio assoluto. E poi Mummio si rivolse a loro con parole gentili. Non accenn ai cinquecento scudi che erano stati abbandonati nel panico e catturati dagli achei. Il temporaneo momento di terrore era dipeso dal volere degli di. Nel buio e nella confusione non c'era stato modo di formare una linea di battaglia. Tuttavia si erano distinti alcuni atti di eroismo. Paolo e tre altri legionari che non conosceva furono convocati sul tribunale. Di fronte a tutta la legione furono premiati con il serto di quercia della corona civica, per aver salvato la vita di un cittadino. Il console li elogi definendoli un esempio per tutti: con soldati come loro, la legione non avrebbe sfigurato nella prossima battaglia. Per dimostrare la propria fiducia e ricostruire la reputazione dell'armata, Mummio annunci che avrebbe guidato in prima persona l'avanzata su Corinto.
Due giorni dopo marciarono tenendosi sul lato est dell'istmo, e oltrepassarono le Bianche Scogliere. Non c'era molto da vedere, oltre alle ceneri delle pire su cui erano stati cremati romani e achei. Era rimasto poco o niente, il campo di battaglia era gi stato razziato. La Grecia era un territorio povero, e per i contadini locali anche una fibbia rotta o una spada scheggiata potevano avere un valore.
La legione guidava la fanteria pesante, ma, come dettava la prudenza, era preceduta dalle truppe leggere. Se ci fosse stato un altro attacco a sorpresa, avrebbe investito sugli arcieri cretesi mercenari e i cavalieri del regno alleato di Pergamo. Pedine sacrificabili. La loro morte avrebbe dato il tempo ai cittadini romani della legione di prepararsi.
Marciarono a tappe leggere. La prima notte al campo l'umore dei soldati era euforico. Non solo non erano stati decimati, ma non stavano nemmeno mangiando il pane d'orzo dei periodi di punizione. I legionari che avevano abbandonato lo scudo rispondevano in modo bonario ai compagni che li prendevano in giro, mentre scrivevano il proprio nome sugli scudi di riserva di cui erano stati prontamente riforniti. Perfino Nevio sembrava sollevato. Uomini di altri manipoli venivano a passare del tempo con Paolo, come per beneficiare di riflesso di un po' della gloria della corona civica.
Al mattino, poco dopo aver lasciato il campo, furono raggiunti dalle notizie delle prime file: gli achei erano schierati nel collo dell'istmo, pronti a combattere. I legionari intonarono canti aiutandosi l'un l'altro ad armarsi.
Stavano ancora cantando quando giunsero nella piana.
Resta sveglio e sta' attento, il nemico  qui intorno,
Spunter alle tue spalle per tagliarti il ritorno.
Studia bene le mosse, non dormire, ti dico,
Non c' un'ora da perdere, anche il tempo  nemico.
Intercettalo, avanza, fa' che getti le armi,
L'invasore distruggi, e poi corri a salvarmi.
La legione prosegu verso ovest e si arrest a circa cinquecento passi dalle acque splendenti del golfo di Corinto. La cavalleria e i cretesi avevano formato una sorta di scudo verso sud, e la polvere che sollevavano impediva ai legionari di vedere il nemico.
Furono urlati ordini, suonate trombe, issati stendardi. La legione si volt sul fianco sinistro e si dispose in formazione da battaglia con una manovra fluida. Gli di sapevano quanto allenamento c'era dietro. Paolo era in prima fila, quasi all'estrema destra: la posizione pi onorevole, nonch la pi pericolosa. I sabini erano nelle prime tre postazioni della fila alla sua sinistra, mentre alla destra aveva Tazio e Alcimo. Come sempre, Nevio proseguiva impettito davanti a loro.
La legione era disposta su tre linee, ognuna composta da dieci manipoli, con a capo gli hastati. In ogni linea c'erano spazi vuoti tra un manipolo e l'altro, larghi quasi quanto un singolo manipolo. Ogni spazio tra gli hastati era occupato, se osservato in prospettiva, dai principes che li seguivano, e ogni spazio tra i principes dai triarii ancora pi indietro. La formazione a scacchiera ricordava quella delle pedine del gioco da tavola chiamato latrunculi. I velites, armati alla leggera, erano da qualche parte pi avanti, indistinguibili nel polverone sollevato da cretesi e cavalieri.
Per lasciare abbastanza spazio di manovra alla cavalleria nella stretta piana dell'istmo, alla legione fu ordinato di schierarsi su sedici file, il doppio della norma. Nessuno dei manipoli raggiungeva quella profondit. Quelli degli hastati e dei principes avrebbero dovuto contare centoventi uomini, e quelli dei triarii sessanta, ma la marcia forzata e l'imboscata alle Bianche Scogliere avevano lasciato i loro segni, e ogni manipolo era ampiamente sottodimensionato.
Anche se non poteva vederla, Paolo sapeva che la formazione si ripeteva uguale in tutta l'armata. La legione occupava un quarto della linea di battaglia. Sulla sinistra c'era l'altra legione di cittadini romani, pi oltre le due legioni di alleati italici. Stando all'elenco degli arruolati, dovevano essere circa sedicimila uomini. La fanteria di Pergamo, dopo la pessima figura rimediata alle Bianche Scogliere, era stata lasciata di guardia al campo.
Un'onda di urla di incitamento riecheggi tra le truppe quando comparvero al trotto Mummio e i suoi attendenti. Nei libri di storia greca c'era sempre qualche generale che rivolgeva un discorso lungo e retorico all'esercito. Nella realt, la distanza e il tempo rendevano impossibile la cosa. Quelli nelle file pi indietro non avrebbero sentito una sola parola. E perch mai il nemico sarebbe dovuto restare fermo in rispettosa attesa? Ma la letteratura era pi che un semplice specchio della realt: era ci che dava forma alle aspettative. Mummio doveva aver gi detto qualche parola alle altre tre legioni.
In sella a uno stallone grigio dall'aspetto sufficientemente eroico, Mummio punt un dito verso il nemico. Il gesto era in qualche modo rovinato dalla nuvola di polvere che copriva la visuale. Soldati, forse qualcuno di voi avr sentito dire che una falange greca  imbattibile su un terreno pianeggiante come questo. Falso. Una falange  forte soltanto se il suo schieramento  compatto. Quando lancerete i giavellotti, i vostri pila romperanno le loro file. Una volta che sarete penetrati nella loro formazione, non avranno scampo. Le spade corte dei greci sono inutili contro i nostri solidi scudi, mentre i loro scudi fragili non possono nulla contro le nostre spade. Li farete disperdere come fa il vento con le foglie secche, o quando fa volare via la paglia dai tetti!.
In prima fila, Paolo riusciva a sentire bene il discorso, ma quelle parole non lo rassicuravano del tutto.
La nostra cavalleria  cinque volte pi numerosa della loro. Quando avremo messo in fuga i loro cavalieri, la fanteria rimarr circondata. Nessuna falange  mai sopravvissuta a un attacco dai lati e da dietro.
Questo era gi pi incoraggiante.
Questi sono gli stessi achei che Metello ha sconfitto a Scarpheia e a Cheronea. Sono abituati a perdere, perch loro sono greci e noi siamo romani. Ora, in preda alla disperazione, hanno reclutato pi soldati, ma non si tratta di uomini liberi, bens di schiavi. Uno schiavo non ha alcun interesse ad aiutare il padrone. Una vita di servit e di frustate non prepara un uomo alla guerra. Vedrete che non avranno nemmeno il coraggio di avvicinarsi alle vostre spade!.
Ora s che gli animi si risollevarono, e i legionari acclamarono con foga il generale.
Non dimenticate mai che la nostra causa  giusta. Sono stati gli achei a dichiarare guerra a Sparta. Il rispetto dei sacri patti ci impone di prestare aiuto ai nostri alleati. Gli di sono dalla nostra parte!.
Quest'ultimo appello fu accolto con minore entusiasmo. Ai legionari non poteva importare di meno degli spartani.
Mummio fece impennare il cavallo, assumendo una posa da vero generale per concludere il discorso. Solo una calca di schiavi e greci effeminati vi separa da Corinto, una citt che trabocca d'oro e d'argento. Fateli fuori, e sar vostra! Non un singolo legionario torner in Italia senza potersi dire ricco!.
Mentre Mummio cavalcava tra i manipoli verso la sua posizione, nelle retrovie del centro dello schieramento, le acclamazioni dei soldati salirono fino al cielo.
Oro e argento non servono nell'Ade, mormor Alcimo.
Resta vicino a me e nessun greco ti uccider, disse Tazio. Niente mi impedir di mettere le mani sul bottino di Corinto.
Allo squillo di trombe, la cavalleria di Pergamo si stacc e and a prendere posizione sull'ala destra. Quando i cavalieri ebbero sgombrato il campo, il nemico divenne sempre pi visibile man mano che il polverone sollevato dagli zoccoli si disperdeva. Una foresta di lance, con le punte che risplendevano al sole. Al di sotto, il luccichio di scudi e armature che penetrava qua e l in quel che rimaneva delle nuvole di polvere. E poi, come se un dio avesse soffiato sul campo di battaglia, si alz una brezza da ovest, che ripul l'aria e rivel il nemico.
I legionari si lasciarono scappare un sospiro cupo. La falange distava circa quattrocento passi. Era schierata sul fianco di un avvallamento poco profondo, che fino ad allora non era stato visibile. La linea della falange si estendeva per oltre mezzo miglio, solida e profonda, simile a un'enorme bestia corazzata. Arrivava fino al golfo Saronico. Gli scudi dei soldati di fronte alla legione splendevano alla luce del sole.
Paolo sent il cuore aumentare i battiti fin quasi a soffocarlo. Non esisteva una forza al mondo in grado di penetrare una tale massa di uomini armati. Erano migliaia e migliaia. Non avrebbero dovuto fare altro che avanzare, per infilzare i romani su quelle lunghe lance come quaglie sugli spiedi.
Uno dei sabini piagnucol di terrore. La sua tunica era bagnata sull'inguine, e piscio caldo gli scorreva tra le gambe. Qualche fila pi indietro un uomo fu preso dai conati di vomito, e Paolo sent il suo stomaco rivoltarsi per il terribile odore.
Che cazzo vi prende?, url Nevio. Il colpo alla testa che aveva rimediato alle Bianche Scogliere non aveva lasciato danni permanenti, ma di certo non aveva neanche contribuito a migliorare il suo carattere. Cosa vi aspettavate, un gregge di pecore?
Non sono schiavi, disse Alcimo.
E a chi cazzo frega di chi sono figli?, rugg Nevio in risposta. Sono greci, e tra poco moriranno. E sapete perch moriranno? Perch voi siete stati addestrati da me!.
Il centurione indic il nemico alle sue spalle. Le vedete quelle lance che ondeggiano come spighe nei campi? Gli uomini che le impugnano stanno tremando. Sono terrorizzati da voi! Anche se solo gli di sanno perch, aggiunse.
E questa frase riusc a rompere l'incantesimo. Gli uomini sorrisero.
Ora mettete a terra gli scudi e poggiateli contro le gambe. Non voglio che voi ragazzine vi stanchiate, ordin Nevio. Chi ha ancora vino nella borraccia lo faccia girare. Ci vorr almeno un'altra ora prima che la fanteria leggera finisca la sua scenetta.
Ora l'aria si era pulita, e Paolo riusciva a vedere una linea di carri schierati dietro la falange achea. Accanto, le minuscole sagome di donne e bambini. Gli achei erano cos sicuri di vincere che si erano portati dietro le famiglie per farle assistere al trionfo, oppure i loro generali pensavano che avrebbero combattuto meglio sotto gli occhi dei propri cari? In un caso o nell'altro, i carri bloccavano la ritirata. Era una follia.
Qualcuno pass da bere a Paolo. Il vino era forte, non diluito. Gli bruci la gola ma gli riscald lo stomaco. Non avrebbe mai deluso Nevio o i suoi compagni.
La previsione del centurione si dimostr corretta. Le truppe leggere di entrambi gli schieramenti sciamarono nell'avvallamento. Avanzavano in gruppetti di due o tre, davanti quelli armati di giavellotti e dietro gli arcieri. Scagliarono i loro proiettili, di cui ben pochi andarono a segno, e non arrivarono mai a combattere corpo a corpo.
Ora si fa sul serio, disse Nevio.
Dalla destra arriv un fragore di trombe e di zoccoli di cavalli. Come per un tacito accordo, la cavalleria achea e quella degli alleati dei romani iniziarono ad avanzare l'una verso l'altra. Dapprima a passo lento, uno squadrone dietro l'altro, tutti ben ordinati e splendidamente bardati. Bastava un'occhiata per capire che gli achei erano molto inferiori per numero.
Le trombe suonarono una nota pi acuta, e i cavalieri da entrambi i fronti aumentarono il passo. Il terreno tremava sotto le migliaia di zoccoli al piccolo galoppo. L'aria fu invasa dalle urla e dallo sferragliare delle armature.
Il rombo della carica risuon nel petto di Paolo, che si sorprese a trattenere il fiato.
Un istante prima che arrivassero allo scontro e che i cavalieri delle prime file si lanciassero vero il loro destino, gli achei tirarono con forza le redini. I loro cavalli sbandarono e si scontrarono. Alcuni soldati vennero disarcionati, altri finirono a terra insieme alle bestie. In un battito di ciglia, al posto dell'orgoglioso schieramento di pochi istanti prima c'era ormai una mandria in preda al panico, che scappava ripercorrendo i propri passi.
Un urlo a squarciagola si sollev dai legionari che osservavano la scena.
Gli achei si precipitarono verso il fianco della loro falange, mentre gli alleati di Pergamo li inseguivano, falciando i pi lenti.
L'urlo dei legionari si affievol.
I cavalieri di Pergamo non stavano rallentando.
Il silenzio cadde sulla legione.
L'intera cavalleria, sia quella nemica che quella alleata, si allontan verso sud, scomparendo alla vista.
Maledetti greci, sbott Tazio. Pessimi alleati e pessimi nemici.
Cavalieri del cazzo, disse Nevio. Fanno una carica e poi chi li vede pi! Ma non  un problema. Adesso andiamo a guadagnarci la nostra paga.
Gli arcieri cretesi sfilarono via attraverso i corridoi tra i manipoli. Erano mercenari. Per loro l'importante era essere pagati, e non avevano alcuna intenzione di restare intrappolati al centro della battaglia. I velites della legione corsero a occupare la posizione lasciata vuota dai cavalieri. La fanteria leggera achea si mosse a specchio. Di sicuro avrebbero continuato le loro inutili schermaglie.
Hastati, formate la linea!, ordin Nevio.
Non appena le trombe diedero l'ordine, le file posteriori avanzarono a riempire gli spazi tra i manipoli. In un attimo la legione oppose alla falange una linea continua di hastati. Ma lanciando una rapida occhiata alle sue spalle, Paolo si rese conto di quanto la formazione romana fosse molto meno profonda e molto pi fragile di quella achea. Avrebbe dato qualsiasi cosa per essere fra i principes o fra i triarii, al sicuro in posizione pi arretrata.
Le trombe romane trasmisero l'ordine: prepararsi ad avanzare.
Bene, ragazzi, url Nevio, silenzio tra le file. Ascoltate gli ordini. Nessuno lanci i suoi pila finch non lo dico io. Quando arrivate a contatto con il nemico urlategli in faccia il grido di guerra.
Ci fu un mormorio di assenso. Paolo sper che il suo addestramento lo facesse uscire vivo da l, e preg di non deludere i compagni intorno a lui.
Siete pronti alla guerra?. La voce di Nevio risuon con forza lungo il manipolo.
Pronti!, urlarono tutti insieme.
Per tre volte il centurione ripet la domanda e i legionari gridarono sempre pi forte la loro risposta. Paolo sent un brivido lungo la schiena.
Avanzare a passo lento!.
Il terreno si abbassava leggermente, ma non era difficile mantenere la posizione. Paolo non riusciva a sentire altro che lo sferragliare metallico di armi e armature. Vide una rondine volteggiare bassa sul campo di battaglia, poco pi avanti. Molti uomini stavano per morire, ma a quell'animale cos elegante non importava nulla.
Anche la falange achea era in movimento. Molto lentamente, quasi un passo per volta, imbocc il lieve pendio. Malgrado la grande massa di uomini, era un movimento silenzioso che trasmetteva un senso di ineluttabilit. Le due armate si sarebbero scontrate nella vallata.
Trecento passi, poi duecento. Per gli di, pens Paolo, come pu un uomo affrontare tutto questo pi di una volta? Represse l'istinto a rompere le righe e correre in avanti, per farla finita in un modo o nell'altro. Accanto a lui, uno dei sabini imprecava sottovoce senza mai fermarsi.
Quando furono a circa centocinquanta passi di distanza, gli achei si arrestarono. I romani videro e sentirono gli ufficiali greci urlare ordini per ricomporre le linee. Non doveva essere facile avanzare in formazione tenendo sollevata un'enorme lancia, pesante come un remo e lunga pi di venti piedi.
I romani continuarono ad avanzare a passo lento.
Quando la distanza si ridusse a meno di cento piedi, le lance degli achei si abbassarono. La prima fila allung le sue punte come fa un istrice con i suoi aculei. Quelli pi indietro inclinarono le lance sulle teste dei compagni pi avanti. La falange riprese la sua lenta e costante avanzata.
Gli achei erano a stretto contatto tra loro, molto pi che i romani. C'erano circa sei piedi tra Paolo e gli uomini ai suoi fianchi. Si sarebbe trovato ad affrontare due file nemiche, le punte di dieci lance. Osserv il volto degli ufficiali achei. Sui loro elmi, le coperture per le guance erano allacciate, lasciando visibili solo occhi e naso. Non rivelavano alcuna umanit.
Cinquanta passi.
Primo pilum pronto!.
Paolo si pass nella mano destra il pi leggero dei due giavellotti che portava. Quello pesante rest nella sinistra, che stringeva anche lo scudo.
Trenta passi.
E... lanciare!.
Tre passi rapidi, con il busto girato di lato e il braccio destro tirato indietro: Paolo scagli il pilum. Mentre osservava la sua traiettoria, prepar il secondo giavellotto. La pioggia di proiettili si abbatt sulla falange. Paolo non riusc a distinguere dove fosse caduto il suo, ma qua e l alcuni achei caddero trafitti, abbandonando al suolo le loro lance.
Secondo pilum, lanciare!.
Altri tre passi, con il braccio destro che scagliava il giavellotto e poi ritrovava subito l'equilibrio per sguainare la spada.
La distanza era minore, e il pilum pi pesante: gli achei che stramazzarono a terra furono pi numerosi. Ma non bastava, neanche lontanamente. Nella barricata di lance si aprirono alcuni vuoti, ma furono riempiti subito da uomini che corsero a rimpiazzare i caduti. Mummio si sbagliava. I pila non avevano scalfito la barriera d'acciaio che proteggeva gli achei.
Sguainare le spade! Caricare!.
Era come correre contro un muro. Le punte delle lance sbatterono contro la pelle e il legno dello scudo di Paolo, costringendolo a una brusca frenata. Tenendo basso lo scudo, con il bordo inferiore che quasi toccava terra, si accovacci puntando i piedi. La punta di una lancia gli sfior la spalla. Prov a colpirla con la spada: la lama tagli via una scheggia dall'asta di legno, ma non riusc a mozzarla. Un'altra penetr al di sotto dello scudo, mancando di poco uno stivale.
Un urlo orribile, come quello di un maiale al macello. Uno dei sabini stringeva le mani attorno alla lancia che gli aveva trapassato lo stomaco. Il legionario dietro di lui gli fin addosso, e un'altra punta lo trafisse alla gola.
Paolo osserv la scena con orrore, e quella distrazione gli fu quasi fatale. Una lancia spinta da una forza quasi sovrumana penetr nel suo scudo. La punta affilata come un rasoio manc la faccia per meno di un palmo. E allora prese a lottare come un ossesso, dimenticando la paura e lasciandosi trasportare soltanto dal desiderio di sopravvivere. Tagli con la spada l'asta che aveva trapassato lo scudo. Abbassandosi, prov a spingere verso l'alto le lance achee. Se si fosse voltato per mettersi a correre avrebbe offerto la schiena indifesa al nemico. Morte certa. L'unica speranza era penetrare nelle prime linee.
Tre passi indietro!.
Paolo ignor il comando. Utilizzando lo scudo come un ariete, si stava aprendo la strada nel cuore delle lance nemiche. A furia di spinte, colpi di spada e lance mozzate, scavava nelle file avversarie come un verme in una mela.
Una mano possente lo afferr per la cotta di maglia dietro la schiena e lo tir con forza.
Sei sordo, cazzo?. Nevio lo trascin pi indietro. Se ti do un ordine, tu obbedisci.
Sei o sette passi separavano il muro di lance e la linea dei legionari in affanno. Entrambi gli schieramenti erano fermi. Gli ufficiali achei gridavano nell'intento di ristabilire la formazione e far avanzare i loro uomini per riprendere la battaglia. La tregua non sarebbe durata a lungo.
Paolo prov a sollevarsi, ma scivol. C'era fango ovunque, per quanto la pioggia non si fosse abbattuta sul campo. Il fango era rosso. Il terreno era intriso di sangue. Esausto, Paolo sentiva tremare con violenza braccia e gambe. Sapeva di non poter affrontare un'altra ondata. Guard Tazio, alla sua destra: il furore della battaglia era scivolato via dal suo volto. Alcimo non sembrava messo meglio. Erano vivi, ma allo stremo delle forze. Stavolta sarebbero tutti corsi in ritirata.
Basta cos, ragazzi, url Nevio. Preparatevi a indietreggiare, la nostra battaglia  finita.
...
.
...
Capitolo 22.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Anno 608 Ab Urbe Condita, (146 avanti Cristo).
...
.
...
E... correre!.
Era quasi pi difficile scappare che restare ad affrontare il nemico. Correre significava voltare le spalle e offrire le scapole al colpo fatale. Le maledette lance erano lontane solo pochi passi, ed erano centinaia. Sarebbe stato un gioco da ragazzi per gli achei avanzare e fare strage di romani. Chiunque era in grado di colpire un uomo in fuga. Pi facile che infilzare un pesce in un barile.
Ripiegare!.
Paolo lanci un'occhiata ad Alcimo e Tazio. Sembravano impauriti quanto lui. Nessuno aveva il coraggio di muoversi.
Nevio colp Paolo tra le scapole con il suo bastone di vite. Sei sordo, cazzo? Ti ho dato un ordine!.
Il colpo faceva male. Paolo si volt e inizi a correre, seguito da Alcimo e Tazio.
I primi passi furono i peggiori. Si aspettava di sentire da un momento all'altro il dolore lacerante della lancia achea che avrebbe perforato la cotta di maglia e attraversato la schiena, per spuntargli fuori dal petto.
Non c'era pi alcun tipo di disciplina. I legionari si accalcavano l'uno sull'altro, tagliandosi la strada a vicenda. Scappavano come una mandria di animali deboli e impacciati inseguiti da un leone. Paolo inciamp e per poco non fin a terra. Alcimo doveva aver rinfoderato la spada, perch lo afferr per la cintura e lo aiut a recuperare l'equilibrio.
Era difficile correre trasportando il pesante scudo. Paolo avrebbe voluto gettarlo via, ma era consumato dal timore dell'ira di Nevio. Corona civica o meno, il centurione non l'avrebbe risparmiato. Continu a barcollare con quell'affare enorme che gli appesantiva il braccio e gli sbatteva contro le gambe a ogni passo.
E poi si ritrovarono a correre nel corridoio tra due manipoli di principes. Gli achei non li avevano inseguiti. Paolo era salvo. Per tutti gli di, non sarebbe morto - non adesso, non ancora.
I principes non rivolsero ai compagni nessun rimprovero. Erano pi esperti e conoscevano gi la battaglia. Sapevano cosa stava succedendo. Magari avevano sperato che non ci sarebbe stato bisogno di combattere, ma i volti mostravano che erano pronti al duro compito che si prospettava davanti a loro.
La fuga disordinata rallent. Paolo si guard indietro: le ultime file dei principes si erano gi lanciate in avanti per chiudere gli spazi tra i manipoli e offrire al nemico una nuova linea continua.
Al sicuro per il momento, gli hastati corsero alle spalle dei triarii. Proseguirono per un centinaio di passi dietro la terza linea di veterani. Una parte di Paolo gli url di non fermarsi, e anzi, di continuare a correre fino all'accampamento, fino a Megara. Ovunque ma non l.
Radunarsi agli stendardi!. Paolo non riconobbe il centurione che url il comando. I manipoli di hastati si erano mescolati tra loro.
Paolo vide sulla sinistra il vessillo con l'immagine del lupo del manipolo di Nevio, e lo raggiunse insieme ai suoi amici. Si muovevano a fatica, come vecchi schiavi sfiniti dal lavoro e dalle percosse. Quando arrivarono allo stendardo, Paolo lasci cadere scudo e spada, si pieg in due e vomit. Aveva mangiato quella mattina - erano partiti dal campo non sapendo ancora di dover combattere - ma ora sput solo bile. Gli riemp la bocca di un sapore acido, bruciandogli la gola.
Tazio gli porse una borraccia di vino. Paolo si sciacqu la bocca e sput, poi fece un sorso pi lungo. All'improvviso aveva molta fame. Alcimo gli offr della carne essiccata, e lui la addent come un animale selvatico, ingoiandola quasi senza masticare, come avrebbe fatto Niger alla fattoria.
Le note squillanti delle trombe richiamarono la loro attenzione sul campo di battaglia. I principes stavano per entrare in azione. Due raffiche di pila si abbatterono sugli achei, pi rapide e precise di quelle degli hastati. Gli effetti non furono visibili, perch le schiene dei principes, e le alte piume che sovrastavano i loro elmi, celavano completamente la falange nemica.
In effetti ormai non si vedeva quasi pi nulla. Soffiava ancora una brezza da est, ma si era affievolita. Non disperdeva pi le nuvole di terra; piuttosto, le addensava in lenti ammassi che si muovevano qua e l per il campo. Solo sulla destra, dove il vento arrivava dal golfo di Corinto, si riusciva a distinguere la battaglia in atto. Su quel lato, la fanteria leggera dei due schieramenti era ancora impegnata a tenere in piedi un simulacro di schermaglia. Avendo finito i giavellotti, ogni tanto due o tre uomini si lanciavano in avanti e scagliavano qualche pietra. Era facile evitare quei colpi, e infatti nessuno sembrava versare in particolari difficolt. Sapevano tutti che la battaglia si sarebbe decisa altrove, e non vedevano il motivo di rischiare la vita per nulla.
In piedi, ragazzi. La carneficina non sembrava aver scosso Nevio pi di quanto avrebbe potuto fare un dramma a teatro. Mettetevi in riga.
Ancora sconvolti dall'esperienza appena vissuta, gli hastati iniziarono a raggrupparsi. Nevio fece l'appello. Il centurione non stava consultando un elenco scritto: conosceva i nomi di tutti i suoi centoventi uomini. Sapeva chi aveva partecipato alla battaglia e chi era caduto sul campo. Malgrado la violenza dello scontro, soltanto dieci uomini risultavano assenti - tra i quali tutti e tre i sabini - e appena quattro erano feriti troppo gravemente per continuare a combattere. Questi ultimi furono accompagnati alla postazione di soccorso nelle retrovie.
L davanti, i principes stavano ancora combattendo. Il rumore arrivava stranamente ovattato, come quello di una tempesta lontana. Se non fossero riusciti a rompere la falange, la battaglia sarebbe arrivata ai triarii.
Paolo comprese quello che stava accadendo e fu preso da un altro conato di vomito. Le tre linee della legione romana, con il sistema dei cambi sul campo di battaglia, costituivano una risorsa tattica perfetta per un generale. Se il nemico avesse rotto i ranghi e inseguito i soldati in ritirata, molti legionari, uomini come lo stesso Paolo, sarebbero morti fuggendo. Ma era un prezzo irrisorio da pagare per la vittoria. Il nemico lanciato all'inseguimento si sarebbe tramutato in una folla disordinata di singoli soldati, facili prede per la successiva linea di romani in diligente attesa nei loro manipoli. Al contrario, se il nemico fosse rimasto in linea, come stava accadendo in quel momento, Paolo e i suoi compagni sarebbero stati costretti a tornare a combattere per la seconda volta.
Paolo non era cos sicuro che Nevio, o chi per lui, potesse spingerlo a tornare ancora in mezzo a quella tempesta di lance. Agli inferi tutti i discorsi altisonanti sulla virtus romana, sull'innata virilit dei figli di Romolo! Il coraggio era come il granaio di una fattoria: conteneva solo una determinata quantit di risorse, non di pi. Potevi attingervi di tanto in tanto, ma non c'era modo di rimettervi le scorte dopo averle consumate. Prima o poi si sarebbe svuotato, ma nessuno poteva sapere quando.
Dannazione, mormor Tazio.
I principes stavano rientrando. Gli achei erano riusciti di nuovo a mantenere la disciplina, senza cadere nella trappola dell'inseguimento. I principes ricomposero i loro manipoli di fronte agli hastati, mentre i triarii formarono a loro volta una linea completa.
Se solo la cazzo di cavalleria avesse fatto quello che doveva, disse Tazio. Potevamo aver finito un'ora fa.
Coraggio, ragazzi, rispose Nevio. Non siamo ancora persi.
Ma siamo arrivati ai triarii, riprese Tazio. Era un'espressione proverbiale: il terzo e ultimo lancio di dadi. Tutto o niente.
I triarii erano armati con lance, non giavellotti. Con un urlo di incitamento, abbassarono le loro armi e iniziarono ad avanzare. Il boato dello scontro arriv nelle retrovie come un rombo di tuono.
I triarii sapevano il fatto loro. Erano stati a contatto con l'acciaio nemico gi molte volte. Ma in quel caso erano in netta minoranza, e le loro lance erano molto pi corte di quelle achee. Paolo sapeva che non avevano alcuna possibilit di vincere.
Signore.
Nevio stava studiando la battaglia, battendosi il bastone contro la coscia quasi come se volesse esorcizzare un demone, o scacciare un pensiero indegno.
Signore.
Che cazzo vuoi, Paolo?
Potremmo fare noi quello che non  riuscito alla cavalleria, signore. Agli inferi il granaio vuoto. Era necessario fare qualcosa, altrimenti sarebbero morti tutti su quel campo spazzato dal vento in mezzo a due mari.
Che vuoi dire?
Potremmo condurre i manipoli degli hastati contro il fianco del nemico, sulla destra, signore. Tutti seguiranno l'ordine di un centurione veterano. La fanteria leggera achea non ci rallenter. Il generale stesso ha detto che nessuna falange pu resistere se attaccata sul fianco.
Noi obbediamo agli ordini,  questa la disciplina romana. Non abbandoniamo mai la linea. Per questo vinciamo. Mummio ci ha ordinato di restare qui e combattere.
Ma signore....
Ne sai pi del console, forse?
No, signore, ma con questo polverone il generale non riesce a vedere tutto il fronte, non ha idea di cosa stia succedendo l.
Nevio volt le spalle a Paolo e osserv la linea della battaglia coperta da spessi nuvoloni di terra. I triarii stavano cedendo. Non erano ancora arrivati al punto di voltarsi e fuggire, ma arretravano, passo dopo passo.
E va bene, cazzo!, esclam Nevio. Fianco destro! Formare una colonna!.
Url al centurione del manipolo a sinistra di seguirlo, e di passare l'ordine agli altri.
Era quasi un sollievo poter fare qualcosa, senza restare a guardare, aspettando inermi il proprio destino.
Nevio si avvicin a Paolo. I loro volti si toccavano quasi. Se non funziona e veniamo puniti per aver disobbedito agli ordini abbandonando la linea, mi assicurer che tu sia giustiziato insieme a me.
Prima che Paolo potesse formulare una risposta, Nevio si affrett a prendere il comando della colonna.
A passo rapido, avanzare!.
Non c'era tempo da perdere. I triarii potevano cedere da un momento all'altro. Si lanciarono quasi correndo verso l'acqua azzurra, per poi svoltare a sinistra. Paolo si sentiva eccitato e sfinito allo stesso tempo. Da quell'ultimo sforzo dipendeva tutto.
I velites furono pi che contenti di vederli arrivare, e molti di loro si accodarono alla colonna. Alla fanteria leggera achea bast uno sguardo per capire che sarebbe stato meglio scappare verso sud.
Non fermatevi!, url Nevio. A passo di carica!.
Oltrepassarono la linea di battaglia. Gli achei delle retrovie li osservarono con terrore, mentre quelli nelle prime linee erano troppo impegnati a cercare di sopravvivere.
Fermi!. Erano cos vicini al fianco nemico che se un acheo avesse lanciato un bastoncino in aria a caso avrebbe di sicuro colpito un qualche legionario. Fianco sinistro!.
Paolo sent il petto stretto in una morsa come se qualcuno l'avesse legato con una corda. A ogni respiro gli sembrava di inalare fumo.
Le spade!, grid Nevio. Puntate al volto o all'inguine!.
Paolo si rese conto di non avere l'arma in mano. Doveva averla rinfoderata senza accorgersene. Sguain la lama.
Carica!.
Le file pi esterne degli achei stavano cercando di voltarsi e puntare le lance contro l'inattesa minaccia, ma le loro lunghe aste si incastravano l'una nell'altra.
Paolo scatt insieme agli altri.
Si trov di fronte solo due lance. Le fece impattare sullo scudo, riuscendo a deviarle di lato. Ma una terza punt dritta al suo petto. Paolo ruot su s stesso, ma non riusc ad avanzare oltre.
Una lama si abbatt sulla punta della lancia che lo minacciava, tranciandola. Abbandonando lo scudo, Tazio si tuff in avanti e rotol al di sotto delle lance. Nel rialzarsi, trafisse il nemico pi vicino al basso ventre.
Seguitemi, url Tazio.
Risvegliato da quell'attimo di stordimento, Paolo allontan le altre due lance e si gett nella mischia.
Un acheo moll la lunga asta e cerc di estrarre la spada, ma Paolo gli affond la lama nel volto. Con un colpo di rovescio, poi, trafisse un altro uomo.
Tazio combatteva come se fosse posseduto da un demone. Circondato dai nemici, muoveva la sua spada con furia, pareva quasi che impugnasse una folgore. Paolo prov a raggiungerlo, ma un altro acheo gli tagli la strada. Un paio di fendenti e il minuscolo scudo dell'uomo divent legna da ardere. La decorazione in argento non era servita a molto. Il generale aveva ragione: nella lotta corpo a corpo gli achei erano del tutto indifesi contro le armi dei romani.
L'acheo si arrese, lasciando cadere le armi. Un colpo di Alcimo gli squarci la coscia, e l'uomo cadde sulle ginocchia. Paolo lo uccise con un fendente alla base del collo.
E poi tutto fin. Come un enorme albero scavato dalle termiti, la falange achea collass. L dove un attimo prima c'erano stati uomini in armi, ora c'era solo una folla in preda al panico. Tutti correvano e si ostacolavano a vicenda nella confusione. In migliaia provarono a defluire verso sud, ma trovarono la strada bloccata dai carri con donne e bambini. Sarebbe stato un massacro.
Paolo si ferm, con la testa sgombra da ogni pensiero. Si appoggi alla cima del suo scudo: era l'unico modo di tenersi in piedi. Una ferita alla coscia di cui non si era accorto iniziava a fargli male. Aveva la spada, le mani e le braccia ricoperte di sangue. Allora era questa, la gloria.
Tazio si chin a rovistare nell'armatura dell'uomo che Paolo aveva ucciso.
Quello era mio, disse Paolo.
Troppo tardi, fratello, rispose Tazio. Tu hai una fattoria che ti aspetta, mentre io dovr comprarmene una con l'oro acheo. Ne ho pi bisogno di te.
...
.
...
Capitolo 23.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Il timone era in quercia, il vomere in leccio e la stegola e gli altri componenti in olmo. Paolo stava arando il campo pi in alto, quello sul crinale dall'altro lato del Savuto. Poich il terreno si trovava in collina, Paolo passava l'aratro perpendicolarmente alla linea del crinale, puntando il vomere una volta a monte, una volta a valle. I solchi erano netti e dritti, e le loro file ordinate gli ricordavano quelle della falange achea all'istmo, prima che collassasse nel panico. Quel ricordo non lo turbava. Meglio pensare alla battaglia che a ci che era venuto dopo.
La lama di metallo del vomere urt contro una grossa radice e costrinse i buoi a fermarsi. Li aveva appena comprati: con i loro nove anni erano nel fiore dell'et, gi abituati al giogo e alla reciproca compagnia. Non avrebbero creato problemi azzuffandosi l'uno con l'altro durante il lavoro. Paolo era stato restio a spendere quel denaro. La sua non era parsimonia, pi che altro riluttanza a fornire una conferma alle dicerie riguardanti il suo tesoro nascosto. Dopo la preoccupante conversazione con Fidubio e Vibio durante la battuta di caccia, si era fatto molto sensibile alle storie secondo cui era tornato da Corinto portandosi dietro una vera fortuna.
Afferr la roncola che era appesa alla stegola dell'aratro, si chin e prese a tagliare la radice. Dovette fermarsi due volte per un attacco di tosse: dopo la caccia, si era preso la febbre. Era durata solo quattro giorni, ma gli aveva lasciato una fastidiosa tosse. Rimuovere la radice era faticoso, ma ne valeva certamente la pena: meglio sudare un po' piuttosto che forzare l'aratro, con il rischio di rompere il vomere o stremare i buoi.
Rimise al suo posto la roncola e si ferm ad allungare la schiena dolorante. C'era un vento insistente che arrivava da dietro il crinale, scendendo per la parete rocciosa e attraversando ulivi e viti, per poi spazzare il campo arato. Era talmente freddo da scorticare un bue. Paolo si sfreg le mani per riscaldarle. Aveva lasciato il mantello e la spada nella parte bassa del campo, accanto all'abbeveratoio, pensando che gli sarebbero stati solo d'intralcio. Con questo tempo era meglio sbrigarsi. Raccolse la frusta e le redini, e fece ripartire i buoi.
Solitario, procedeva a passo lento seguendo la coppia di animali, attraversando in un senso e nell'altro la collina sferzata dal vento. Pastor aveva riportato a casa il gregge dalla Sila, per affrontare l'inverno, e Paolo aveva lasciato Eutyche con lui, affinch lo aiutasse a sistemare le pecore nelle stalle. Tutto questo per restare finalmente solo: il ritmo eterno dell'aratro e il profumo intenso e argilloso della terra rivoltata lo aiutavano a pensare.
Forse era stata la debolezza per la febbre appena passata a renderlo pi taciturno del solito con Minado, la sera prima. Ma aveva troppe cose per la testa. Quattro o cinque notti prima un intruso si era presentato alla fattoria. Paolo era stato l'ultimo a lasciare il fienile e il primo a tornarci al mattino. Aveva notato subito che alcuni attrezzi non erano nello stesso posto in cui li aveva lasciati. Non mancava nulla, ma di sicuro qualcuno era stato l. Paolo aveva interrogato Eutyche e Pastor, ma i due affermavano di non aver mai lasciato gli alloggi della servit durante la notte. Non c'era motivo di non credere alle loro parole. Dunque era stato uno sconosciuto a intrufolarsi nella fattoria. Era strano che Niger non avesse abbaiato, ma era ormai vecchio e passava gran parte del tempo a dormire.
Due mattine dopo, Paolo non aveva pi trovato l'amuleto a forma di theta. L'aveva appeso vicino al camino insieme all'armatura. La madre aveva accusato subito la nuova schiava, ma la ragazza negava di aver rubato nulla. Era solo un gingillo di rame, non aveva alcun valore. Certo, poteva averlo perso il giorno prima da qualche parte nei campi, ma Paolo era sicuro che se ne sarebbe accorto, togliendosi la cintura. Da quel momento aveva preso l'abitudine di chiudere a chiave la porta di casa ogni sera.
E poi la notte precedente le Benevole erano tornate. Dopo gli eventi al tempio dell'Eroe non si erano pi fatte vedere, e Paolo aveva osato sperare che, salvando Minado, avesse ottenuto una sorta di redenzione. Quel fragile ottimismo era andato in frantumi quando si era svegliato nel cuore della notte sentendo il loro respiro affannoso e il loro odore di cadavere putrefatto. Le tre sorelle erano ferme nell'oscurit ai piedi del letto. Non gli parlavano, ma sussurravano tra loro. Non riusciva a capire cosa si dicessero, ma il loro atteggiamento era quello di una giuria nell'atto di emettere il verdetto.
Il passato non pu essere cambiato, aveva detto Paolo. Quello che  successo a Corinto non  colpa mia. Non volevo che accadesse. Non merito di essere maledetto.
Le vecchie non avevano risposto, limitandosi a osservarlo con attenzione. E poi erano sparite.
Paolo ferm i buoi e pul il vomere con un bastoncino a cui aveva legato un raschietto.
A volte si chiedeva se non fosse tutto un prodotto della sua mente. Quello che aveva fatto in quell'ultima casa di Corinto aveva forse scardinato qualche delicato meccanismo da cui dipendevano le sue percezioni? Non sarebbe certo stato il primo uomo a impazzire per il senso di colpa. Ercole si era chiuso in una stanza buia evitando ogni contatto con gli uomini, dopo aver gettato i propri figli nel fuoco. Alessandro aveva provato a uccidersi con il digiuno, quando da ubriaco aveva ucciso uno dei suoi amici pi cari.
Paolo controll che i buoi fossero ben legati al giogo. Pi forte era la stretta, meno avrebbe irritato il collo degli animali.
L'esercito macedone aveva pregato e scongiurato Alessandro di mangiare e bere, affinch sopravvivesse per il bene di tutti. L'oracolo di Delfi aveva indicato a Ercole la via per la redenzione. Ma nessun dio o esercito sarebbero intervenuti per Paolo. La salvezza poteva arrivare solo e soltanto da dentro.
Gli animali si stavano avvicinando all'uliveto. Tra un filare e l'altro, Paolo avrebbe seminato il grano. Applic delle museruole di vimini ai buoi per evitare che si fermassero a mangiare le foglie.
La salvezza poteva arrivare solo e soltanto dall'ammissione di ci che aveva fatto.
Paolo fece schioccare la frusta sulle teste dei buoi, che ripartirono tirando l'aratro con la loro enorme forza. Appena l'attrezzo si mise in movimento, un attacco di tosse costrinse Paolo a piegarsi in due.
E gli salv la vita.
La freccia sibil nell'aria proprio dove un attimo prima c'era il suo collo. Pass abbastanza vicina da fargli percepire il leggero spostamento d'aria. Istintivamente, Paolo si lanci sulla destra. Rotol a terra e balz in piedi, frapponendo i buoi tra s stesso e l'assalitore.
Appoggiato alla larga spalla dell'animale pi vicino, si sentiva paralizzato e incredulo: qualcuno stava cercando di ucciderlo. Non a Corinto, ma l, nel suo stesso campo. Non uno straniero, ma un suo concittadino. Una persona che conosceva. Era davvero impensabile.
Ragiona, idiota. Ragiona, o sei morto.
Paolo decise di correre il rischio e gettare un'occhiata oltre la testa della bestia. La freccia era arrivata dalla parte bassa del pendio, vicino a dove aveva lasciato le sue cose. Not qualcosa muoversi accanto al muretto a secco che costituiva il confine del suo terreno.
Se fosse rimasto l, l'arciere non avrebbe dovuto far altro che cambiare posizione. Avrebbe percorso il perimetro del campo fino ad averlo di nuovo sotto tiro. La piantagione era a soli trenta passi da lui, sul fianco della collina.
Paolo scatt. Corse pi veloce che poteva, cercando di tenere sempre i buoi sulla traiettoria tra lui e l'arciere.
Venti passi e avrebbe trovato riparo tra ulivi e viti.
Un'altra freccia. Stavolta di fronte, verso sinistra. Sembrava prendere velocit man mano che si avvicinava. Paolo si lanci a terra, graffiandosi le braccia con le pietre e imbrattandosi il volto di fango.
Prima che la sua mente potesse realizzare che aveva evitato anche la seconda minaccia, Paolo era di nuovo in piedi. Scatt verso destra, ma in questo modo abbandon il riparo fornito dai buoi. Ora entrambi gli arcieri potevano colpirlo. Inizi a procedere a scatti rapidi e imprevedibili, cambiando spesso direzione. A sinistra, poi a destra, poi di nuovo a sinistra: tutto pur di non offrire ai nemici un bersaglio facile.
Pi che vederla, sent arrivare un'altra freccia. Sibil alle sue spalle. Un'altra ancora sfrecci davanti al suo viso.
Dieci passi ai filari di alberi. La terra umida rallentava i suoi movimenti, appesantendo gli stivali. Paolo sent che la fortuna lo stava abbandonando. Si tuff in avanti, atterr rotolando e si precipit nella piantagione a quattro zampe, come un animale.
I filari di ulivi erano piuttosto distanziati tra loro. I graticci delle viti correvano fra un tronco e l'altro, quindi ostacolavano la vista della parte bassa del campo, ma anche osservando dai lati non si scorgeva nient'altro che corridoi di terreno in attesa di essere arati tra i filari.
Paolo irruppe nella prima fila di viti, spezzando i rametti sottili e calpestando le piante. Attravers di corsa il corridoio aperto e si gett nella fila successiva. Avrebbero potuto seguire i suoi spostamenti basandosi soltanto sul rumore. Ma ora la cosa pi importante era avanzare il pi possibile tra gli alberi.
Dopo sette o otto filari, decise di rischiare una corsa di lato nel corridoio vuoto tra le piante. Percorse quaranta passi, poi attravers in modo pi delicato la linea successiva di viti. Respirando con affanno, si accovacci contro il tronco argentato di un vecchio ulivo.
Si volt e gett uno sguardo verso il terreno arato, attraverso il fogliame. I buoi erano impassibili, indifferenti a quello che stava succedendo intorno a loro. Poi Paolo vide ci che si aspettava: il primo arciere stava attraversando il campo. Una figura esile con una tunica scura, gambe e braccia annerite, volto nascosto da una maschera da lupo. Arco alla mano, la freccia gi incoccata, scrutava la piantagione ma avanzava con sicurezza, senza fretta. C'era qualcosa di familiare nel modo in cui camminava, ma non era certo il momento di fermarsi a fare analisi.
L'altro arciere doveva trovarsi da qualche parte sulla destra. Si sarebbe avvicinato in silenzio tra gli alberi, per finire quello che aveva iniziato. Paolo doveva agire subito, finch i due uomini erano separati. Cogliere di sorpresa quello nella piantagione, trasformandolo da predatore a preda. Avvicinarsi tanto da rendergli impossibile usare l'arco, e ucciderlo. Non c'era bisogno di fare un lavoro silenzioso. Una volta che fosse morto, Paolo avrebbe avuto il suo arco. Se la figura sottile nel campo non fosse fuggita, avrebbe potuto abbatterla con una freccia.
Ma Paolo non aveva armi. Neanche un pugnale. Anche quello era rimasto attaccato alla cintura, insieme alla spada. La roncola! Per gli inferi, era proprio un idiota: l'aveva lasciata appesa all'aratro.
Se non poteva combattere, non aveva altra scelta che nascondersi.
Non era facile. In una foresta avrebbe anche potuto mimetizzarsi, ma non tra i filari ordinati della piantagione. Il secondo arciere non doveva far altro che avanzare e controllare attentamente ogni corridoio di terra, e prima o poi avrebbe scovato la sua preda. Non c'era nessun posto dove nascondersi tra gli ulivi, e pi in alto c'era solo la scarpata. Costellata di rovi e ginepri selvatici, non offriva alcun riparo. La pi cupa disperazione lo attanagli: non c'era niente che potesse fare.
I rovi! Ma certo, i rovi sulla roccia che celava l'ingresso del suo nascondiglio d'infanzia. Doveva solo riuscire a raggiungere la piccola apertura senza farsi vedere. Solo lui era a conoscenza di quella minuscola grotta.
Ora Paolo prese a muoversi con maggiore cautela. La grotta era pi in alto, sulla destra. Grazie agli di, era dal lato opposto rispetto all'uomo che stava perlustrando la piantagione. Paolo attravers a passo felpato i corridoi successivi, ogni volta cercando un'apertura tra le viti che gli consentisse di passare senza far rumore. La sua salita era silenziosa, ma maledettamente lenta. Un'ondata di panico lo spinse ad affrettarsi. In qualsiasi momento una freccia avrebbe potuto trafiggerlo alle spalle. Cercando di tenere a bada la paura, continu ad avanzare.
Dopo quella che gli parve un'eternit, raggiunse l'ultimo filare. Era sbucato proprio dove voleva: ai piedi della scarpata, a neanche venti passi dal cespuglio di rovi che nascondeva l'ingresso della caverna. Il pendio non era molto ripido, ma era completamente brullo. E pieno di pietriccio. Paolo esit nell'agonia dell'indecisione. Correre sulle pietre rischiando di farsi sentire, o camminare lentamente con il rischio di essere visto?
Da qualche parte dietro di lui, abbastanza vicino, arriv il rumore di un ramo spezzato.
Paolo si arrampic in fretta, facendo attenzione a dove metteva i piedi.
Non sent grida di allarme.
Lo spazio tra i rovi e la roccia era pi stretto di quanto ricordasse. I cespugli erano cresciuti, oppure era lui a essere pi massiccio. Con un braccio scost i rametti sottili, mentre le spine gli graffiavano la pelle. Si infil di lato proteggendosi il volto con l'altro braccio, fino all'entrata. Era poco pi larga delle sue spalle. Strisci nel buio contorcendosi a fatica.
La piccola grotta era inclinata verso l'alto, e si allungava per non pi di otto piedi dentro la collina. Non c'era spazio per voltarsi. Paolo si incune pi a fondo che pot, e pieg le gambe.
Ora non c'era altro da fare che attendere. Pregare non avrebbe avuto senso: gli di non ascoltavano quelli come lui. Ed era estremamente improbabile che uno dei contadini dei terreni vicini passasse di l proprio in quel momento.
I suoi occhi si abituarono presto al buio, mentre il suo corpo bloccava gran parte della luce dell'entrata. Scopr cos con meraviglia le piccole tracce della sua infanzia. Il suo nome graffiato sulla parete, con le lettere appena pi chiare della roccia intorno. Un soldatino rozzamente intagliato nel legno. L'aveva tracciato con le sue stesse mani, un'immagine dell'uomo che aveva sempre desiderato diventare. E c'era riuscito: ora era quell'uomo, e non ne aveva ottenuto niente di buono, se non un po' di ricchezza. Eccolo ancora l, a nascondersi nell'oscurit, come il bambino di un tempo. Solo che stavolta non stava scappando dai rimproveri del padre e dalle frustate della sua cintura, ma da qualcosa di molto peggio. Non c'era via d'uscita: se l'avessero trovato, l'avrebbero trascinato fuori per i piedi e massacrato.
Paolo sent le pietre calpestate dagli stivali. A ogni passo scendeva a valle una piccola cascata di sassolini. Si stavano avvicinando. Forse avevano notato la sua corsa precipitosa verso la grotta?
Lo scricchiolio delle pietruzze calpestate. I passi, sempre pi vicini.
Paolo trattenne il respiro.
I rumori si placarono proprio accanto ai rovi.
Si sent pizzicare le braccia l dove le spine le avevano graffiate. Per gli di, aveva forse lasciato del sangue sul cespuglio? E se se ne fossero accorti?
Paolo allung il collo. Dietro i rovi riusciva a scorgere un paio di stivali: l'uomo era fermo proprio l davanti. Erano stivali solidi, da contadino. La figura era cos vicina che Paolo poteva sentire i suoi odori: quello selvatico della pelle di lupo e del sudore umano, e quello pi dolce della cannella e della lavanda.
A un tratto Paolo sent il disperato bisogno di tossire. Prov a reprimerlo, ma non fece che peggiorare le cose. Allora spinse la bocca contro il gomito, prendendo corti respiri con il naso. Da un istante all'altro avrebbe ceduto.
Poi, come per un miracolo, gli stivali si allontanarono. Dimenticando il bisogno di tossire, Paolo rest immobile nella sua tana e tese l'orecchio ai passi sempre pi distanti.
Dopo un po' non ci fu pi alcun rumore. Ma tutto ci che poteva fare era continuare ad aspettare.
...
.
...
Capitolo 24.
...
.
...
Militia.
...
.
...
Un anno prima. Anno 608 Ab Urbe Condita, (146 avanti Cristo).
...
.
...
La vendetta era un dovere sacro. Andava annunciata e proclamata in pubblico. Roma non si sarebbe mai sottratta a questo dovere. Qualunque dimostrazione di compassione sarebbe stata interpretata come un segno di debolezza. Avrebbe incoraggiato i nemici e indebolito l'Urbe stessa. Anche dopo il sanguinoso sacco di Corinto, andava inflitta una punizione ancora pi severa.
Dis Pater, Veiovis, Manes, o qualunque sia il vostro vero nome, possiate voi inondare di terrore la citt di Corinto. Che le genti che hanno dimora in questo luogo, e nei suoi campi, possano essere privati per sempre della luce dei cieli.
Paolo osserv il console Mummio pronunciare la maledizione verso coloro che erano stati catturati dopo la caduta di Corinto. I sopravvissuti erano stati raggruppati fuori citt, tra le lunghe mura che portavano al porto del Lecheo. Malgrado la carneficina, erano ancora migliaia. Venivano da tutto il Peloponneso, poich Corinto era stata la capitale della Lega Achea. I prigionieri erano circondati da soldati. Altri legionari si erano infiltrati nella folla, ma erano stati subito notati. I prigionieri, terrorizzati, si stringevano l'uno all'altro, uomini, donne e bambini insieme.
Possiate voi giudicare questa citt e i suoi campi, e maledire e aborrire i suoi cittadini per il resto della loro vita, allo stesso modo in cui in ogni tempo furono maledetti e aborriti i nostri nemici.
In molti videro approssimarsi la fine e si abbandonarono a un debole pianto.
Invoco te, Madre Terra, e te, Giove, come testimoni.
Quando Mummio nomin la Terra, tocc il suolo con le mani; invocando Giove, sollev le braccia al cielo; prestando il giuramento, si port le mani al petto.
Completato il rituale, Mummio guard la folla di prigionieri senza tradire emozioni.
Le vostre vite appartengono a noi, in base alle leggi eterne della guerra. Ma la clemenza di Roma non conosce confini. Solo i pi colpevoli tra voi subiranno la nostra ira.
I lamenti cessarono.
Mezzo secolo fa, il generale romano Tito Quinzio Flaminino si present a voi proclamando la libert della Grecia. Voi e i vostri padri lo avete ripagato con complotti e tradimenti. Violando i patti, avete dichiarato una guerra ingiusta a un nostro fedele alleato, Sparta. Nonostante le vostre colpe, sono qui per riaffermare quanto disse Flaminino: siete tutti liberi!.
Ci fu un silenzio incredulo. Prima che venisse interrotto, Mummio prosegu. Tranne gli schiavi che sono stati a torto liberati soltanto per impugnare le armi contro Roma, e che torneranno in catene. Non ci sar alcuna piet per coloro che hanno portato alla rovina tutti gli altri con la loro follia maligna. I capi della Lega Achea saranno giustiziati. Poich la citt di Corinto  stata la radice di tutti i mali, i suoi cittadini e le loro famiglie saranno venduti come schiavi.
Un sussulto percorse la folla: le speranze di migliaia di persone erano appena andate in frantumi.
Chi tra voi ha ricevuto il perdono di Roma ha ora l'occasione di dare prova del proprio pentimento, consegnando i malfattori alle nostre truppe.
Coloro che erano stati risparmiati fecero a gara per dimostrare la loro ritrovata lealt verso Roma.
E questo, pens Paolo,  un ottimo modo per separare il grano dal loglio.
Oh tre fiate fortunati e quattro, cui perir fu concesso innanzi a Troia. Il bambino che url i versi dell'Odissea era in braccio a un uomo dall'aspetto rude, che teneva per mano la moglie.
Mummio sorrise. Noi romani non siamo barbari. Omero era il poeta divino. Liberate quel bambino e la sua famiglia.
I capricci di un conquistatore.
Tutti i profughi erano fuggiti ai quattro angoli del Peloponneso. Gli abitanti di Corinto e le rispettive famiglie, tranne il bambino che aveva citato l'Odissea e i suoi cari, erano stati venduti. Dovunque ci fosse un esercito in armi - uno che non fosse stato sconfitto - c'erano anche mercanti di schiavi, come zecche su un cane randagio. Il mercato era stato invaso da un tale numero di uomini, donne e bambini che i prezzi erano crollati. Con poche monete ci si poteva aggiudicare un'intera famiglia. Ne bastava solo qualcuna in pi per portarsi a letto un bel ragazzo o una fanciulla attraente.
Corinto era deserta e priva di difese. Abbattere le sue mura non era stata impresa semplice, ma larghi tratti erano ormai in macerie. Ora era il turno degli edifici e di ci che contenevano. Le statue e i dipinti che erano scampati al saccheggio perch troppo pesanti o ingombranti furono ammassati come bottino. Le opere d'arte minori sarebbero andate al re di Pergamo, alleato di Roma, mentre le pi belle erano destinate al console. Ma Mummio era un uomo modesto e virtuoso. Nessuno di quegli oggetti preziosi sarebbe finito in mostra nella sua casa, ma sarebbe stato donato a qualche tempio o inviato alle comunit pi meritevoli in Italia e in Grecia. Modesto e virtuoso, certo, ma pur sempre uomo di grande ambizione: un gesto eclatante di piet era un ottimo modo per accrescere la reputazione di un politico, e i regali mandati in ogni angolo del mondo gli sarebbero valsi nuovi agganci. Forse la rinuncia a quei capolavori artistici non si sarebbe rivelata poi una grande perdita per il console. Correva voce, infatti, che nei contratti di spedizione Mummio avesse voluto inserire delle clausole in base alle quali qualunque opera danneggiata o andata persa durante il trasporto dovesse essere sostituita.
Paolo non sapeva se prestare fede alle dicerie. Con l'aiuto di una carrucola, avevano appena finito di caricare su un carro l'ultima statua proveniente dal tempio di Apollo. Paolo aveva aiutato i suoi nuovi compagni di tenda. Lavorava insieme a loro, ma non si era inserito nella ristretta cerchia dei commilitoni. Tutti i suoi vecchi compagni non c'erano pi, e Nevio lo aveva assegnato a una tenda che aveva avuto una sola vittima. I membri del suo nuovo gruppo lo trattavano con rispetto, ma mantenevano le distanze: per l'ammirazione destata dalla corona civica, s, ma soprattutto per l'alone di sfortuna che circondava un soldato che avesse perso tutti i compagni. E poi c'era la questione della scomparsa di Tazio e Alcimo. Tre uomini erano partiti insieme per saccheggiare la citt, ma solo uno aveva fatto ritorno, nelle strade in fiamme. Per di pi, portando due sacchi carichi di bottino.
Se non altro, Paolo veniva servito alla perfezione. Oniro, il servo di campo bruzio, si era fatto carico di curare solo i suoi bisogni. Quando gli altri membri della tenda avevano proposto che Oniro aiutasse il loro servo, il ragazzo aveva rifiutato categoricamente. Avrebbe preso in considerazione l'idea di cucinare per loro e lucidare le loro armi solo se si fossero aggiudicati una corona civica.
Malgrado la vicinanza, Paolo e Oniro non legarono molto. Paolo era gentile e aveva donato al bruzio una parte generosa di bottino, e Oniro gli era grato e svolgeva diligentemente le sue mansioni. Eppure il misterioso destino di Tazio e Alcimo incombeva su di loro e impediva una vera intimit.
La guerra era finita e la stabilizzazione della Grecia procedeva spedita. Era cos che l'aveva definita Mummio: stabilizzazione. I greci avrebbero scelto un termine di maggior effetto. Il territorio di Corinto era stato affidato alla vicina citt di Sicione. Ma non era un regalo: tutta la zona era stata dichiarata propriet di Roma. Il popolo di Sicione avrebbe pagato un dazio annuale. Anche a Tebe e Calcide, le due citt al di fuori del Peloponneso che avevano sostenuto gli achei, furono abbattute le mura. Per prevenire ogni atto di ribellione, o qualsiasi tentativo di sottrarsi allo sguardo benevolo di Roma, tutte le citt greche vennero disarmate. Cos come la Lega Achea, vennero sciolte le antiche confederazione di focesi e beoti. In diverse citt furono modificate le costituzioni. Roma non si fidava delle democrazie: era troppo facile per i demagoghi convertire la popolazione meno abbiente in una massa violenta di insoddisfatti. I poveri erano facilmente manipolabili e pensavano soltanto all'interesse immediato. Molto meglio un'oligarchia di ricchi, per governare una citt. Chi pi possedeva era pi incline a mostrare prudenza. Con ogni probabilit, coloro che avevano molto da perdere avrebbero obbedito al volere di Roma, soprattutto se fossero stati proprio i romani a metterli in posizioni di potere. Uomini del genere, ricchi e acculturati, avrebbero capito i bisogni di Roma: se avessero fatto il loro dovere, la repubblica li avrebbe ricompensati lasciandoli governare sui loro concittadini.
La giusta causa della guerra non era stata dimenticata. Nessuno doveva pensare che Roma avesse combattuto per il proprio interesse, o per espandere i suoi confini. Agli achei era stato imposto di ripagare Sparta con duecento talenti. Per mettere insieme una cifra del genere ci sarebbero volute diverse vite, ma non aveva importanza. Per evitare che gli spartani si montassero troppo la testa, la richiesta che il tempio di Diana, insieme ai terreni circostanti, fosse loro restituito dalla vicina citt di Messene venne respinta. La Grecia sarebbe stata amministrata dal governatore romano di Macedonia, e Sparta e le altre citt greche avrebbero dovuto accettare la loro nuova condizione: erano ormai alla periferia del potere.
Tutto si svolse secondo le leggi di Roma. Mummio fu coadiuvato da una commissione di altri dieci senatori. Tra i quali - coincidenza davvero fortunosa - figurava anche il padre di Mummio stesso.
Bene, disse Nevio, andiamo a prendere la statua in quella casa.
Passarono di fianco alla sto che conteneva l'arsenale acheo. Tutte le armi e le armature erano gi state rimosse. Non restava nulla del materiale bellico dei greci, tranne le grandi piramidi di massi destinati ai macchinari di guerra, che erano state ritenute troppo pesanti e di scarso valore.
Questo quartiere di Corinto era scampato all'incendio. La casa era proprio come Paolo la ricordava dall'anno precedente. L'arco di ingresso senza porta, dal quale si poteva vedere l'atrio interno, non era cambiato. Paolo ripens alla folla inferocita, all'ambasceria schiacciata contro il muro pi lontano e difesa con gli scudi serrati, al vecchio sgozzato ai piedi della statua e al cervello del bambino in poltiglia che colava dalla parete.
La statua era ancora sul suo piedistallo, al centro dell'atrio. L'immagine marmorea di Filopemene non aveva riportato un solo graffio. Il vecchio generale acheo avanzava ancora verso l'ingresso in posa marziale.
Aspettate. Un giovane tribuno militare li aveva seguiti.
Avevano appena finito di stringere le funi intorno alla statua, e sembrava quasi che la stessero linciando.
Il console ha ordinato di lasciare in piedi tutte le statue di Filopemene.
Abbiamo l'ordine di rimuoverle, signore, rispose Nevio.
I vostri ordini sono cambiati.
Perch?
Questo non vi riguarda. Dopo la brusca risposta, prevalsero le buone maniere di intere generazioni di educazione senatoriale. Polibio, lo storico acheo, ha persuaso il console. Filopemene  noto come l'ultimo dei greci, e Polibio  un amico fidato di Mummio, nonch di Scipione l'Emiliano, il conquistatore di Cartagine.
Qual  il prossimo edificio da controllare, signore?
Fate rapporto a Lucio Aurelio Oreste, al campo. Il legato desidera affidare un compito speciale al vostro manipolo.
La vendetta  un dovere, disse Oreste. Dieo  ancora vivo.  scappato dall'istmo e non  stato trovato n tra i cadaveri n tra i prigionieri qui a Corinto.
Gran parte della citt  stata divorata dalle fiamme, intervenne Nevio. Ci sono molti morti ancora sotto le macerie.
L'ultima volta che  stato visto si trovava sull'Acrocorinto, e l le fiamme non sono arrivate. La sua patria  Megalopoli, in Arcadia. Il tuo manipolo sar la mia scorta.
Le campagne sono ancora instabili, signore.
Un manipolo dovrebbe bastare per difenderci. Portare pi uomini darebbe l'impressione che non ci sentiamo sicuri.
Oreste sembrava pensieroso, come se si sentisse in dovere di fornire ulteriori spiegazioni. Dieo  stato uno degli istigatori della rivolta. Ogni nemico di Roma deve essere eliminato.  necessario catturare il generale degli achei e far s che cammini in catene tra le strade di Roma dietro il carro di Mummio, durante il corteo trionfale. Dopodich pagher per i propri crimini.
Quando si parte, signore?
Alle prime luci dell'alba.
La marcia dur cinque giorni. Si spinsero a sud di Corinto tra colline pallide e grigiastre. All'orizzonte, miriadi di creste azzurrine di monti lontani. Attraversarono Nemea, e al secondo giorno arrivarono nella verde piana di Argo. Si accamparono poco distante dal mare, in un luogo chiamato Lerna. La mattina successiva seguirono verso ovest la vallata di un fiume, le cui pareti svettavano come mura ciclopiche. Pi avanti la strada si inerpicava sulle alture, aprendo ampie vedute sul mare e sui monti oltre il golfo di Argo. Giunsero all'altopiano dove sorgeva la citt di Tegea. Dopo aver toccato le sorgenti dell'Elissone nella successiva serie di montagne, la strada seguiva il fiume gi fino a Megalopoli.
Nemea, Argo, Tegea: erano tutti luoghi ben noti a Paolo dai tempi della scuola e delle letture di Erodoto e Tucidide. Nella realt sembravano piuttosto anonimi e dimessi, come se Corinto avesse risucchiato tutta la ricchezza dall'intero Peloponneso.
Le tappe della marcia erano lunghe e la strada difficile, ma i legionari erano stati abituati alla fatica dalla campagna militare. Gli abitanti locali erano diffidenti, ma non apertamente ostili. All'arrivo dei romani, i fattori portavano via le greggi nei pascoli sulle colline, ma era ci che qualunque contadino dotato di un minimo di cervello avrebbe fatto, vedendo avvicinarsi dei soldati. Nelle citt, i notabili del luogo, discendenti dei fieri argivi e tegeati della storia, facevano a gara nell'offrire doni e alloggi. Non avevano pi parole per condannare gli scellerati capi della lega. Ovviamente nessuno di loro aveva mai appoggiato le politiche di Critolao o Dieo. Alcuni ammettevano di aver visto Dieo darsela a gambe passando per la loro citt, mentre il silenzio di altri sollevava pi di qualche dubbio sulle loro professioni di fede al nuovo ordine romano.
Il fiume Elissone divideva Megalopoli in due. Gli edifici pubblici erano sulla sponda nord. I consiglieri cittadini erano usciti dalle loro sedi e aspettavano nella piazza del mercato. Accolsero calorosamente Oreste. Il legato ascolt con educazione i lunghi discorsi, non lasciando mai trapelare i suoi dubbi sulla sincerit dei loro sentimenti. Le orazioni erano recitate nell'antico greco attico. Era la lingua di Demostene e Platone, la stessa che il maestro a Temesa aveva inculcato a Paolo a suon di botte. Un segno distintivo delle persone colte. Paolo si chiese se la folla di contadini che indugiava nella piazza capisse qualcosa. Dopo un po' smise di prestare ascolto agli elaborati artifici retorici degli oratori.
Alla fine fu il turno di Oreste. Anche lui parl nell'antico idioma della filosofia. Gli achei erano stati presi da una smania o dalla follia, avventurandosi su un sentiero di sventura a causa dei demoni malvagi che li avevano guidati. Solo i colpevoli dovevano temere per la loro sorte. Dove si trovava Dieo?
Ogni ampollosit fu abbandonata all'istante, e ognuno si affrett a rivelare il nascondiglio del loro concittadino. Urlavano l'uno sull'altro, e un paio di loro, invasati dal fervore, si abbandonarono perfino al linguaggio del volgo, tra insulti e rozzi improperi. Il traditore era tornato, ma tutta Megalopoli l'aveva evitato. Nessuno avrebbe osato parlare con l'uomo che aveva portato la rovina nelle case dei greci. Dieo era scappato nella sua propriet di campagna, poco lontano verso sud-ovest, sulla strada per Messene. Impossibile non trovare la dimora: si ergeva solitaria accanto al santuario delle Manie e al tumulo di Oreste, lo sfortunato omonimo del legato. Fornirono ogni minimo dettaglio che potesse essere utile a localizzare Dieo, proponendosi tutti di fare da guida a Oreste, il quale per rifiut la gentile offerta. Un solo consigliere sarebbe stato sufficiente a indicare la strada.
Prima di ripartire, ai legionari fu concesso un pranzo veloce con un sorso di vino e una fetta di pane e formaggio.
La casa si trovava a poco pi di un miglio dalla citt. Era squadrata e solida, del tutto priva di decorazioni. Aveva solo due porte, entrambe serrate. Le finestre erano pi in alto, sbarrate anch'esse. Non c'erano segni di vita. Oreste ordin ai legionari di circondare l'edificio.
Bussare alla porta non sarebbe stato degno di un legato di Roma, perci il compito fu affidato a Nevio.
Apri, in nome di Roma!. Il centurione us l'elsa della spada per battere sulle assi della porta.
Non ci fu risposta.
Faceva molto caldo, soprattutto per chi doveva stare fermo sotto il sole cocente con l'armatura. Le rondini volteggiavano nel cielo, mentre fra i cespugli ai lati della strada le cicale lanciavano i loro richiami. Si alz un odore di legna bruciata.
Apri la porta o dovremo sfondarla!.
Pi facile a dirsi che a farsi. La porta era spessa e fasciata in ferro. Intorno non c'erano alberi adatti a fungere da ariete.
Poco distante dalla casa, sul lato sinistro della strada, si trovava il santuario delle Manie. Alle sue spalle, un cumulo di terra culminava in un grosso dito di pietra. Manie era un altro nome delle Furie, ovvero le Benevole. Dopo che Oreste aveva ucciso la madre, le Manie lo avevano inseguito fino a l. In quel punto, cedendo alla follia, Oreste si era strappato a morsi un dito. Il dolore l'aveva aiutato un po' a tornare in s. Le vecchie non gli erano pi apparse vestite del nero degli inferi, ma avvolte nel bianco degli di dell'Olimpo. Una magra consolazione, in cambio della perdita di un dito.
Dovremo mandare una squadra a cercare un ariete, signore. A meno che non usiamo una trave del santuario.
Non sarebbe una scelta saggia, centurione, soprattutto dato il mio cognome.
Guardate!.
Dieo era comparso sul tetto piatto dell'edificio. C'era una donna con lui, che si stringeva le braccia al petto talmente forte da dare l'idea che sarebbe potuta collassare se solo avesse allentato la presa. Dieo indossava gli stessi abiti di quando aveva affrontato l'ambasceria romana a Corinto, l'anno prima: mantello alla greca e tunica immacolata. Anche ora aveva assunto una posa dignitosa, con il braccio destro sul petto e la mano nascosta nelle pieghe della stoffa. Ma si muoveva in modo insolito, come se le articolazioni non rispondessero del tutto ai suoi comandi.
Arrenditi!, ordin Oreste.
Dieo raddrizz la schiena. Cos potrete mettermi in catene e darmi in pasto alla feccia di Roma? Per poi strangolarmi in una stanza buia?
Arrenditi, Dieo!, url la guida. Pensa ai tuoi concittadini. Non evocare la furia di Roma su Megalopoli.
Dieo fece un gesto di disprezzo. Filopemene era davvero l'ultimo dei greci. Neppure lui sarebbe riuscito a unirci. Ogni citt greca pensa solo a s, al suo immediato guadagno o alla sua sicurezza momentanea.  stata questa debolezza a condannarci. Ci ha portato prima alla dominazione macedone, e ora alla schiavit romana.
Il senato decider il tuo destino, disse Oreste.
Quegli stessi uomini che hanno ordinato la distruzione di Corinto, di Cartagine, di centinaia di altre citt? Romolo fu allattato da una lupa. Il suo latte scorre nel vostro sangue. Non siete meglio di bestie feroci.  l'avidit a spingervi a violentare il mondo intero. Nessun popolo, nemmeno il pi povero, pu sfuggire alla vostra cupidigia. Nessun villaggio isolato o montagna remota sar mai al sicuro dalle vostre brame.
Gli di sanno bene che Roma combatte soltanto per difendere s stessa e i suoi alleati, rispose Oreste. La vittoria  la dimostrazione che le nostre guerre sono giuste.
Gli di sono lontani e non si curano degli uomini, disse Oreste. Usate il loro nome per mascherare la vostra malvagit. Non vi interessa nulla di Sparta, avete stretto un accordo con loro soltanto per avere una scusa per sottomettere la Grecia. La nostra libert era un affronto al vostro orgoglio, la ricchezza di Corinto una preda troppo appetibile. Tu stesso, romano dal nome infausto, hai posto condizioni che sapevi bene che non potevamo accettare. Ci hai costretti alla guerra.
Signore, disse Paolo a bassa voce. Dai cardini della porta si levavano sbuffi di fumo. La casa sta andando a fuoco.
Dieo, questa  follia, url Oreste. Vuoi che tua moglie venga bruciata viva?
Meglio che abbandonarla agli oltraggi dei tuoi soldati e alla schiavit.
Hai la mia parola, nessuno le far del male.
La tua parola non vale nulla.
Il fumo ora saliva dal camino, formando spirali sul tetto stesso.
In nome degli di, lasciala andare!, disse Oreste.
Dieo lo ignor e si rivolse ai soldati. Voi legionari siete degli stolti. Le ricchezze di ogni continente confluiscono a Roma. Quanti di voi ne vedranno anche solo una parte? Finiranno nei forzieri dei senatori e dei loro potenti amici. Voi non fate altre che combattere e morire per far arricchire i senatori. Mentre siete in guerra le vostre fattorie vanno in rovina, le vostre famiglie vengono allontanate, le vostre terre confiscate. Gli stessi comandanti che avete servito vi ruberanno la terra. State combattendo soltanto per diventare pi poveri.
All'interno della casa qualcosa croll, producendo un boato. Sul parapetto comparvero le prime fiamme.
Sei ancora in tempo, disse Oreste.
No, il tempo  finito. Ho bevuto la cicuta quando vi ho visti arrivare.
Dieo si volt verso la moglie, che non sussult ma si offr docile come una giovenca all'altare. L'uomo la prese tra le braccia e le baci la fronte. E in un attimo estrasse un pugnale e le trafisse il petto. Lei si accasci sul marito, e insieme avanzarono piano verso le fiamme. Un istante dopo, la donna non c'era pi.
Sconfitto e ricoperto di sangue, Dieo si rivolse per l'ultima volta ai nemici:
Verr giorno che il sacro iliaco muro
E Priamo e tutta la sua gente cada
C'era una certa dignit in quel volto dalle guance pesanti e in quella testa calva, mentre recitava i versi di Omero.
Maledico fino all'ultimo di voi, figli di Roma. Possa la terra poggiarsi lieve su di voi, affinch i cani siano in grado di trovarvi e dilaniare i vostri resti. E poi si volt e si tuff nelle fiamme.
...
.
...
Capitolo 25.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Dopo che i passi si furono allontanati, Paolo non pot far altro che attendere. La grotta era minuscola, e lui si sentiva allo stremo, assediato dai crampi e dal freddo. Tremava, si stringeva le braccia al petto e si mordeva le nocche per cercare di non sbattere i denti. A volte non riusciva a trattenere un attacco di tosse, e sebbene provasse ad attutire il rumore, era comunque terrorizzato. I nemici erano ancora nei paraggi? L'avevano sentito? In ogni momento potevano venire a trascinarlo fuori, come un ratto da un buco nel muro, e massacrarlo. Rest in ascolto, l'orecchio teso. Ma non sentiva pi nulla, a parte il vento che sibilava tra gli ulivi e il lamento lontano della coppia di buoi. Ancora legati al giogo con le museruole, dovevano ormai avere molta fame e sete.
Paolo immagin il pugnale avvicinato al suo volto, l'agonia mentre la punta gli cavava dall'orbita la sfera molle dell'occhio. Prima uno, poi l'altro, e infine l'oscurit colmata dalle urla di dolore. La bocca aperta a forza, le rozze dita che gli estraevano la lingua, la lama seghettata che la tagliava. Il suo stesso sangue a inondargli la gola, soffocandolo. Poi ancora mani ad afferrargli il pene e una lama a completare l'opera.
L'avrebbero mutilato mentre era ancora vivo? Aveva visto cosa avevano fatto a Irzio e Iunio. Se l'erano presa comoda, gustandosi ogni momento di tortura. Ma Paolo era un veterano abituato a combattere. Finch fosse stato vivo avrebbe costituito una minaccia, anche da solo e disarmato, perfino ferito o legato. E anzi, non si sarebbe fatto legare. Di sicuro sapevano che aveva gi ucciso e che non avrebbe avuto scrupoli a farlo di nuovo. Non si trattava solo dei banditi sulla Sila: non ci si guadagna una corona civica senza spargere sangue. Sarebbero stati cauti, non avrebbero rischiato una lenta tortura. La sua sarebbe stata una morte rapida.
Erano in due, e traevano piacere da quello che facevano. Fin dall'inizio, Paolo non aveva mai creduto che le uccisioni fossero opera dell'Eroe di Temesa. Sapeva bene cosa significava essere perseguitato, gliel'avevano insegnato le Benevole. No, i due omicidi non erano stati perpetrati da un demone, bens da uomini. All'inizio, vedendo i resti profanati di Iunio, aveva pensato che potesse essere stato un predone, un uomo solo spinto alla follia da solitudine e disperazione, in cerca di una distorta vendetta sul mondo crudele. Ma poi aveva scoperto che i banditi vivevano in una sorta di comunit, nei boschi. E quelli catturati alla Roccia di Sangue non sapevano nulla di cadaveri mutilati. Poi aveva capito che i responsabili erano due persone: un uomo solo non sarebbe riuscito a gettare Irzio nel calderone di pece bollente. Aveva visto due figure fuggire nell'ombra dal tempio di Polite, e ora quei due uomini volevano ucciderlo. Era del tutto improbabile che si trattasse di due sconosciuti uniti da un desiderio immotivato di infliggere sofferenze e morte, ritrovatisi per caso in una citt piccola come Temesa. I pazzi non amano agire in coppia, come docili buoi. I pazzi non pianificano agguati per poi eseguirli alla perfezione.
Entrambe le vittime erano cittadini romani. I bruzi avevano ragioni pi che sufficienti per bramare la vendetta sui conquistatori. I loro nonni erano stati massacrati, le loro nonne stuprate e ridotte in schiavit. I romani avevano confiscato le terre migliori e ora occupavano le fattorie che erano appartenute alle loro famiglie per intere generazioni. I bruzi erano dei rinnegati nella loro stessa terra. S, ragioni pi che sufficienti. Ma i due uomini erano venuti al tempio per uccidere Minado, e la ragazza era una bruzia. Non si trattava di loro, dunque. Eppure Paolo era convinto che le vittime non fossero state scelte in maniera casuale. Erano delitti pianificati per diffondere paura. Il movente andava cercato scavando a fondo nelle crepe della comunit di Temesa, una citt molto piccola in cui i poveri odiavano i ricchi e i ricchi disprezzavano i poveri, e una banale antipatia non di rado poteva trasformarsi in odio profondo. Paolo aveva dei sospetti, ma non poteva provarli.
Finalmente la luce dall'esterno inizi ad attenuarsi. Paolo doveva andarsene da l, eppure riusc a muovere il primo passo solo chiamando a raccolta tutta la sua forza di volont. All'improvviso quella piccola fessura nella roccia gli sembrava un rifugio sicuro e difficile da abbandonare. Come un animale impaurito, non voleva uscire dalla tana.
Comportati da uomo. Di nuovo, non era sicuro di non esserselo detto ad alta voce. Le interminabili ore di apprensione e sconforto cominciavano a farsi sentire.
Scivol fuori dal nascondiglio tremando a ogni minimo rumore. Senza fermarsi, si fece strada tra i rovi e si precipit gi per il pendio fino ai primi alberi.
Di nuovo al riparo, si appoggi alla corteccia di un ulivo. Era buio. C'era la luna calante, ma era oscurata dalle nuvole nere che arrivavano dal mare, poco lontano ma invisibile da l. Rest in ascolto con attenzione. Solo deboli suoni, i normali rumori notturni prodotti dagli animali che uscivano per nutrirsi o cacciare. Al verso di un gufo rispose un altro animale, in lontananza. Di tanto in tanto uno dei buoi lanciava un muggito sconfortato, senza troppe speranze di essere soccorso. Niente che non appartenesse alla pacifica musica della notte.
Paolo aveva dolori ovunque, e prov con cautela a stiracchiare le gambe, la schiena e il collo. Ogni minimo movimento gli causava una stilettata di pura sofferenza, e si sentiva intontito dalla fame e dall'ansia. Avrebbe sopportato un altro combattimento? Non aveva senso restare l. Doveva affrontare qualsiasi cosa si celasse nell'oscurit.
Guizz silenzioso tra un albero e l'altro, fermandosi sotto i rami pi grossi e puntando occhi e orecchie nel buio. Come aveva detto il capo dei banditi alla Roccia di Sangue? Ogni notte doveva essere cos per il re-schiavo di Nemi, sempre in allerta, sempre in attesa che un servo in fuga come lui arrivasse di soppiatto per ucciderlo e prendere il suo posto. Ogni notte doveva portare soltanto terrore.
Paolo avanz nella piantagione, poi costeggi il muro a secco lungo il torrente. Il suo primo pensiero fu quello di recuperare la cintura con la spada, accanto all'abbeveratoio per i buoi. Ma avvicinandosi realizz quanto fosse pericolosa quell'idea. L'arciere pi esile si era appostato non lontano da l, e di sicuro doveva aver notato la sua spada lasciata incustodita. C'era una luce appena sufficiente per prendere la mira. Se Paolo avesse voluto tendere un'imboscata a un nemico, avrebbe scelto esattamente quel punto. Si aspetta la preda dove si sa che prima o poi dovr passare, proprio come fa il cacciatore quando si apposta nei pressi di una sorgente.
Quando arriv a una trentina di passi di distanza, Paolo si appiatt al suolo per esaminare meglio l'area: nessun rumore, nessun movimento, nessun odore sospetto. Erano passate diverse ore dall'agguato. Magari erano andati via, abbandonando o almeno rimandando i loro propositi. In una cittadina come Temesa, tutti sapevano tutto degli altri. Non era facile per un uomo assentarsi dal posto in cui era atteso durante la giornata senza destare commenti e sospetti.
Paolo pens alla sua fattoria. La madre e i servi lo attendevano prima del tramonto. Da quanto tempo era scesa la notte? I buoi dovevano mangiare e bere, e andavano riportati alle stalle. Forse proprio in quel momento Eutyche e Pastor stavano passando il fiume e risalendo la collina, ignari del pericolo.
Questi pensieri lo spronarono ad agire. Copr di corsa l'ultimo tratto, afferr spada e cintura e si tuff in un piccolo avvallamento del terreno pochi passi pi indietro. Nessuna freccia sibil nella notte, nessun nemico emerse dall'oscurit.
Uno dei buoi lanci un richiamo disperato. Sarebbe stato crudele lasciarli l, ma erano in campo aperto nel terreno arato, e Paolo non poteva sapere se anche il lato est della propriet fosse sicuro. Fu pervaso da un certo fatalismo. Nevio gli aveva raccontato che capita spesso, ai soldati che hanno vissuto troppe volte la guerra. Diventano noncuranti della propria incolumit.
Fanculo Nevio e i soldati.
Paolo si sollev, indoss la cintura e attravers i solchi arati.
Malgrado il fatalismo, Paolo aveva percorso la via verso casa con la testa bassa e il torso al riparo tra le grandi spalle degli animali. Una cosa era accettare il volere degli di, un'altra gettarsi nel pericolo in maniera sconsiderata.
L'alone di luce di una lanterna gli aveva permesso di riconoscere Pastor mentre arrancava lungo il sentiero che risaliva dal Savuto. Come suo solito, il vecchio pastore girava armato, e per Paolo era stato un vero sollievo. Non gli aveva dato spiegazioni finch non erano stati al sicuro nella fattoria, con i buoi nella stalla e tutta la familia riunita intorno al camino. Per il resto della notte Eutyche e Pastor si erano dati il cambio montando la guardia nella stanza principale della casa. Forse era stata una precauzione eccessiva, ma Paolo aveva dormito un sonno profondo.
Al mattino era sceso a Temesa e aveva raccontato ai magistrati e al consiglio cosa era successo. Come prevedibile, tutti si erano mostrati preoccupati, ma Paolo non aveva previsto di cogliere nelle loro parole una traccia di ostilit. Malgrado fosse stato vittima di un attacco ingiustificato, sembrava che tutti fossero segretamente convinti che la colpa fosse sua. Come se per qualche misterioso motivo fosse responsabile del ritorno di una disgrazia che si sperava finita da secoli.
Qualunque cosa infestasse le colline, era ormai novembre e si doveva finire di arare e poi seminare il grano. C'erano solo nove ore e mezza di luce. E cos, la mattina successiva, Paolo era di nuovo nel campo. Stavolta era Eutyche a condurre i buoi, mentre Paolo sedeva con la schiena poggiata contro l'abbeveratoio, con accanto la spada, l'arco e una faretra piena di frecce.
Il trogolo era un vecchio sarcofago che riceveva acqua dal torrente. Era molto antico e non recava iscrizioni. Le ossa di chiunque fosse stato deposto al suo interno erano ormai polvere da molto tempo, e il suo nome dimenticato. Temesa era stata costruita sulle ossa dei morti, gli aveva detto una volta Kaido. Paolo le aveva chiesto cosa significasse, ma la vecchia bruzia si era limitata a ripetere: costruita sulle ossa dei morti.
Era pieno giorno, ed era improbabile che qualcuno tentasse nuovamente di ucciderlo. Ma Paolo restava in allerta, e sent arrivare gli uomini prima ancora di vederli spuntare tra gli alberi. Erano in cinque: Solino e gli altri due giovani imparentati con lui che avevano partecipato alla battuta di caccia di Vibio e Fidubio, accompagnati da due schiavi. Erano tutti armati, con i nervi evidentemente a fior di pelle.
C' stato un altro omicidio, disse Solino senza perdersi in formalit. I magistrati ti vogliono sul posto.
E sarebbe?
Una fattoria sopra il Savuto. Solino sembr sorpreso dalla domanda. Marcello  morto.
Sarei pi tranquillo se lasciassi uno dei tuoi schiavi a sorvegliare sul mio.
Solino acconsent, con un'alzata di spalle.
Risalirono fino al crinale per poi prendere il sentiero che attraversava la sponda nord del fiume. Paolo camminava al fianco di Solino e gli altri lo seguivano in silenzio, dandogli l'impressione che lo stessero tenendo d'occhio. Da quando gli era stata conferita la corona civica, era abituato a sentirsi osservato. A volte gli faceva piacere, soprattutto quando i cittadini pi eminenti dovevano alzarsi in piedi al suo ingresso. Ma ora era solo irritante.
La casa di Marcello era rivolta a sud, in cima al pendio che dominava il letto del Savuto, in una posizione perfetta per ricevere la brezza fresca in estate ma ben riparata da alti olmi in inverno. Era un edificio imponente: dalla struttura principale partivano due ali che formavano una corte interna aperta. Un po' pi a valle, un complesso di edifici protetto da mura ospitava gli alloggi degli schiavi, le stalle e il fienile. La propriet si estendeva per molti iugera e impiegava il lavoro di almeno mezza dozzina di schiavi, nati e cresciuti l. Eppure c'era un'atmosfera di incuria e abbandono. Sotto le grondaie intasate la malta era scrostata da anni di umidit, e le due ali dell'edificio erano sprangate e inutilizzate.
Il padre di Marcello era stato uno dei primi coloni di Temesa, apparteneva all'ordine equestre. Nonostante avesse ereditato una bella fortuna dai beni di famiglia, per altri versi la sua vita non era stata felice. Si era sposato tardi, e con una donna dal carattere bisbetico. Come molte coppie che non volevano spezzettare il patrimonio per la generazione successiva, avevano avuto un solo figlio. La scommessa era andata male: una febbre si era portata via sia la moglie che il piccolo. Marcello non si era pi risposato. Gi poco socievole di carattere, il lutto l'aveva fatto sprofondare nella totale solitudine. Paolo ricordava che a scuola Lollio l'aveva paragonato a Timone di Atene, un misantropo che aveva abbandonato ogni compagnia ed era giunto a disprezzare l'intera umanit. Era un paragone corretto, seppur crudele. Marcello scendeva raramente in citt, non partecipava mai alle feste e non aveva amici n parenti stretti. Malgrado la ricchezza era molto avaro. Proprio come aveva detto Fidubio durante la battuta di caccia: un uomo da niente. Non aveva adottato un erede, e si diceva che non avesse mai modificato il testamento in cui lasciava tutti i suoi averi al figlio morto da anni.
Il cortile era deserto, tranne che per una manciata di galline che beccavano il terreno duro e che si dispersero rapide al passaggio degli uomini. La porta era socchiusa. Paolo not che la serratura non era stata forzata e i cardini erano al loro posto. Marcello conosceva i suoi assassini e li aveva accolti in casa sua, probabilmente sollevando qualche mugugno. Solino condusse Paolo all'interno, e gli altri li seguirono.
La camera principale al piano terra era ampia, erano presenti tutti gli uomini di un certo rilievo della colonia: i magistrati, i proprietari terrieri, Vibio e Fidubio, quest'ultimo coperto dalla minacciosa figura di Crotone, il sacerdote Urso, perfino l'oste Roscio e il suo piccolo catamite Zeno. Avevano un'aria solenne, come se stessero partecipando a un rito religioso che non approvavano del tutto, e i cui esiti erano considerati incerti.
Salutarono Paolo con una formalit impacciata. Neanche Lollio venne ad abbracciarlo, e gli occhi dell'amico erano spenti e inespressivi, come le finestre di una stanza buia.
Tutta quella freddezza non era sorprendente, considerando lo spettacolo che avevano di fronte.
Ci che restava di Marcello era stato sistemato davanti al camino. Gli assassini non si erano risparmiati, e si erano presi tutto il tempo per portare a termine la loro opera. Sulla mensola del camino c'erano due coppe e una caraffa di vino vuota, oltre a un vassoio con degli avanzi di formaggio e una crosta di pane. Non si era trattato di un attacco folle e frenetico. Avevano perfino spostato un tavolo per avere pi spazio di manovra: non era stato spinto di lato, ma sollevato con cura. Sul tavolo c'era ancora un vaso, in piedi. Era chiaramente il lavoro di due uomini. Dovevano aver prima sopraffatto Marcello, perch non c'erano segni di colluttazione. Nessun oggetto della stanza era rotto, nessun mobile rovesciato, e nulla, a parte il tavolo, sembrava fuori posto.
L'ordine che regnava nella stanza rendeva ci che si trovava sul pavimento ancora pi raccapricciante.
Ogni estremit dell'uomo era stata amputata - pene, mani, piedi, naso e orecchie - la lingua tagliata e gli occhi cavati. Il pene era stato inserito nella bocca, ma stavolta le altre parti del corpo erano state legate con una corda che girava intorno al collo, e strette sotto le ascelle. Era servita una certa abilit per estrarre gli occhi con una quantit di nervo ottico sufficiente a poterli annodare alla corda.
Non avevano certo lesinato sforzi per assicurarsi che l'ombra di Marcello non potesse inseguirli: niente occhi per vedere, orecchie per sentire, naso per individuare una traccia, piedi per seguirla, mani per afferrare, lingua per denunciare, pene per oltraggiare. Una violenza simile non si era mai vista a memoria d'uomo. Paolo ripens al destino di Apsirto nelle Argonautiche di Apollonio Rodio. Almeno uno degli assassini doveva aver ricevuto un'educazione. Forse, proprio come Giasone, si era chinato e aveva leccato e sputato tre volte il sangue della sua vittima. Impossibile dirlo: c'era sangue ovunque. Alcune mosche banchettavano pigramente nelle pozze scure sul pavimento.
E non era finita qui. Le tracce visibili sugli arti mozzati indicavano che erano stati legati con una fune. Marcello era vivo, almeno all'inizio, mentre lo torturavano in maniera calma e sistematica. Paolo ricord il terrore che aveva provato nella grotta un paio di notti prima, e fu pervaso da una tremenda compassione. Forse erano ricorsi alla tortura per strappargli informazioni su un ipotetico tesoro nascosto, ma Paolo pensava pi che altro che il movente fosse la semplice, pura e gratuita crudelt. Riusciva a vederseli, mentre interrompevano per un attimo la barbarie per fare una pausa a base di vino e formaggio.
Da quando Paolo era entrato, nessuno aveva detto una parola.
Dov'erano gli schiavi?. Paolo ruppe il silenzio.
Nei campi, rispose Urso. Lo sanno tutti che Marcello permetteva che entrassero in casa soltanto per servirlo a tavola.
Quando sei stato qui per l'ultima volta?, chiese Fidubio.
La domanda prese Paolo alla sprovvista. Non venivo qui da anni. Marcello non amava ricevere visite. Probabilmente prima che suo figlio morisse, quand'ero bambino.
Riconosci questo?. Vibio teneva in mano un gingillo di rame a forma della lettera greca theta.
S,  mio.
E come spieghi il fatto che sia stato trovato in questa stanza?.
Paolo sent una morsa gelida al cuore.  stato lasciato qui per coinvolgermi nel delitto.
O forse ti  caduto durante la colluttazione. Come sempre, Vibio parlava in maniera educata, quasi disinteressata.
Non c' stata alcuna colluttazione.
E questo come lo sai?, domand Fidubio con aria trionfante.
La stanza  in ordine.
Sei un veterano. Un vecchio come Marcello non poteva opporre una grande resistenza.
Perch mai avrei dovuto ucciderlo?. Perfino alle orecchie di Paolo il suo tono sembrava implorante e disperato.
Conoscevi anche le altre vittime, disse Vibio. Iunio era un tuo vicino, e si diceva che dovessi sposare la figlia di Irzio.
E inoltre molte persone hanno notato quanto sei cambiato dopo Corinto. Nelle parole di Fidubio si celava un abisso di odio inespresso: Tu sei tornato dalla guerra, e mio figlio Alcimo no.
Ma il delitto  opera di due uomini.
Su questo abbiamo solo la tua parola, disse Fidubio.
No, si lasci quasi sfuggire Paolo, Minado li ha visti fuggire dal tempio. Perfino nella concitazione dell'attimo, capiva che era meglio tenere la ragazza fuori da quel caos. Era un'odiata bruzia, non le avrebbero mai creduto.
Oppure avevi un complice. Il tono di Vibio era liscio come l'olio.
E chi?
Abbiamo catturato i tuoi schiavi. Eutyche e Pastor saranno interrogati. Fidubio sembrava entusiasta dell'idea.
Sono vecchi e non hanno fatto nulla. Non potete torturarli.
Sai bene che  la legge, intervenne Urso.
 l'unico modo per costringere la servit a dire la verit, aggiunse Vibio.
Paolo osserv i suoi concittadini. Molti di loro lo conoscevano da tutta la vita. Ora avevano occhi vuoti e privi di compassione, neri come le finestre di una casa abbandonata.
Fidubio fece un cenno a uno dei magistrati.
Gaio Furio Paolo, sei in arresto per omicidio.
...
.
...
Capitolo 26.
...
.
...
Patria et Militia.
...
.
...
Anno 608-609 Ab Urbe Condita, (146-145 avanti Cristo).
...
.
...
I primi coloni di Temesa erano stati dei buoni cittadini romani. Avevano cercato di riprodurre nella remota Calabria una Roma in miniatura, imitandone perfino le prigioni.
Il Tullianum si trovava ai piedi del Campidoglio, dietro all'edificio dove si riuniva il senato. Era costituito da una camera sotterranea circolare, larga circa sette piedi e alta dodici. La cella era racchiusa da spesse mura e da una volta di pietra. L'unico punto di accesso era un'apertura nel soffitto, dalla quale veniva calata una scala. Dalle pareti filtrava l'acqua di una sorgente, e l'umidit si aggiungeva al buio, al fetore e alla desolazione dell'abbandono. Il carcere non era stato pensato per le pene pi lunghe, ma semplicemente come luogo di detenzione per i condannati alla pena capitale o i traditori della patria, oppure per i nemici stranieri di Roma. Tutti i detenuti erano destinati all'esecuzione, di solito per strangolamento. Gli unici a esserne estratti vivi erano quelli condannati a essere scaraventati dall'alta rupe Tarpea.
I coloni di Temesa avevano scavato una grotta di dimensioni simili dietro la basilica del foro, dove si riuniva il consiglio cittadino. Una guardiola al livello della superficie ospitava gli schiavi pubblici che avevano il compito di impedire qualsiasi tentativo di fuga. La prigione veniva usata di rado. Pi spesso, gli uomini accusati per questioni di debiti o per delitti pi gravi erano trattenuti in arresto in casa di qualche membro rispettabile della comunit. Si trattava di solito di un parente, che garantiva per l'imputato. Se gli arrestati erano numerosi, o se si trattava di persone che nessun cittadino onesto voleva accogliere all'interno della propria dimora, venivano tenuti in custodia in una vicina caserma destinata agli schiavi, dotata di ceppi, porte robuste e sbarre di ferro alle finestre. I banditi catturati alla Roccia di Sangue erano stati tenuti l. Ma l'uomo accusato di aver ucciso e mutilato tre cittadini doveva essere confinato nella prigione pi oscura e profonda. Paolo non era stato sottoposto a regolare processo, e nessuno gli aveva comunicato un'accusa formale: ma nessuno le riteneva obiezioni rilevanti.
Paolo si cal per la scaletta. Non avrebbe avuto senso combattere: i suoi oppositori erano troppi, e avrebbero finito per legarlo in catene e gettarlo nell'apertura. Cadendo, si sarebbe rotto qualche osso, o forse sarebbe addirittura morto. Un'opzione perfino preferibile, per alcuni.
Non c'erano sorgenti l, ma la stanza era ugualmente umida. Il fiume era vicino, e la prigione non poteva trovarsi molto al di sopra del livello dell'acqua. Di certo non gli avrebbe fatto bene per la tosse persistente. C'erano un materasso lercio e ammuffito, una brocca d'acqua con una coppa, e un secchio in cui liberarsi gli intestini. Finch c'era ancora luce, si sedette sul materasso. Poi la scala fu ritirata, la botola richiusa, i catenacci serrati. L'oscurit era assoluta.
Quasi subito sent quel respiro pesante, gutturale, e il loro odore di sarcofago marcio. Nonostante non riuscisse a vederle, sapeva che le Benevole erano vicine. Bisbigliavano tra loro, come immaginava facessero i morti nei corridoi bui dell'Ade. Poi una di loro - Aletto, o una delle sue sorelle, Tisifone o Megera - parl.
Ricorda Corinto. Ricorda l'ultima casa.
La strada era invasa dal fumo. La fuliggine vorticava tra le fiamme come neve nera.
Un'altra casa e andiamo via, disse Tazio.
Abbiamo gi raccolto abbastanza, rispose Alcimo tossendo. Respirare era diventato quasi impossibile.
E Paolo: Alcimo ha ragione, le fiamme ci taglieranno la via del ritorno.
Ma Tazio insist: No, un'ultima casa. E i suoi occhi si accesero di una luce nuova e folle.
Si arresero alla sua determinazione.
Le porte dell'ultima dimora erano aperte. L'atrio era deserto. Tazio li condusse all'interno. C'erano tracce di bagagli fatti in fretta: sacchi pieni, casse riempite a met, oggetti preziosi lasciati sul pavimento. Per portare via tutto sarebbe servito un piccolo esercito.
Cominciarono a rovistare.
Si sentiva con chiarezza il boato delle fiamme sempre pi vicine. La strada accanto? O forse erano ancora meno distanti? Il vento sollevava frammenti di braci. Ovunque poteva scoppiare un nuovo incendio.
Dobbiamo andarcene, disse Paolo, finch siamo ancora in tempo. Potremmo restare intrappolati da un momento all'altro. Per nessun tesoro vale la pena morire.
Chi non rischia nulla non guadagna nulla, rispose Tazio.
Alcimo si lasci sfuggire un fischio di apprezzamento: in una cassa aveva trovato un recipiente per raffreddare il vino. Era enorme e pesante, intagliato con gusto e interamente in oro.
Arriva qualcuno!.
Al grido di Paolo, i tre lasciarono gli oggetti che avevano trovato e impugnarono le spade.
Da qualche stanza interna della casa irruppero due greci. Si fermarono, terrorizzati alla vista dei soldati. Erano disarmati, ma per un attimo Paolo pens che la disperazione li avrebbe portati a difendere i loro possedimenti anche a mani nude.
Invece si voltarono e corsero fuori, e Alcimo prese a inseguirli.
Lasciali stare!. Paolo l'afferr per la cintura e lo trattenne.
Tazio teneva fra le mani il recipiente d'oro.
Quello  mio, disse Alcimo. Ho trovato io il servizio da vino.
Adesso  mio. Tazio seguiva con le dita le incisioni, rapito.
Alcimo si avvicin per strappargli di mano l'oggetto prezioso, e iniziarono ad azzuffarsi come bambini di strada. Con una mano occupata dalla spada, Alcimo non riusciva ad avere la meglio.
Paolo si mosse per separarli, ma era troppo lontano e non pot nulla. La spada di Tazio ricomparve nel suo pugno, prima di finire piantata nel ventre di Alcimo.
Paolo si arrest come pietrificato. In mezzo al calore e al fumo, si sent raggelare.
Tazio ritir la spada e con il recipiente spinse via Alcimo, che barcoll all'indietro. Si stringeva le mani sullo stomaco, con il sangue che gli scorreva tra le dita. La lama era passata attraverso gli anelli della cotta di maglia. Il suo volto tondo e innocente era pieno di incredulit. Poi si pieg su s stesso e collass. Nessuno poteva sopravvivere a una ferita alle viscere.
Cosa hai fatto?, url Paolo.
Tazio si volt e appoggi con cura il suo tesoro su un tavolo. Gli avevo detto che era mio. L'avevo detto a entrambi.
L'hai ucciso.
Avreste dovuto darmi ascolto. Il viso delicato e sottile di Tazio era triste. Quante volte ho detto che niente e nessuno mi avrebbe impedito di tornare a casa ricco?
Ma l'hai ucciso.
E ora dovr uccidere anche te.
Cosa?.
Tazio era imbronciato come una ragazzina di cattivo umore. Conosci la punizione per chi uccide un compagno d'armi: viene legato alla forca e frustato a morte, la vecchia condanna capitale tanto cara ai nostri severi avi. Pensi davvero che ti lascer tornare al campo e raccontare tutto al tuo nuovo amichetto Nevio il centurione?.
Paolo fece un passo indietro e sguain la spada.
Tazio lo imit.
Dall'ingresso arrivavano dense folate di fumo.
Se non ce ne andiamo adesso, disse Paolo, moriremo qui.
Uno di noi morir qui. Tazio avanz in posa da combattimento, il busto voltato di lato e la lama alta accanto all'orecchio destro.
Si sent il rumore di un tetto che crollava, l vicino.
Tazio si frapponeva tra Paolo e la porta.
 tutta colpa vostra. Tazio scosse la testa, ma i suoi occhi restarono fissi su Paolo. Entrambi avevate una fattoria a cui tornare, a differenza mia. Vi ho detto e ridetto che mi servivano abbastanza soldi per comprare un terreno.
Tazio mir al volto. Paolo sobbalz ma riusc a non alzare troppo la guardia: come sospettava, era una finta. Tazio affond un colpo verso lo stomaco, e Paolo lo par con il taglio della lama. Lo slancio li port a stretto contatto. Gli occhi di Tazio erano quelli di un uomo impazzito. Paolo prov a pestargli il collo del piede, ma manc il bersaglio. Tazio lo allontan.
Il fumo si stava raccogliendo sotto al soffitto. Era ora di andare, presto l'aria sarebbe diventata irrespirabile. Avrebbero finito per soffocare o morire tra le fiamme. Paolo sferr un rovescio con l'intenzione di spostare Tazio dalla traiettoria e raggiungere la porta. Ci avrebbero poi pensato Nevio e l'esercito a rintracciare l'assassino e a fargli pagare i suoi crimini.
Tazio non si scans, ma si limit ad arretrare. Stava ancora bloccando l'unica via di salvezza. Poi pass all'attacco. I lunghi anni nei ranghi delle aquile gli avevano insegnato come si combatte. Si lanci in una successione di colpi e di affondi alla testa e alle spalle e al torso, cambiando sempre il punto di attacco. La ferita che si era procurato alla spalla non sembrava essergli d'intralcio, e l'esperienza era dalla sua parte. Paolo fu costretto ad arretrare, un passo alla volta, parando e scansando gli attacchi, lottando solo per sopravvivere. Uno dei colpi arriv a destinazione. Paolo barcoll per l'impatto della spada, che rimbalz sulla sua spalla protetta dalla cotta di maglia.
Ora Paolo aveva i piedi nel sangue di Alcimo. Un'ampia pozza si stava allargando sul pavimento. Alcimo, immobile, era proprio accanto ai suoi stivali. Paolo non sapeva se il suo amico fosse gi morto.
In preda alla follia, Tazio sembrava una bestia messa all'angolo, insensibile al dolore e alla ragione. Solo una grossa ferita avrebbe potuto tenerlo a freno. L'unica speranza era metterlo del tutto fuori combattimento. Paolo non sapeva se ne avrebbe avuto la forza. Tazio indossava solo una placca a protezione del petto, ma lui sarebbe stato in grado di sferrare un colpo preciso in un punto scoperto?
Arretrando ancora, Paolo batt le gambe contro il tavolo. Non c'era pi spazio per scappare. Tazio sorrise, rendendosi conto di essere in posizione di vantaggio.
 ora di raggiungere il tuo amico, disse, lanciandosi in un potente attacco destra-sinistra. In qualche modo, Paolo riusc a opporre la sua lama a quella di Tazio. Stridore di acciaio su acciaio, proprio davanti ai suoi occhi. Fin di nuovo contro il tavolo, e lo slancio lo spinse a piegarsi all'indietro. Qualcosa di molto pesante si spost e cadde sulle assi di legno, e lo sguardo di Tazio si pos per un attimo sullo scintillio di tutto quell'oro. Fu abbastanza. Paolo affond la spada nella guardia di Tazio e spinse la punta verso la sua bocca. Tazio balz all'indietro, ma i suoi stivali scivolarono sulla pozza di sangue. Paolo avanz ancora, e Tazio perse l'equilibrio e cadde a terra. Ora Paolo era sopra di lui e stava calando la spada, ma Tazio rotol di lato e riusc a divincolarsi.
Il momentaneo vantaggio era sfumato. Il colpo di Paolo fin sul pavimento. L'impatto si trasmise al suo braccio e lo fece grugnire di dolore. I due si avvinghiarono l'uno all'altro, ognuno trattenendo con la sinistra la mano destra dell'altro, quella che stringeva la spada. Lottarono nel sangue, provando a usare la forza bruta per affondare la punta nel petto dell'avversario.
Paolo sent la lama di Tazio spingere contro gli anelli della cotta di maglia sulle sue costole. Un primo anello cedette, poi un altro. La lama si stava aprendo la strada attraverso l'imbottitura di pelle sotto l'armatura. Dopodich avrebbe incontrato i muscoli e le ossa della gabbia toracica.
Con un ultimo lancio di dadi, Paolo allent la propria spinta. Tazio, colto alla sprovvista, perse in parte la presa. Paolo inclin la sua spada per mirare non pi al petto ma all'ascella. Con uno sforzo titanico affond il colpo con tutto il suo peso.
Tazio lanci un lamento sommesso pieno di stupore e sofferenza.
La povert  stata la mia rovina. Il suo tono era amaro. Se solo mi fossi potuto permettere una cotta di maglia.
Paolo spinse l'arma nella ferita.
Tazio fece cadere la spada e strinse inutilmente le dita sulla lama di Paolo.
La punta entr ancora pi a fondo.
I talloni di Tazio batterono dei colpi sul pavimento, mentre i suoi occhi si chiudevano e il corpo si abbandonava alle ultime convulsioni.
Infine rest immobile, e Paolo pens che fosse morto.
Ma Tazio riapr gli occhi e lo osserv con un'espressione di terrore, come se avesse avuto una visione di ci che lo attendeva nell'aldil. Poi il suo sguardo si fiss negli occhi di Paolo. Mosse le labbra e parl a voce cos bassa che Paolo dovette chinarsi per capirlo.
Ade, ascoltami: possano le Furie dargli la caccia ovunque volger i suoi passi.
Dopo aver lanciato la maledizione finale, Tazio spir.
Paolo riusc a rimettersi in piedi, stremato.
Il fumo sotto il soffitto si stava abbassando, e restavano solo pochi piedi di aria respirabile. Dalla porta continuavano a entrare nuove folate.
Paolo si avvicin ad Alcimo e gli tocc il collo. Non c'era battito. Osserv i due corpi: presto le fiamme li avrebbero divorati.
Si erano chiamati fratelli. Erano stati inseparabili. Nevio li aveva soprannominati le Tre Grazie. Ora due di loro erano caduti per mano di un fratello, e Paolo sapeva bene che niente al mondo sarebbe stato pi come prima.
...
.
...
Capitolo 27.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Il ritmo della prigione era sempre identico a s stesso. Due volte al giorno si apriva la botola, ma non veniva calata la scala, per non offrire alcuna possibilit di fuggire. Soltanto una fune scendeva dall'apertura, portando separatamente un cesto con del cibo, una brocca d'acqua e un secchio per i bisogni pulito. Il prigioniero legava il manico dei recipienti vecchi alla fune, affinch venissero tirati su. La botola si era aperta tre volte: era la sera del secondo giorno.
Gli schiavi pubblici si trovavano in una posizione scomoda. Certo, avevano ricevuto l'ordine di non parlare al prigioniero, ma Paolo era un possidente locale e poteva vantare una corona civica. Era risaputo che avesse protettori potenti perfino a Roma. Il suo destino poteva cambiare dalla sera alla mattina, e se fosse stato dichiarato innocente e scarcerato, le cose si sarebbero messe molto male per loro.
Gli schiavi non gli fecero concessioni, ma risposero alle sue domande. Era evidente che non ci fosse alcun guardiano a controllare i due, altrimenti non avrebbero mai parlato con Paolo. Le loro risposte erano state quasi tutte negative. No, nessuno era venuto a chiedere di lui. Del resto a nessuno era concesso di entrare. Eutyche e Pastor erano tenuti in custodia nella casa di Urso. No, non erano ancora stati torturati. Il sacerdote si era rifiutato di consegnarli in assenza di un regolare processo. No, non era stata fissata la data per alcun procedimento.
Al termine della riluttante conversazione, gli schiavi chiusero la botola e Paolo fu lasciato a mangiare al buio. Il cibo era sempre lo stesso: pane e formaggio.
Ogni cittadino romano accusato di un reato punibile con la pena di morte aveva diritto a un processo pubblico davanti a una giuria e a un magistrato, a Roma. Era una delle pietre angolari su cui poggiava la repubblica. Senza quel diritto non ci sarebbe stata alcuna libert, ed era proprio la libertas ci che il mondo invidiava a Roma. Se un prigioniero era accusato di tradimento o di aver aiutato il nemico, veniva tenuto in custodia. Altrimenti, anche nel caso di un'accusa di omicidio, era prassi comune concedergli l'alternativa dell'esilio volontario.
Paolo sapeva che non sarebbe stato processato a Roma. Non c'erano prove contro di lui, oltre al ciondolo a forma di theta, e nessuno poteva dimostrare che l'avesse perso in casa di Marcello. Anzi, la sua familia - ovvero la madre e i suoi schiavi - avrebbe testimoniato che era stato smarrito o rubato giorni prima dell'omicidio. Paolo non aveva alcun movente e non poteva essere accusato di aver tratto qualche guadagno dalle uccisioni. Eutyche, poi, poteva testimoniare che il giorno in cui era morto Marcello il suo padrone era rimasto insieme a lui a lavorare nel campo. Anche se molti schiavi, sotto tortura, dicevano soltanto quello che pensavano che il giudice volesse sentire, Eutyche era leale e tenace, per quanto scontroso. Non sarebbe mai stato condannato, se fosse stato difeso da senatori di rango consolare, come i suoi vecchi comandanti Lucio Aurelio Oreste e Lucio Mummio, il conquistatore di Corinto. Come molte cose nell'Urbe, la libertas era soggetta all'influenza dei potenti.
Paolo non sarebbe stato processato a Roma. I veri assassini non potevano permettere un simile epilogo. Si sarebbero assicurati che non lasciasse mai quella cella da vivo.
Mentre parlava con le guardie, Paolo aveva approfittato di quei brevi attimi di luce per esaminare la camera sotterranea, in cerca di qualsiasi cosa potesse essere usata come arma. Non aveva trovato nulla, solo pareti spoglie e umide. Se fossero venuti a ucciderlo, non sarebbe morto senza lottare. Avrebbe combattuto con i calci e i pugni, con le unghie e i denti. Gli assassini avrebbero dovuto far fuori anche le guardie: potevano corromperle, certo, ma non avrebbero mai rischiato di lasciare in vita dei testimoni.
Non sarebbe servito a niente spiegare ai due schiavi il pericolo che correvano. Anche se fosse riuscito a convincerli, non si sarebbero spinti fino a liberarlo: la sua fuga per loro sarebbe stata sinonimo di tortura e condanna a morte. Per le guardie, il gorgo di Cariddi poteva anche essere ben visibile, ma la mostruosa Scilla attendeva nella grotta il momento di colpire.
Paolo aveva pensato al veleno, tuttavia non si era rifiutato di mangiare il cibo della prigione. Sarebbe stato difficile dissimulare sostanze nocive in alimenti semplici come pane, formaggio e acqua. E poi l'effetto del veleno non era garantito, e spesso lasciava traccia sotto forma di macchie nere sulla pelle. Il prefetto dei bruzi sarebbe arrivato il mese successivo e avrebbe aperto un'indagine.
Paolo riusciva a cogliere la terribile ironia di tutta la vicenda. La visita del prefetto era regolare come le stagioni. Novembre: trenta giorni; sole nel segno dello Scorpione; semina del grano e dell'orzo; il prefetto presiede una seduta del tribunale nella citt di Cosenza. Dicembre: trentuno giorni; sole nel Sagittario; raccolta delle olive e semina dei fagioli; il prefetto giudica gli imputati a Temesa. Questo prefetto, ovviamente, era Oreste, il vecchio comandante di Paolo. E con lui ci sarebbe stato il centurione Nevio, ora al comando del suo corpo di guardia. Era novembre, quindi si trovavano a Cosenza. Cos vicini, ma cos lontani: se fossero stati dall'altra parte dell'Adriatico sarebbe stato lo stesso. Era novembre inoltrato, e presto si sarebbero diretti a Temesa. Ma l'arrivo imminente del suo protettore e del suo amico non garantiva nessuna salvezza a Paolo. Piuttosto, avrebbe solo affrettato la sua morte. Gli assassini non potevano lasciare che parlasse con il prefetto: si sarebbero accertati che morisse prima che Oreste mettesse piede a Temesa.
Paolo era seduto al buio, avvolto in una vecchia coperta lurida. Se ci fosse stata abbastanza luce, un osservatore avrebbe potuto scambiarlo per un vagabondo. Di tanto in tanto un attacco di tosse lo costringeva a piegarsi in due. L'umidit peggiorava tutto. La mente di Paolo prov a evadere da quelle mura concentrandosi sul pensiero di Minado: i capelli che le si arricciavano sul collo, l'ovale perfetto del suo viso e la camminata a testa alta, senza alcuna traccia di vanit. Grazie a lei aveva conosciuto un senso di pace e di intimit che non aveva mai provato con nessun'altra. Era un destino davvero crudele, aver trovato finalmente la donna che voleva sposare, per poi morire in una cella umida. Ma non avrebbe potuto sposare Minado in ogni caso. Era una bruzia. Certo, poteva prenderla come concubina, non sarebbe stata una vergogna. Ma i loro figli non sarebbero stati cittadini romani. Privati della possibilit di ereditare le sue terre e il suo patrimonio, avrebbero condotto una vita penosa nella colonia romana di Temesa, intrappolati per sempre nella folla degli oppressi.
Sent il rumore dei catenacci. Aveva da poco finito di mangiare. Fu preso dallo sconforto: cos presto? Non pensava che gli assassini si sarebbero presentati gi la seconda notte. Si alz in piedi, schiacciando la schiena contro il muro.
Muori da uomo! Non c'era nient'altro da fare.
I cardini della botola scricchiolarono mentre veniva aperta. Paolo prov a spingersi ancora pi lontano dal cono di luce. Ci sarebbe stata un'indagine. Oreste non avrebbe trascurato nulla. Ma sarebbe stato troppo tardi: avrebbe trovato Paolo morto e ogni traccia cancellata.
Fu calata la scala, e Paolo si prepar ad agire: non avrebbe avuto una seconda occasione. Doveva afferrare per le gambe il primo uomo mentre scendeva, scaraventarlo a terra e schiacciargli la faccia sulle pietre del pavimento. Non che questo potesse garantirgli la salvezza: il secondo l'avrebbe ucciso, colpendolo dall'alto con una freccia o con delle pietre. Non c'era modo di nascondersi, nella cella. Ma poteva portare con s agli inferi almeno uno di loro. Era sicuro di sapere chi sarebbe stato il primo a calarsi.
La scala batt sul pavimento, ma sui pioli non comparvero piedi.
Paolo rest in attesa, quasi sperando che finisse tutto alla svelta.
Pssst.
Il rumore che si fa per richiamare i cani.
Pssst. Di nuovo, pi deciso.
Paolo non fece alcun rumore. Se pensavano di stanarlo in maniera cos facile, si sbagliavano.
Cazzo, Paolo!. Una grossa testa quadrata si affacci all'apertura. Non abbiamo mica tutta la notte.
Paolo si arrampic sulla scala come se avesse ai piedi i calzari alati di Mercurio.
L'esile figura di Oniro si stagliava dietro Dekis. Le due guardie erano stese a terra, in un angolo.
Li avete uccisi?
Stanno solo dormendo, rispose il vecchio cacciatore.
Con l'aiuto di una pozione di Kaido, aggiunse Oniro.
Tra due ore ci sar il cambio della guardia, disse Dekis. Per allora dovremo essere pi lontani possibile.
Fuori, la citt era assopita. Dal porto si alz un vento freddo. Costeggiarono il retro della basilica, poi Dekis li guid per la strada che si allontanava dal foro.
Tutto fil liscio per due isolati, ma poi sentirono gli schiamazzi di un gruppo di uomini che avevano fatto le ore piccole. Le porte delle case erano serrate per la notte, ma Paolo e gli altri erano vicini al piccolo tempio di Ercole. Anche questo era chiuso, ma le colonne che fiancheggiavano l'ingresso offrivano un minimo riparo.
L'allegra combriccola era guidata da un flautista. La sua musica doveva fare a gara con le urla e le risate ubriache degli altri.
Chinandosi pi che poteva e coprendosi il volto con un braccio, Paolo si mosse intorno alla base della colonna.
Il flautista, insieme a un ragazzino con una fiaccola, precedeva quattro giovani. Erano ben vestiti, ma portavano corone di petali di rosa sbilenche sulla fronte. Lollio era abbastanza saldo sui piedi, ma Solino e gli altri due barcollavano pesantemente. La fiaccola tremolante gettava ombre grottesche sulla strada.
Se n'erano quasi andati quando Solino si ferm e avanz traballante verso il tempio.
Paolo si chiese come facessero a non sentire il battito impazzito del suo cuore, che sembrava stesse cercando di aprirsi una via tra le costole. Sei contro tre. Erano ubriachi e inermi, mentre i due bruzi avevano delle spade, ma il baccano avrebbe svegliato tutta la strada. In un attimo si sarebbero levate grida e richieste d'aiuto, e loro sarebbero stati catturati.
Solino sollev la tunica e lott per liberarsi degli indumenti intimi, poi inizi a urinare sui gradini del tempio con un lungo sospiro. Il suo piscio puzzava di vino, mentre colava dal marmo e scendeva lungo il canale di scolo.
Bastava che Solino voltasse lo sguardo: per quanto ubriaco fradicio, non avrebbe potuto non vederli.
Datti una mossa, url Lollio. Dobbiamo andare da Roscio. Non so tu, ma io non vedo l'ora di mettere le mani sulla siriana, quella con gli occhi arrapanti e il culone.
Possiamo sbattercela tutti insieme, biascic Solino. Ce la scopiamo come si deve.
Al vecchio Roscio far bene un po' di compagnia, disse Lollio ridendo.  sempre triste, ora che la sua checca se ne sta da Crotone.
Solino si scroll il pene, e alcune gocce gli macchiarono i vestiti.
Paolo sent salire nel petto un attacco di tosse. Si morse il braccio e trattenne il respiro.
Solino impieg un'eternit per risistemarsi, ma alla fine raggiunse i compagni.
I rumori si allontanarono e Paolo tir un sospiro di sollievo. Il bisogno di tossire era sparito.
Restarono nell'ombra finch le urla del gruppo di ubriachi non si persero nel silenzio.
Per il culo peloso di Ercole, c' mancato poco, mormor Dekis.
Una metafora della vita, disse Oniro. I romani che ci pisciano addosso. Poi si volt verso Paolo: Senza offesa.
Figurati.
Abbiamo portato un cavallo per te, bisbigli Dekis, uno di quelli buoni.  legato nel boschetto oltre le mura orientali. Fidubio ne ha cos tanti che a stento si accorger della mancanza.
La porta sar chiusa, obiett Paolo.
Ce n' una segreta, che usano i contrabbandieri bruzi. Oniro sogghign. Voi romani non avete idea di cosa succede davvero in questa citt.
Perch mi state aiutando?
E chi cazzo lo sa?, rispose Dekis. Mia figlia sa essere molto persuasiva.
Mi hai protetto durante la guerra, e mi hai trattato bene con il bottino di Corinto, disse Oniro. E poi alcuni di loro volevano gettare la colpa sui bruzi, e tu sei innocente quanto noi.
Dobbiamo sbrigarci, intervenne Dekis.
Devo chiedere a entrambi di fare una cosa per me, disse Paolo. Andr al villaggio abbandonato alla Roccia di Sangue. Dekis, domani a mezzogiorno, non prima, va' da Lollio e digli che ti ho lasciato un messaggio in cui ti ho rivelato dove sono nascosto.
Sei sicuro? Lollio....
Sicurissimo. Poi Paolo si rivolse a Oniro. Tu invece avrai un altro compito. Avrai bisogno del cavallo. Io prender i miei muli, e raccoglier tutto quello che mi serve alla fattoria. Anche se vorrei che mi procuraste del cibo, soprattutto carne cruda.
Ti sembra il momento di pensare a mangiare?, chiese Oniro.
Non proprio. Vi  rimasta un po' della pozione di Kaido?
S, rispose Dekis. Cos'hai in mente?.
E Paolo spieg il suo piano.
...
.
...
Capitolo 28.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
La luna crescente dominava il placido cielo notturno. La sua luce proiettava al suolo una miriade di piccole ombre infilandosi tra i rami delle querce e dei faggi. Lasciando la strada, Paolo aveva azzardato un debole fischio. Ora fischi di nuovo affinch il suo cane potesse trovarlo.
Niger arriv balzando tra gli alberi, felice ed eccitato. Serpeggi tra le gambe del padrone, mostrando le zanne in segno di benvenuto. Paolo non lo deluse, accarezzandogli le orecchie e mormorando dolci parole senza senso.
Non c'era molto tempo. Quando i guardiani avrebbero dato l'allarme alla prigione, la sua fattoria sarebbe stato il luogo pi ovvio in cui iniziare le ricerche. Facendo segno a Niger di seguirlo in silenzio, Paolo attravers la cintura di alberi ed entr nei suoi terreni.
Bisogna sempre lasciarsi una via di fuga. L'aveva imparato sotto le armi. Gli achei all'istmo avevano ignorato la lezione, e pagato a caro prezzo la loro imprudenza. Paolo and dritto alla stalla. Era buio, ma avrebbe potuto muoversi l dentro anche bendato. Prese due selle da monta. I muli erano docili e assonnati, anche se, fedele alla reputazione della sua specie, uno di loro fece un grosso respiro mentre Paolo gli stringeva il sottopancia. Gli diede un calcio allo stomaco, non troppo forte, ma quanto bastava affinch il mulo gettasse fuori l'aria. Strinse per bene le cinghie e appese alla sella una lunga fune e le provviste che gli aveva fornito Oniro. Si assicur che la borsa con la pozione di Kaido non venisse a contatto con quelle che contenevano il cibo: in certe cose non si  mai troppo prudenti.
Lasciando i muli sellati nella stalla, si spost nel fienile. Rimosse la paglia con un forcone, poi impugn la vanga e inizi a scavare. Non ci volle molto per raggiungere le due spade. Le aveva avvolte in teli cerati, e la ruggine non le aveva aggredite troppo. Dopodich raccolse una manciata delle monete che aveva nascosto. Gli sembr uno spreco non sotterrare di nuovo il resto, ma non c'era tempo. In ogni caso, se il suo piano fosse fallito, gliene sarebbe bastata una sola, di moneta: infilata tra i denti, come obolo per il traghettatore sullo Stige.
Paolo and a prendere la sua pala da trincea dei tempi dell'esercito nel capanno degli attrezzi, poi torn ai muli e li port fuori, provando a muoversi nel modo pi silenzioso possibile. Se sua madre o la serva avessero sentito rumori sospetti, si sarebbero comunque tranquillizzate non sentendo Niger abbaiare. Si ferm un momento, valutando il percorso: la strada era pi esposta rispetto al sentiero sul retro della fattoria, ma l'alternativa sarebbe stata pi lenta. Sal in sella al mulo davanti e si diresse dritto alla cintura di alberi, verso la strada.
Ordin a Niger di restare l. Poco dopo si volt indietro e vide il cane nero che lo osservava allontanarsi.
Fidubio ormai si era trasferito nella sua casa di citt a Temesa. Si trovava nei pressi della basilica e delle terme, e di tutti quei piaceri della vita cittadina tanto preziosi per un vecchio facoltoso. Le sue propriet di campagna si estendevano lungo la valle del Savuto, poi pi a nord verso Clampetia e a sud in direzione di Terina. Inoltre, possedeva pascoli e stalle molto pi a est, sull'alta Sila. Ma la villa principale sorgeva diverse miglia a monte seguendo il corso del fiume, nel luogo chiamato Ad Fluvium Sabutum, accanto al ponte. Paolo la conosceva bene, perch era l che viveva Alcimo da bambino.
La villa era formata da un edificio centrale e due ali aggiunte successivamente. La struttura era simile a quella di Marcello, ma molto pi grande e sfarzosa. Gli schiavi domestici, tutti nati e cresciuti l, vivevano nella casa principale per tenerla sempre pronta nel caso Fidubio volesse recarvisi senza preavviso. Un muro basso separava l'alloggio del padrone da quelli della servit e dagli altri edifici della fattoria, e tutto il complesso era recintato da un altro muro un po' pi alto. La casa del custode si trovava tra la fattoria e la villa, in una posizione che consentiva di tenerle di vista entrambe. Sorgeva all'angolo tra il muro interno e quello esterno, e altri due muretti creavano un piccolo recinto interno separato.
Paolo si avvicin da ovest, passando in mezzo agli ulivi che crescevano fin quasi sotto il muro esterno. I lavori autunnali erano andati a rilento, l: non c'era traccia di nuovi solchi arati tra gli alberi. A circa cento passi dal muro, Paolo raccolse il necessario dalle borse assicurate alla sella e leg i muli, lasciando abbastanza corda affinch potessero brucare.
Al confine dell'uliveto, si ferm e rest in ascolto. Nessun rumore. Dalla posizione della luna calcol che fosse da poco passata la mezzanotte. Dovevano essere tutti addormentati. Si mise sulle spalle la lunga fune avvolta e assicur alla cintura una delle due spade, la pala da trincea e la borsa con la carne.
Quando fece il primo passo alla luce della luna si sent esposto, vulnerabile, anche se, a quell'ora, poteva essere ragionevolmente sicuro che non ci fosse nessuno nei paraggi. Avvist una porticina, ma di sicuro era chiusa dall'interno.
Ai piedi del muro, si arrest di nuovo per captare eventuali rumori sospetti. Ma anche stavolta, nulla. Il muro era alto circa otto piedi, pensato pi per tenere lontani i lupi della foresta che per scoraggiare un uomo. In cima non aveva nemmeno le schegge di vetro taglienti. Solo un ladro avventato si sarebbe preso il rischio di intrufolarsi nella villa rustica di Fidubio. Paolo poggi saldamente le mani sul muro e si arrampic.
Si stese sul bordo e studi la casa del custode e il suo cortile. Nella luce fredda niente sembrava muoversi. Non si vedevano guardiani. Paolo emise un latrato basso, come quello di una cerva in calore. Non era la stagione giusta, ma il custode doveva comunque essere gi a letto, e in ogni caso non era cresciuto in campagna.
I cani comparvero dal retro della casa: due enormi mastini neri con collari chiodati. Ora non c'era pi bisogno di fare alcun rumore. I cani avevano sentito il suo odore, e si stavano avvicinando. Con il pelo ritto e le zanne e gli occhi bianchissimi nella luce opaca, i mastini cercavano quella strana preda che puzzava di uomo ma latrava come un cervo. Se Paolo fosse sceso dal muro, lo avrebbero fatto a pezzi e l'intera fattoria si sarebbe svegliata.
Paolo gett verso di loro i primi due pezzi di carne avvelenata. Gli animali da guardia venivano tenuti costantemente affamati, per esasperare la loro aggressivit. Nessuno dei due esit a divorare la carne in un paio di bocconi. Paolo lanci gli altri pezzi avvelenati e i cani li ingoiarono.
Poi si accucciarono a terra, restando per vigili. Non si sarebbero fatti corrompere da un po' di cibo: l'intruso andava trovato e ridotto a brandelli. Doveva solo azzardarsi ad avvicinarsi.
Quanto a pazienza, un uomo pu battere facilmente un cane. Tenendo a freno il suo bisogno di tossire, Paolo rimase immobile e osserv la casa. Era giusto che un custode possedesse qualcosa di suo, lo rendeva pi leale. A Paolo vennero in mente tutte le volte che da piccolo aveva ascoltato Fidubio pontificare sui doveri del buon custode. Deve essere il primo a svegliarsi e l'ultimo ad andare a dormire, dopo aver controllato che la porta della fattoria sia ben chiusa, che tutti siano nei propri letti e che gli animali abbiano abbastanza cibo per la notte. Deve restare sobrio e lavorare duro, senza allungare le mani sui beni altrui e senza commettere cattive azioni. Al custode va assegnata una schiava come concubina, affinch sia pi legato alla fattoria e non vada a soddisfare i suoi bisogni altrove. La lista continuava ancora a lungo. Presumibilmente doveva servire da insegnamento ad Alcimo, ma Fidubio aveva finito per ignorare i suoi stessi precetti.
Uno dei mastini lanci un debole lamento, prov ad alzarsi, si volt e ricadde a terra, senza forze. L'altro tese le orecchie e si guard intorno. Quasi per compassione verso il compagno, si sollev e si avvicin per annusarlo. Poi le gambe gli cedettero e si accasci, come abbattuto da una fionda. Entrambi ora erano immobili.
Paolo salt gi dal muro. Con la spada in pugno, si avvicin agli animali. Non si muovevano. Prov a toccarli con il piatto della spada, ma non reagirono, malgrado il loro torace si muovesse. Non sapendo cosa ci fosse nel veleno di Kaido, non aveva idea di quanto fosse potente l'effetto. Poteva essere abbastanza forte da ucciderli, oppure tanto debole da farli risvegliare prima che Paolo riuscisse a scappare. Erano cani da guardia che stavano solo facendo il proprio dovere, ma in quel momento non c'era spazio per la piet o i sentimentalismi. Anche i legionari morivano facendo il proprio dovere. Cos andava la vita. Paolo tagli la gola a entrambi.
Sia la porta principale che quella sul retro della casa sarebbero state di sicuro chiuse a chiave. Il posto giusto era la finestra della cucina. Aveva delle ante, ma niente sbarre o vetri. Paolo si rimise la spada alla cintura e prese la pala da trincea.
Mentre inseriva la punta nella fessura tra le due ante, si ferm a richiamare alla memoria il percorso che avrebbe seguito una volta entrato: uscito dalla cucina avrebbe attraversato il salone principale e salito le scale, trovandosi subito sulla destra la porta della camera da letto. Da piccoli, lui e Alcimo avevano giocato spesso in quella casa con i figli del custode di allora. La struttura interna non doveva essere cambiata. Dopo aver aperto le ante avrebbe impiegato solo pochi secondi a raggiungere la camera. Troppo pochi perch un uomo assopito riuscisse a svegliarsi e rendersi conto della presenza di un intruso.
Non aveva senso aspettare ulteriormente. Paolo spinse la pala con tutta la sua forza. Le ante si spezzarono e si aprirono, infrangendo il silenzio della notte. Con la pala ancora in mano, Paolo scavalc il davanzale. Inciamp su uno sgabello che non aveva visto, lo scalci via e prosegu.
Correndo per le scale, sent dei rumori. Una volta arrivato al pianerottolo, spalanc con forza la porta della stanza da letto. La camera era illuminata da una piccola lampada, e odorava di sesso e di essenze profumate: Paolo riconobbe la lavanda e la cannella. Crotone, scalzo, era in piedi e si stava infilando una tunica. Per Ade, nel letto c'era un'altra figura!
Per essere cos massiccio, Crotone era piuttosto rapido. Afferr una spada - chi ha la coscienza sporca non dorme mai senza un'arma accanto - e attacc. Paolo par il colpo con la pala. Essendo pi grosso di lui, Crotone riusc a schiacciarlo contro il muro. Paolo non aveva modo di estrarre la sua spada. La mano sinistra di Crotone si strinse intorno alla gola di Paolo, che tuttavia riusc ad afferrare la destra del custode, quella con cui impugnava l'arma.
Le dita di Crotone erano come una morsa che poco a poco schiacciava la trachea di Paolo. Non riusciva a respirare. Prov a sferrargli una ginocchiata al basso ventre, ma il suo avversario la evit.
Sei proprio un bastardo difficile da ammazzare. Il fiato di Crotone era caldo e puzzava di vino.
Le dita si serrarono ancora di pi. Paolo sent affiorare il panico come bile in gola.
Ma ormai sei spacciato.
Gli occhi annebbiati di Paolo riuscivano a distinguere solo poche scintille di luce. Sentiva indebolirsi la sua stretta intorno alla mano di Crotone. Un attimo prima di cadere privo di sensi, fece un ultimo tentativo.
Pest un piede con tutta la forza che gli restava, colpendo con il tallone le dita di Crotone. Lo schiavo grid di dolore, mollando la presa. Paolo si divincol e ripar nell'angolo pi lontano.
Crotone si mosse verso di lui, ma ben presto si ferm, non riuscendo ancora a camminare per il dolore. Zeno, pugnalalo alla schiena.
Ecco chi c'era nel letto. Paolo avrebbe dovuto immaginarselo.
Muovi un muscolo e uccido anche te!, url Paolo, e le sue parole sembravano pronunciate da un corvo gracchiante. Senza mai distogliere lo sguardo da Crotone, si pass la pala nella mano sinistra ed estrasse con la destra la spada.
Anche lui?, disse Crotone in tono di sfida. Non hai scampo, soldatino. La tua corona civica non ti servir qui.
Era tutta scena: Paolo era allenato a combattere con la spada, Crotone no. Ma gli serviva comunque vivo.
Prima che Paolo decidesse come attaccarlo, Crotone scatt in avanti. Paolo blocc il colpo con la sua spada. Il colosso spinse con forza, cercando di inchiodarlo di nuovo contro il muro. Ma stavolta Paolo era pronto. Si spost di lato, facendo in modo che la forza stessa dell'attacco di Crotone gli facesse perdere l'equilibrio. Allung una gamba e lo schiavo inciamp finendo a terra. Era una vecchia mossa di combattimento che aveva imparato da ragazzo. Mentre Crotone cadeva, Paolo lo colp alla testa con la pala. Il colpo non fu netto, e Crotone riusc a risollevarsi sulle ginocchia, provando ad alzarsi. Paolo sollev di nuovo l'attrezzo e lo abbatt sulla nuca dello schiavo con tutta la forza che aveva. Questa volta Crotone non si mosse pi.
Paolo si volt di scatto verso Zeno. Il ragazzo si era rintanato sotto le coperte, stringendole a s come se potessero fargli da scudo.
Girati, faccia contro il letto, braccia e gambe aperte, ordin Paolo.
Zeno obbed. Le sue natiche nude erano lisce e tonde come quelle di una ragazza, o di una statua di ermafrodito.
Ti prego, non farmi del male.
Tu resta fermo.
Paolo prese la lampada e si chin su Crotone. Il sangue gli colava tra i capelli, e sulla nuca si stava gi formando un grosso bernoccolo. Paolo lo tast dietro un orecchio: c'era ancora battito. Un energumeno del genere doveva avere un cranio piuttosto resistente.
Rimettendosi nella cintura la pala e la spada, Paolo afferr la fune che aveva sulle spalle. Prov a ribaltare Crotone, ma lo schiavo pesava quanto un elefante. Finalmente riusc a voltarlo sulla schiena, dopodich gli leg i polsi.
Gli serviva vivo, ma ora era privo di sensi.
Zeno, vieni ad aiutarmi a sollevarlo.
Posso vestirmi?
Non mi interessano le tue vergogne.
Afferrandolo ognuno per un'ascella, trascinarono Crotone gi per le scale. Non fu semplice. Non sarebbero mai riusciti a sollevarlo per farlo passare dalla finestra della cucina.
Dove tiene le chiavi?
Accanto al letto.
Stava perdendo troppo tempo. Risal le scale insieme a Zeno, trov la chiave e torn al piano inferiore. Dopo essere usciti dal retro, portarono il corpo fino alla porta del muro esterno. I cardini scricchiolarono rumorosamente. Grazie agli di, la casa del custode era abbastanza isolata. Paolo e Zeno si affrettarono a trascinare Crotone fino agli ulivi, dove erano legati i muli.
Sollevare lo schiavo a pancia sotto sul secondo mulo fu la parte pi difficile. In un modo o nell'altro ci riuscirono, e Paolo leg insieme le mani e i piedi di Crotone sotto la pancia dell'animale.
Malgrado lo sforzo, Zeno stava tremando. Non era una notte gelida, per essere novembre, ma faceva piuttosto freddo.
Come doveva regolarsi ora con il ragazzo? Se avesse dato l'allarme, Paolo sarebbe stato braccato in meno di un'ora. Zeno non aveva alcuna colpa, se non la sua debolezza, che lo rendeva vittima di uomini come Roscio e Crotone. Paolo non voleva essere costretto a ucciderlo. Se l'avesse portato con s non avrebbe potuto procedere con velocit, e aveva soltanto due muli. Era rimasto un po' del veleno di Kaido. Ma se gliene avesse dato troppo poco avrebbe rischiato che si risvegliasse quasi subito, e una dose eccessiva l'avrebbe ucciso comunque. Paolo non voleva essere costretto a sacrificarlo.
...
.
...
Capitolo 29.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Anno 609 Ab Urbe Condita, (145 avanti Cristo).
...
.
...
Ti troveranno e ti uccideranno.
Crotone era seduto contro una colonna mezza crollata, al centro della piazza del mercato. Aveva i polsi legati dietro la colonna. L'enorme schiavo sedeva nel suo stesso sudiciume. Sulla testa gli si era formato un rigonfiamento grosso quanto un uovo di oca, e i capelli erano impiastricciati di sangue rappreso. Ma era ancora vivo. Doveva avere un cranio davvero duro.
Non sono stupidi. Non verranno oggi, ma prima o poi ti troveranno. Non sarai mai al sicuro.
Paolo non rispose, ma ricontroll i nodi e osserv intorno a s quello che una volta era stato il mercato di un remoto villaggio bruzio, ormai abbandonato da lungo tempo. Gli edifici erano crollati molti anni prima. Su ogni lato della piazza c'erano cumuli di macerie. Dove le erbacce non avevano ancora attecchito, lastroni spezzati e gradini in frantumi risplendevano di un bianco accecante alla luce del sole invernale. Qua e l le macerie avevano formato delle cavit, simili a piccole grotte, buie e instabili, in cui un uomo avrebbe potuto nascondersi a tempo indefinito. Nel punto in cui in passato serpeggiava la strada c'era ora uno spazio vuoto. Era l'unica via d'accesso e l'unica via d'uscita: per questo Paolo aveva scelto proprio quel luogo.
Forse Crotone aveva ragione, e non sarebbero arrivati quel giorno. Ma Paolo la pensava diversamente. Lo schiavo sapeva qualcosa di cui loro non erano a conoscenza.
Da un punto nascosto alla vista arriv il nitrito di un cavallo, al quale rispose uno dei muli di Paolo.
Massacreranno la tua famiglia e la tua puttanella bruzia.
Parli troppo. Paolo si sedette. Era stanco, aveva trascorso una lunga notte e un lungo giorno.
Paolo aveva lasciato Zeno legato a un albero. Faceva freddo, e il ragazzo era nudo. Avrebbe sofferto ma non sarebbe morto. I contadini l'avrebbero trovato poco dopo le prime luci dell'alba, giungendo a scavare i solchi tra gli ulivi. A meno che, ovviamente, non avessero notato l'assenza di Crotone uscendo dalla fattoria, per poi trovare i segni della colluttazione in casa. In ogni caso, a quel punto avrebbero dato l'allarme e presto si sarebbero imbattuti in Zeno. In un modo o nell'altro, il giovane sarebbe stato liberato.
Dopo aver lasciato Zeno, Paolo aveva attraversato il ponte a Ad Fluvium Sabutum e seguito la strada verso nord, in direzione di Cosenza. Nel cuore della notte non aveva incontrato nessuno, n sul ponte n lungo il sentiero. Aveva spinto i muli al limite delle loro forze, cavalcandone uno e tenendo in mano le redini dell'altro. Crotone, privo di sensi, aveva fatto l'intero percorso gettato sul dorso della bestia come un sacco di farina, con i piedi e la testa penzolanti. In linea d'aria, non pi di cinque miglia dividevano il ponte dalla svolta per la Roccia di Sangue e il passo di Labula, ma la strada serpeggiava tra i monti per almeno il doppio di quella distanza.
Dopo aver raggiunto il bivio senza difficolt, Paolo si era diretto a est. L'alta Sila si era richiusa su di lui, con i suoi neri pendii ricoperti di frassini e querce, e pi su pini e abeti. Il rumore degli zoccoli dei muli si perdeva nella solitudine della foresta. Dei caprioli, spaventati, erano scappati via saltellando e mostrando le code bianche tra gli alberi. A un certo punto i muli, tremando di paura, si erano accostati sul lato della strada. Alla luce della luna, Paolo aveva scorto il muso bianco, la lingua e le scapole pallide di un grosso lupo. Forse era affamato e a caccia, ma si era limitato a osservarli passare.
Era novembre. Anche l'ultima delle pecore, ormai, era stata portata nei pascoli pi bassi gi da un mese. La Sila era deserta d'inverno. Ma Paolo aveva preferito comunque abbandonare la strada all'alba. C'era sempre il pericolo di incontrare gruppi di carbonai o di raccoglitori di resina che avevano ritardato la discesa dalle montagne per inseguire maggiori profitti.
Dopo un po' Crotone aveva iniziato a riprendere i sensi e a lamentarsi. Paolo era sceso dal mulo e aveva dato da bere allo schiavo. Poi gli aveva spiegato che se avesse soltanto fiatato di nuovo gli avrebbe tagliato l'uccello e gliel'avrebbe infilato in bocca.
Avevano raggiunto l'antico insediamento mentre il cielo iniziava a schiarirsi. Paolo aveva legato Crotone alla colonna e acceso un fuoco con ramoscelli di pino e ginepro. Dopo aver messo le pastoie ai muli, aveva rimosso le selle e aveva dato loro da bere e da mangiare. A Crotone, invece, non aveva dato nulla. Un uomo pu resistere tre giorni senza bere, e anche pi senza mangiare. Lo schiavo era di costituzione forte, e indebolirlo un po' non sarebbe stata una cattiva idea.
Per quasi tutta la mattina, Paolo era rimasto seduto accanto al fuoco, immerso nell'odore pungente del fumo. Ogni tanto attingeva dalle provviste che gli aveva fornito Oniro, e controllava le vie d'accesso al villaggio abbandonato.
Non  troppo tardi. Crotone prov un approccio diverso. Potresti semplicemente sparire. Arrivi all'Adriatico e sali su una nave per la Siria o l'Egitto. Laggi i sovrani sono sempre in cerca di mercenari, e tu hai vinto una corona civica.
Paolo guard la figura trasandata che aveva davanti. Non prendiamoci in giro.  troppo tardi per entrambi, soprattutto per te.
Non deve per forza finire cos.
Invece s, rispose Paolo. Ora te ne starai zitto.
Paolo tagli un pezzo di corda e si avvicin a Crotone per imbavagliarlo. Lo schiavo lott serrando la bocca e scuotendo la testa. Paolo sguain la spada e us l'elsa per colpire Crotone sul bernoccolo, non troppo forte ma abbastanza da procurargli un dolore lancinante. In questo modo riusc a infilargli la corda tra i denti, legandola stretta.
Era pomeriggio inoltrato. Paolo ricalcol di nuovo quanto tempo avrebbero impiegato degli uomini a cavallo per andare da Temesa a Cosenza, da Cosenza alla Roccia di Sangue, e da Temesa alla Roccia di Sangue. I suoi primi calcoli si erano dimostrati corretti. Se anche gli ultimi si fossero rivelati altrettanto accurati, gli inseguitori si sarebbero presentati non appena le ombre avessero iniziato ad allungarsi.
Paolo poggi la schiena contro una lastra di pietra crollata, mentre Crotone, imbavagliato, continuava a fissarlo. Nella quiete del pomeriggio, Paolo sapeva di essere osservato, e non solo da occhi mortali. Ricorda Corinto, gli sussurravano all'orecchio. Ricorda l'ultima casa. Ma lui non l'avrebbe fatto: non ora, non ancora. Se tutto fosse andato come previsto, avrebbe avuto la possibilit di parlarne alla persona che pi aveva bisogno di sentire le sue parole.
Il pensiero di Paolo vol fino a Minado. Agli inferi Roma. Se lei lo avesse accettato, l'avrebbe presa a vivere con lui come se fosse sua moglie. Sempre se fosse sopravvissuto a quella notte. Per quanto riguardava i figli, chi poteva dire cosa avrebbe riservato il futuro? Carpe diem. S, avrebbe colto l'attimo. Se fosse sopravvissuto.
Un gufo lanci il suo richiamo in pieno giorno.
Erano l.
Paolo si alz in piedi. Erano arrivati molto prima di quanto si aspettasse. I loro cavalli dovevano essere sfiniti. Paolo si stiracchi e controll per l'ennesima volta che intorno a lui tutto fosse come aveva pianificato.
Lollio irruppe tra le rovine del mercato. Era vestito per la caccia: cappello a tesa larga, tunica di pelle spessa, stivali robusti e spada al fianco.
Sei venuto, disse Paolo.
Certo che sono venuto, amico mio, appena ho ricevuto il tuo messaggio.
Lollio si avvicin e lo abbracci. L'accenno di riluttanza poteva essere giustificato dal fatto che stava abbracciando un uomo accusato di diversi delitti.
Lollio fece un passo indietro. Quindi l'assassino era Crotone?.
Paolo non rispose.
Cosa l'ha tradito?
Il suo odore. Quel profumo alla lavanda e alla cannella  costoso e facilmente riconoscibile.
Che idiota. Lollio si allontan di qualche passo. Scalci qualche piccola pietra.  l'unica prova che hai?
Confesser sotto tortura.
Gli schiavi blaterano ogni sorta di bugia sotto la frusta. Cos dice Urso, e chi siamo noi per dubitare delle parole di un venerabile sacerdote che conosce il pensiero degli di?.
Paolo rest in silenzio.
Lollio pieg la testa, pensieroso. Ma una giuria potrebbe credere alle sue parole tirate fuori a forza, e cos saresti scagionato. Lollio si port due dita alle labbra e fischi. Meglio andare sul sicuro.
Gli altri uomini entrarono nella piazza. Fidubio e Vibio erano preceduti da Solino e dagli altri due parenti pi giovani che avevano partecipato alla caccia al cinghiale. Come Lollio, erano equipaggiati per un inseguimento.
I tre ragazzi portavano anche delle lance da cinghiale.
I nuovi arrivati si sparpagliarono.
Non avvicinatevi. Paolo estrasse la spada e la punt alla gola di Crotone.
Si fermarono formando una sorta di semicerchio a una dozzina di passi da lui. Sei contro uno.
La sorte coglie spesso di sorpresa, disse Lollio.
Molto spesso, ma non questa volta, rispose Paolo. Sapevo gi che eri tu l'altro assassino.
E come?
Per il modo in cui cammini. Quel passo troppo sicuro di s di chi non  per niente sicuro di s. Il passo di un vigliacco.
Davvero?
E poi il furto dell'amuleto a forma di theta dalla mia casa. Niger non abbaia contro quelli che considera amici. Non ha mai abbaiato contro di te. Povero vecchio cane.
Lollio sogghign. Un'argomentazione piuttosto debole da sottoporre a una giuria. Non che avrai modo di farlo.
E infine le mutilazioni. Abbiamo letto insieme Apollonio Rodio a scuola. Eri tutto eccitato quando Giasone smembrava Apsirto. Dentro di te c' sempre stata una certa crudelt. Ricordi quel mercante che hai quasi pestato a morte solo per divertirti, dall'altro lato del monte Ixias, gi a Terina?
S,  stato proprio uno spasso, a dirla tutta.
Vibio prese la parola. Non c'era bisogno che finisse cos. Il suo tono leggiadro cozzava con lo squallore del luogo e dell'occasione. Potevi essere uno di noi. Te l'abbiamo anche proposto, alla battuta di caccia.
Quello  stato un grosso errore, disse Paolo. Fino a quel punto eravate stati bravi a seminare il dubbio, insieme alla paura. All'inizio molti credevano che l'Eroe fosse tornato.  ironico che io stesso abbia fatto il vostro gioco, dando la colpa ai predoni. Quando si  capito che non erano stati loro, pochi dubitavano fosse opera del demone. Poi, dopo il tempio, quando abbiamo avuto la prova che gli assassini erano umani, perch usavano spade e frecce, la situazione  peggiorata ancora di pi. Dovevano essere persone del luogo, e non si poteva escludere nessuno. Il vecchio Roscio, da buon superstizioso, ha puntato il dito contro qualche culto straniero. Voi invece avete accusato i bruzi, e Lollio i poveri. Magari era solo qualche squilibrato. Io avevo i miei sospetti, ma fino alla battuta di caccia non riuscivo a trovare un movente. Sono stato troppo lento a capire. Il movente era sotto gli occhi di tutti. Avete diffuso il panico affinch la gente fosse disposta a vendervi terreni a prezzi stracciati. Il pi meschino dei moventi, nient'altro che avidit.
 cos che Roma ha costruito la sua potenza, disse Vibio.
Perfino Roma va in cerca di una giusta causa per muovere guerra, obiett Paolo.
Un pretesto logoro. Dopo quello che hai visto a Corinto, dovresti saperlo meglio di chiunque.
Roma uccide quando  necessario farlo, secondo il codice della guerra.
Anche noi abbiamo ucciso per necessit. Vibio sfoggi un sorriso viscido. Abbiamo solo seguito la legge di natura: il forte uccide il debole.
Lollio si intromise. Ci che proprio non sopportavo a scuola erano gli interminabili dialoghi filosofici: Socrate ha detto questo, un altro ha detto quello. Fece segno di avanzare a Solino e agli altri due che impugnavano le lance. Addio Paolo, mio vecchio amico.
Un altro passo e Crotone muore.
I ragazzi si fermarono e si voltarono verso gli uomini pi anziani.
Vibio scroll le spalle con noncuranza. Ci risparmi un'incombenza. Fidubio  legato a lui, ma lo schiavo sa troppo.
Vedete?, Paolo si rivolse a Solino e agli altri due. Nessuno di voi  legato agli omicidi, ma ora anche voi siete a conoscenza di ogni dettaglio. Pensate che avranno qualche scrupolo a eliminarvi?.
Vibio rise di gusto. Bel tentativo, mio caro Paolo. Ma Crotone  soltanto uno schiavo, mentre loro sono del nostro stesso sangue. Ordin ai ragazzi di avanzare.
Aspettate!. La voce di Fidubio era perentoria, una voce abituata al comando.
Il sole illuminava la scena immobile.
Fidubio esit, insicuro delle sue stesse parole. Se accogli una richiesta, avrai una morte rapida, nessuna mutilazione, una moneta per il traghettatore e una degna sepoltura. Ti do la mia parola, nel nome di mio figlio. Dimmi la verit: com' morto Alcimo?.
E di fronte agli uomini e agli di Paolo raccont tutto ci che era successo in quell'ultima casa di Corinto, senza tralasciare n abbellire nulla. Mentre raccontava la storia per la prima volta, Paolo sent le Benevole allontanarsi, e cap di essersi purificato dalle macchie del sangue versato. Non importava cosa sarebbe successo di l a poco: non si sentiva pi contaminato, e non sarebbe stato perseguitato n in questo mondo n nell'altro.
Giuri che questa  la verit?, chiese Fidubio.
Lo giuro.
Allora ti ringrazio. Non  stata colpa tua. Il volto largo di Fidubio si rig di lacrime di piet e di dolore. Mi dispiace che tu debba morire.
Paolo non attese oltre, ma si volt e inizi a correre, passando accanto ai muli. Dietro di lui, colti di sorpresa, i tre giovani furono lenti a inseguirlo e furono ostacolati dai muli, che scalciavano impauriti. Non c'era via di fuga, se non l'instabile montagna di macerie. Paolo si ferm proprio l davanti.
Una figura polverosa emerse dal riparo di un cumulo di pietre.
Paolo sent levarsi grida di stupore. Di fronte a quell'apparizione, gli inseguitori si fermarono di colpo. Chi aveva evocato questo guerriero sorto dalla terra? Era mortale? Sulla Sila accadevano cose incredibili. Si trattava di qualche demone guardiano del luogo risvegliato dal suo sonno eterno?
Nevio lanci uno scudo leggero, e Paolo lo afferr con una mano sola. Insieme si voltarono ad affrontare il nemico.
Vibio fu il primo a riprendersi. Sono solo due. Uccideteli!.
Solino e i due compagni si fecero forza a vicenda e si lanciarono all'attacco. In quel momento, Nevio tir fuori un corno da caccia, se lo port alle labbra e produsse una sola lunga nota.
Ignoratelo, url Vibio.  tutta una messinscena, sono soli. Raggiungeteli! Uccideteli! Anche tu, Lollio!.
I quattro uomini avanzarono in formazione, ogni coppia contro un solo uomo.
Solino e uno dei ragazzi affrontarono Paolo. Con il corpo girato di lato, il piede sinistro in avanti e la mano sinistra a indirizzare la lancia, si avvicinarono con la stessa cautela di un cacciatore che si dirige verso una macchia di cespugli dove si nasconde un cinghiale.
La portata delle lance era molto maggiore di quella della spada di Paolo. Gli uomini affondavano le lunghe armi cercando un'apertura nella sua guardia. Paolo cambiava di continuo posizione, opponendo lo scudo e la spada alle punte delle lance. Poi Solino tent un affondo pi deciso. Paolo lo evit e prov a sferrare un fendente sull'asta mentre gli passava accanto alle gambe, per tagliare via la punta. La sua lama batt contro il collare di metallo dell'arma nemica, senza produrre alcun effetto. Solino torn in posizione, e la danza ricominci.
Era come trovarsi davanti la falange achea. Se fosse riuscito a superare la punta delle lance, non avrebbero avuto scampo. Con un movimento della spada, spost verso destra la lancia di Solino, che intralci l'altra asta. Schiacciando la spalla contro lo scudo, Paolo si gett in avanti e fin contro l'avversario. Lo scudo si schiant sul petto di Solino, che perse l'equilibrio e fin steso a terra, battendo la testa contro una lastra di pietra.
Paolo si volt, vicinissimo all'altro nemico. Il ragazzo stava cercando di portare la lancia a una distanza utile, ma era troppo lunga, troppo ingombrante. Paolo sferr un colpo diretto al volto, e l'avversario prov a spostarsi di lato ma non ci riusc. L'acciaio trapass la sua gola, irrorando di sangue l'avambraccio di Paolo. Ferito a morte, l'uomo croll al suolo.
E poi Paolo url di dolore e la sua gamba destra cedette. Lasciando scudo e spada si accasci a terra, stringendo con le mani la coscia. Si contorse sulle pietre, indifeso. Lollio, spada in pugno, si avvicin al suo amico d'infanzia.
Sei sempre stato cos noiosamente virtuoso. Lollio inarc le spalle per affondare la lama con tutta la sua forza e trapassare Paolo, un ghigno disegnato sul volto.
Poi, un movimento nell'aria. Un'ombra nera sotto la luce splendente del sole. Un bagliore d'acciaio. Lollio trem come un alberello colpito da un'ascia. Un altro rapido movimento e Lollio non c'era pi, abbattuto come una pianta secca, e al suo posto comparve Nevio.
Bene, ora siamo pari, disse il centurione. L'altro ragazzo che l'aveva sfidato giaceva a terra, dietro di lui.
Ora nel mercato c'erano diversi soldati, pi di una decina. Avevano circondato Vibio e Fidubio e li stavano portando nel luogo in cui Crotone era ancora legato alla colonna. Malgrado il dolore lancinante, Paolo esult dentro di s. Aveva funzionato. I suoi calcoli si erano rivelati corretti. Oniro aveva fatto la sua parte, cavalcando nella notte fino a Cosenza per chiedere aiuto a Oreste, e portando con s i rinforzi al mattino. Gli assassini non avevano notato il corpo di guardia del prefetto nascosto tra le rovine del villaggio. Lo stratagemma era riuscito.
Nevio si chin a esaminare la gamba di Paolo. Smettila di frignare.  una brutta ferita, ma ce la farai.
Il centurione si sollev in piedi e richiam l'ordine.
Il prefetto dei bruzi era arrivato alle rovine, con una scorta di soldati.
Hanno confessato?, chiese Oreste a Nevio.
Sissignore. Ho sentito tutto.
Oreste guard Paolo. Sei ferito gravemente?
Non  niente, signore. Fu Nevio a rispondere per lui.
Centurione, prendi in custodia i sopravvissuti. Saranno incriminati per omicidio. La legge far il suo corso, ma non ci sono dubbi su quale sar il verdetto.
Sissignore.
Dunque  finita, disse Oreste. Non ci saranno pi uccisioni. Nessun demone infesta le colline. L'Eroe di Temesa  tornato negli abissi del mare.
...
.
...
Epilogo.
...
.
...
Patria.
...
.
...
Tre anni dopo. Anno 612 Ab Urbe Condita, (142 avanti Cristo).
...
.
...
Ubi tu Gaius, ego Gaia: la formula nuziale era cos antica che nessuno sapeva cosa significasse davvero. Paolo le infil al dito un anello in ferro placcato d'oro. Secondo alcuni medici, un nervo sottile collegava direttamente l'anulare al cuore.
Minado portava un velo. Sembrava diversa. I suoi capelli erano tirati all'indietro. Un'elaborata acconciatura con sei trecce di capelli finti. Poi sollev il mento e a Paolo parve finalmente lei, e ne fu felice.
Ubi tu Gaius, ego Gaia. Minado pronunci la formula, e divennero marito e moglie.
Feliciter!. Gli ospiti fecero i loro auguri agli sposi, mentre Paolo accompagnava Minado al lettino.
Non c'era mai stato un matrimonio come quello a Temesa, alla presenza di due senatori di rango consolare. Il posto d'onore fu occupato da Lucio Mummio, il conquistatore di Corinto. Quell'anno era uno dei due censori. Eletti ogni cinque anni, nei diciotto mesi in cui restavano in carica i censori avevano il compito di aggiornare le liste dei cittadini romani, e di ammettere o espellere membri dell'ordine dei senatori e dei cavalieri. Era una posizione di enorme prestigio e potere, il culmine della carriera politica a Roma. Seduto al suo fianco, Lucio Aurelio Oreste avrebbe potuto sentirsi eclissato dalla sua presenza. La dignitas era tutto, per un senatore. Invece erano grandi amici. Oreste era stato il legato di Mummio in Oriente, ed erano vincolati dai sacri legacci dell'amicitia. E poi erano entrambi dei protettori dello sposo.
Grazie, disse Paolo a Mummio. Senza il tuo aiuto....
Il grande uomo fece un gesto secco per interromperlo. Il padre della ragazza ha dimostrato la lealt e il coraggio di un cittadino di Roma. Era giusto che lo diventasse ufficialmente, insieme alla sua famiglia. Lo stesso vale per Oniro.
Oreste sorrise.  stata una fortuna che Oniro avesse militato come servitore di campo nell'esercito. E nonostante questo, le guardie erano comunque indecise se ammetterlo alla mia presenza quando  arrivato a Cosenza. Se non l'avessero fatto passare, sarebbe andato tutto molto diversamente.
Paolo riconobbe che era proprio cos, e Mummio propose di brindare alla buona sorte.
Dopo aver bevuto, Mummio gli chiese se fosse sicuro di non aver fatto un'offerta troppo alta per i diritti sulla raccolta di legna e resina sulle montagne intorno Drys, Labula e Sestion. Matrimonio o no, il suo pensiero correva sempre agli affari pubblici, e presiedere ad appalti del genere era uno dei doveri di un censore.
Non credo, se piacer agli di. La Sila  un posto selvaggio e pericoloso. C' bisogno di un uomo che conosca tutti i suoi recessi. Ma ci sono opportunit di guadagno, senza frodi o azioni disonorevoli.
Mummio annu, pensoso. Come ti ho gi detto, ora che porti l'anello d'oro dell'ordine equestre potresti avere davanti a te una carriera politica a Roma, agevolata dalla tua corona civica. La gloria militare porta parecchi voti. Tra noi c' chi sarebbe onorato di sostenere una tua candidatura.
Grazie ancora, ma no, mi accontento di poter mettere su famiglia nella mia citt natale.
Potresti essere richiamato alle armi.
In quel caso, far il mio dovere.
Gli schiavi servirono la prima portata: lumache e acciughe con insalata, accompagnate da vino di Taranto. Era cibo di buona qualit, ma non appariscente. Sarebbe seguito l'agnello, e per finire mele e noci.
Paolo si guard intorno. La stanza era stata decorata con belle piante e tappeti. Tre anni prima, era ancora la casa di Fidubio. Ora era la residenza di Dekis, il vecchio cacciatore bruzio.
Il processo aveva avuto l'effetto di un terremoto sulla colonia di Temesa. Lollio era morto, cos come due dei cugini. Il verdetto contro suo padre e Fidubio era stato ineluttabile. Le prove a loro carico erano schiaccianti. Alcune erano state fornite da Solino, in cambio dell'immunit, e altre da Crotone sotto tortura. Quest'ultimo era stato poi crocifisso davanti alla porta della citt. Vibio e Fidubio avevano scelto la via dell'esilio.
Fidubio  ancora a Marsiglia?. I due esiliati erano l'unica cosa che ancora preoccupava Paolo.
Un vecchio annegato nell'apatia e nel rimpianto, rispose Oreste, che si risveglia dal suo torpore soltanto per bere e ingozzarsi di frutti di mare.  perseguitato dai suoi crimini, e non lascer mai quel luogo.
E Vibio?
A quanto si sa,  ancora in Oriente. Non c' motivo di preoccuparsi. Se rimettesse piede in Italia gli sarebbero negati fuoco e acqua, e la sua vita non varrebbe nulla.
Entrambi erano stati condannati a morte in contumacia, e i loro beni confiscati. Come voleva la legge, un quarto delle propriet erano andate a Paolo, che aveva donato la casa e il terreno di Fidubio a Dekis, una fattoria pi modesta a Oniro, e un piccolo terreno nei suoi stessi campi alla vecchia Kaido.
Fu servito l'agnello, tenero e succulento, che riemp la stanza con il suo profumo.
Pensi mai a Corinto?, chiese Oreste.
A volte, anzi quasi mai, rispose Paolo. Cerco di non rimuginare su quanto  successo.
Abbiamo compiuto il nostro dovere, intervenne Mummio.
Avevamo degli ordini da rispettare.  stato terribile, ma forse le cose sono andate per il meglio. L'acheo Polibio sostiene che in questo modo alla Grecia  stata risparmiata l'agonia di una lenta conquista.
Era da poco arrivato il dolce quando Urso, il sacerdote officiante, si alz in piedi e annunci che era giunto il momento.
Suonatori di flauto aprirono il corteo in strada. Cinque schiavi con delle torce erano in attesa, nonostante fosse giorno pieno. Tutti i presenti e le persone lungo la strada lanciarono le loro benedizioni sul corteo, mentre si snodava fino alla nuova casa di Paolo, da cui si vedeva il mare. Volarono battute e canzoni volgari, e Nevio era al comando anche di questa tradizionale licenziosit. Per una volta, gi mezzo brillo, il centurione non sembrava furioso ma estasiato. Alcuni bambini lanciarono davanti agli sposi manciate di noci, che rotolando sulla strada dovevano essere un simbolo di felicit e fertilit.
Minado era rimasta silenziosa e riservata durante il pranzo, e nel corteo era separata da Paolo. Era preceduta da un ragazzo che portava una torcia fatta di rametti di biancospino intrecciati. Altri due ragazzi la tenevano per mano, e dietro di lei avanzavano le damigelle, con in mano il fuso e la conocchia.
Non c'era stata ancora occasione di parlare.
Finalmente, arrivati alla porta di casa, il corteo si ferm e i due sposi si avvicinarono l'uno all'altra.
Minado si sollev il velo e Paolo la baci. Profumava di verbena e maggiorana. Paolo la prese tra le braccia e varc la soglia insieme a lei, richiudendosi la porta alle spalle.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Postfazione.
...
.
...
Calabria.
Questo romanzo affonda le sue radici in un racconto che ho letto anni fa nel Brutus di Cicerone (85-88). Diversi personaggi molto noti erano stati uccisi all'interno della foresta della Sila. Furono incriminati alcuni degli schiavi, dei publicani coinvolti nella raccolta della resina, insieme a un certo numero di uomini liberi, membri della corporazione. Dopo un lungo processo, al quale parteciparono alcuni tra gli oratori pi famosi dell'epoca, gli imputati furono assolti. Cicerone non ci dice se fossero davvero innocenti.
Nell'antichit, la Calabria era un luogo remoto e selvaggio. I romani la chiamavano Brutium.
La Calabria  rimasta ai margini degli studi contemporanei. La ricerca pi utile che sono riuscito a trovare  la tesi di dottorato di I. Matkovic, Roman Settlement of Northern Bruttium: 200 BC - AD 300 (McMaster University, 2001); si pu reperire online in formato PDF (Google: Matkovic Bruttium).
La colonia romana di Temesa (o Tempsa) era un porto che sorgeva lungo il basso corso del Savuto (l'antico Sabutus). La sua localizzazione precisa  tuttora incerta (Matkovic, op. cit., p.39, n.1).
Alcune versioni del mito dell'Eroe di Temesa si possono reperire in Pausania (6.6.7-11), Strabone (6.1.5), ed Eliano (VH 8,18).
...
.
...
Le fattorie romane.
...
.
...
Il volume di K.D. White Country Life in Classical Times (Londra, 1977) raccoglie molti testi utili a farsi un'idea dell'argomento. In questo romanzo sono confluite molte informazioni che ho trovato nel De agri cultura di Catone, un'inestimabile fonte contemporanea ai fatti narrati. I testi che mi hanno aperto gli occhi sulla vita rurale e l'attivit agricola nell'antichit classica sono R. MacMullen, Roman Social Relations 50 BC to AD 284 (New Haven e Londra, 1974), 1-27, e L. Foxhall, Farming and Fighting in Ancient Greece in J. Rich e G. Shipley, War and Society in the Greek World (Londra e New York, 1993), 134-145.
...
.
...
La crisi agraria.
...
.
...
Gli studiosi moderni sostengono spesso che negli ultimi due secoli avanti Cristo i contadini romani arruolati nelle legioni combattessero effettivamente per perdere le proprie terre, poich, mentre erano sotto le armi in regioni lontane, le loro fattorie cadevano in rovina e venivano acquistate dai ricchi. Questa tesi  ben argomentata nel classico testo di riferimento di K. Hopkins, Conquistatori e schiavi. Sociologia dell'impero romano (Pgreco, Roma 2013). In anni pi recenti, tuttavia,  stata messa in discussione a pi riprese. Una panoramica del dibattito, che propende per la visione tradizionale, si pu trovare in H. Sidebottom, La guerra nel mondo antico (il Mulino, Bologna 2014).
...
.
...
L'imperialismo romano.
...
.
...
Nell'Ottocento Roma veniva vista come una potenza incline a una sorta di imperialismo difensivo, ovvero tendente a farsi trascinare verso l'espansione territoriale dalle necessit del momento, legate alla propria sicurezza e a quella dei suoi alleati. La ricerca contemporanea si concentra sulle istanze espansionistiche nella cultura e nella societ romane, soprattutto il bisogno dei senatori di conquistarsi la gloria militare, cos come i profitti che una campagna di successo poteva garantire. Due panoramiche sull'approccio storiografico moderno si possono trovare in T. Cornell, The End of Roman Imperial Expansion, in J. Rich e G. Shipley, War and Society in the Roman World (Londra e New York, 1993), e H. Sidebottom, Roman Imperialism: The Changed Outward Trajectory of the Roman Empire, Historia 54.3 (2005), 315-330.
...
.
...
La campagna di Corinto.
...
.
...
Le fonti antiche sulla guerra achea, che culmin nel sacco di Corinto, sono scarse e frammentarie, e spesso contraddittorie: Polibio 38.9-18; Pausania 7,14.1-16.6; Livio, Per. 51-52; Giustino 34.1-2; (Aurelio Vittore) Vir. Ill. 60.1-3; Orosio 5.3.1-7; Zonara 9,31.
La ricerca moderna tende a concentrarsi o sulle cause o sugli effetti del conflitto. Tra i testi che analizzano gli eventi, anche solo en passant, vanno annoverati A. Fuks, The Bellum Achaicum and its Social Aspect, JHS 90 (1970), 78-89; W.V. Harris, War and Imperialism in Republican Rome 327-70 BC (Oxford, 1979), 240-4; E.S. Gruen, The Hellenistic World and the Coming of Rome (Berkeley, Los Angeles e Londra, 1984), 514-523; G. Shipley, The Greek World After Alexander 323-30 BC (2000), 383-386; e P. Erdkamp, The Andriscus Uprising and the Achaean War, 149-146 BC, in M. Whitby e H. Sidebottom, The Encyclopedia of Ancient Battles, volume II (Chichester 2017), 842-844.
...
.
...
L'esercito romano.
...
.
...
Un'eccellente introduzione alle legioni di et repubblicana si trova in L. Keppie, The Making of the Roman Army from Republic to Empire (Londra, 1984), 14-56. Per un'analisi pi completa si veda M. Dobson, The Army of the Roman Republic: The Second Century BC, Polybius and the Camps at Numantia, Spain (Oxford, 2008), in particolar modo 47-66.
...
.
...
Il disturbo da stress post-traumatico nel mondo antico.
...
.
...

C' un acceso dibattito tra gli studiosi moderni riguardo all'esistenza del disturbo da stress post-traumatico nell'antichit. Generalizzando, esistono due fazioni. L'approccio universalista sostiene che se esiste oggi, dev'essere esistito anche allora. Quello specificista si oppone a questa visione, argomentando che non esistono prove certe n fonti attendibili, e che all'epoca le condizioni fisiche e culturali dell'uomo erano estremamente diverse da quelle attuali. Una presentazione di entrambe le fazioni si pu trovare nella rivista Ancient Warfare IX.4 (2013), 70-74. Un esempio convincente della teoria specificista  J. Crowley, The Psychology of the Athenian Hoplite (Cambridge, 2012).
...
.
...
Citazioni.
...
.
...
La canzone che i legionari intonano nel Capitolo 21  tratta dal Miles Gloriosus di Plauto.
Le citazioni da Omero sono tratte da Iliade e Odissea, Newton Compton editori, Roma 2016.
...
.
...
Altri romanzi.
...
.
...
Tutti i miei romanzi contengono un paio di omaggi ad altri scrittori. In questo libro ho rielaborato immagini da Cristo si  fermato a Eboli di Carlo Levi (Einaudi, Torino 1945) e da Di l dal fiume e tra gli alberi di Ernest Hemingway (Mondadori, Milano 1965).
...
.
...
Ringraziamenti.
...
.
...
In ogni romanzo ringrazio sempre le stesse persone, ma la ripetitivit non  nemica della sincerit.
Prima di tutto la mia famiglia: mia moglie Lisa, mia madre Frances, mia zia Terry e i miei figli Tom e Jack.
Poi i ringraziamenti pi professionali: James Gill alla United Agents; Kate Parkin, Clare Kelly, Francesca Russell, Stephen Dumughn e James Horobin ( triste vederlo andar via) alla Bonnier Zaffre; Maria Stamatopoulou e Bert Smith al Lincoln College, Oxford.
Infine, altri amici: Peter e Rachel Cosgrove, Jeremy Tinton, Peter Hill, Sara Fox, Fiona Dunne, Mary e David Palmer, Sandra Haines e Jack Ringer. Agli ultimi due  dedicato questo romanzo.
...
.
...
Caro lettore,
spero che quella de Il ritorno del centurione sia stata una lettura piacevole. Per questo romanzo ho tratto ispirazione da un aneddoto narrato da Cicerone nel suo Bruto: diversi uomini furono assassinati nella foresta della Sila, e il processo che ne segu si concluse con l'assoluzione di tutti gli imputati. Cicerone descrive e analizza le tattiche oratorie utilizzate dalla difesa, ma non ci dice se gli imputati fossero davvero innocenti.
In epoca antica, la Calabria era una regione selvaggia e pericolosa. Spesso la legge di Roma non arrivava nelle profondit della Sila. Era un luogo particolare, dove sembrava potesse succedere qualunque cosa. Forse per questo divenne il teatro di una delle storie di fantasmi pi inquietanti della letteratura classica: la leggenda dell'Eroe di Temesa, tramandata da Pausania. La mia scelta di ambientare il romanzo in questa terra cos ricca di fascino  stata influenzata anche da questa storia.
Chi ha letto i miei romanzi precedenti sa bene che amo esplorare tematiche importanti della storia romana. Importanti allora, ma anche adesso. L'esperienza di crescita ed espansione di Roma  un laboratorio sempre utile, quando si tratta di ragionare su argomenti passati o presenti. Il ritorno del centurione si interroga sull'imperialismo romano: cause, effetti, argomentazioni a favore o contrarie. La capacit dei romani di formulare critiche severe sul tema della loro stessa ascesa al potere, e a deplorarne gli effetti sulla propria civilt, pu a volte risultare sorprendente.
Il ritorno del centurione  una sorta di punto di svolta per i miei romanzi. Sebbene si tratti di un genere che ho sfiorato in precedenza (ne La battaglia dei lupi), questo  il mio primo tentativo di scrivere un giallo. Il mio obiettivo era quello di trasportare in un tempo passato l'atmosfera cupa di minaccia incombente dei migliori noir scandinavi e italiani, senza tralasciare l'azione militare tipica del romanzo storico. Il lettore viene posto davanti a enigmi che si intrecciano tra loro. Chi o cosa si nasconde dietro i delitti? Quali terribili eventi hanno cambiato per sempre l'esistenza di Paolo durante la campagna militare? Cos' successo nell'ultima casa di Corinto?
Non mi sono mai divertito tanto nelle fasi della ricerca del materiale e della scrittura, e spero davvero che la storia de Il ritorno del centurione ti sia piaciuta. Se cos  stato, ti chiedo gentilmente di parlare del romanzo con i tuoi amici, sia dal vivo che sui social media. Inoltre, vieni a trovarmi su Facebook o sul mio sito www.harrysidebottom.co.uk. Non vedo l'ora di sapere cosa ne pensi de Il ritorno del centurione.
Cari saluti.
...
.
...
Harry Sidebottom.
...
.
...
FINE.